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IPOCONDRIA PORTAMI VIA…

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Come se la mia paura di volare non fosse già abbastanza destabilizzante, potrei raccontarvi della mia alienante ipocondria che mi segue fedele da qualche anno a questa parte.

Ma cos’è l’ipocondria? Secondo la scienza (e il vocabolario) è un disturbo psichico che porta la persona a preoccuparsi eccessivamente o addirittura ossessivamente per il proprio stato di salute. Questo stato emotivo, demolisce ogni tentativo di vivere al meglio la propria vita. Se-solo-sapessi-da-chi-l’ho-ereditata-farei-una-strage, aggiungo io.

Cari miei colleghi di ipocondria, voi come la vivete? Io, ormai malissimo. In un momento di lucidità mentale, sono riuscita a cogliere indicativamente quattro tra i maggiori comportamenti e  abitudini che a questo punto, mi ritrovo a ripetere settimana dopo settimana. Vi ci ritrovate anche voi?

1. L’ACCOPPIATA SINTOMI – RICERCA SU GOOGLE

Dai, onestamente, chi non l’ha mai fatto?
La sfiga vuole però, che mentre una persona “normale” segue approssimativamente i risultati di una ricerca online, noi, gli ipocondriaci, facciamo di ogni ricerca, una tragedia greca. Innanzitutto, solo noi, riusciamo a trovare ogni volta, un collegamento tra la parola “mal di testa” alle parole tumore e morte. Non c’è niente da fare. Ogni ricerca che solitamente parte con nonchalance, finisce per diventare una estenuante ed ossessiva brama di voler sapere di più. Arriviamo addirittura a sfogliare la sesta o settima pagina dei risultati di Google. E questo fa capire quanto sia alta la disperazione.  Ovviamente non ci si ferma a leggere. Spesso, i sintomi che non abbiamo, compaiono improvvisamente qualche ora dopo. Simpatica la nostra mente, eh?

2. VOGLIAMO SAPERE TUTTO SULLE MALATTIE DEI CONOSCENTI

Eh sì, perché il miglior modo per combattere una fobia così stronza, è essere preparati su tutta la sfera medica. “Ti ricordi quell’amico di famiglia? Sai è morto di infarto settimana scorsa.” E allora noi giù a chiedere più dettagli possibili, sui sintomi, su come è successo e su come se n’è accorto. Insomma, passiamo per degli psicotici affamati di macabro, ma in realtà, è l’ipocondria che ci spinge a saperne di più. Come se potessimo difenderci qualora succedesse anche a noi. O solo per sfogare la nostra paura di “malattie” su quei sintomi comuni a tante patologie. Ho mal di pancia? Anche quella persona ce lo aveva, allora è sicuro, ho qualcosa anche io.
Perché non rendersi la vita più complicata, eh?

3. UN MEDICO NON BASTA

Quante volte usciti dal medico per l’ennesimo controllo, vi sentite liberi da qualsiasi peso? Il medico ci ha rassicurato. Il medico è stato ancora una volta pazientemente ad ascoltare le nostre fisime. Alla fine usciamo felici e sorridenti dallo studio pronti a raccontare a tutti quanto siamo stati avventati nel costruirci una malattia immaginaria.
Ma quanto dura, onestamente, eh?
Quanto tempo passa prima che di nuovo, la nostra mente perfida e ostaggio dell’ipocondria ci ributti dei malefici segnali di disturbo?
“Sì, ma ho in effetti dimenticato di dirgli questo sintomo. E se fosse importante?”
“Cavolo però, quante volte si sbagliano, magari ho ragione io. Anzi ho sicuramente ragione io. Andrò a fare un’altra visita.”
“Probabilmente non mi è nemmeno stato a sentire, ormai penserà che me le invento, invece io sto male davvero. Ecco, mi tocca far altre ricerche, devo essere sicura”.

A volte, sembra che vada tutto a posto, ma solo fino a quando non ricompaiono i sintomi. E allora ecco che precipitiamo ancora nel vortice ossessivo delle paure più intense e profonde. Ci immaginiamo senza futuro, ci immaginiamo morenti e sofferenti, mentre cerchiamo su google le parole chiavi. A volte da fuori non sembra nemmeno che stiamo così male. In realtà dentro si scatena l’inferno. Nei momenti di calma apparente, capiamo da soli di essere prigionieri di una fobia, ma al momento di massimo terrore, incappiamo nelle sue trappole.

“Ma se noi che non abbiamo niente, stiamo così male, come reagiremmo se fossimo realmente ammalati?” e non abbiamo una risposta. Non sappiamo nulla e la paura ci soffoca al pensiero che possa succedere. Anzi, che succederà, perché prima o poi capita a tutti. E noi pensiamo che sicuramente capiterà molto presto.

Quando vediamo amici e parenti scherzare sui sintomi e sulla malattia, noi vorremmo morire dentro. Perché sappiamo che non serve la scaramanzia nella salute e nel destino. Perché vorremmo essere così anche noi. Invece non ci riusciamo e ci roviniamo la vita. Giorno dopo giorno, a nutrire questa fobia interiore, che ci mangia lentamente, che non ci fa godere niente del presente perché temiamo che possa finire se siamo troppo felici.

Noi che un mal di stomaco non lo imputiamo alla mangiata della sera prima.
Noi che quel fiatone durante la corsa è un sintomo che il cuore non vada come dovrebbe.
Noi che dopo quel giramento di testa, prenotiamo una TAC immediata.
Noi che cerchiamo di rassicurarci chiedendo informazioni, senza immaginare che stiamo solo fomentando i tentacoli dell’ipocondria.

Noi che vorremmo iniziare a vivere.

 

Prima che sia troppo tardi.
( la vocina nella testa, sapete…)

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IL PARANORMALE: scettici o sostenitori?

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Tutti noi, prima o poi, ci siamo ritrovati con gli amici a parlare di fantasmi. Seduti da piccoli in cerchio, o da grandi intorno ad un bicchiere di vino, ognuno di noi, ha sentito o raccontato storie che parlavano di paranormale. Solitamente sono storie che vengono raccontate e tramandate, di cui, in effetti, non si ha certa provenienza, più raramente si sente qualcuno che ha una storia vissuta in prima persona.

Sono sempre storie che includono vecchie case abbandonate, morti violente, quadri misteriosi, rubinetti che si aprono e passi trascinati durante la notte. Da piccoli ci hanno terrorizzati obbligandoci a dormire con la testa sotto le coperte, ma una volta cresciuti, siamo rimasti terribilmente paurosi o siamo ormai disincantati e non ci crediamo più?
Io ho sempre guardato con occhi ammiccanti il mondo del paranormale, tanto è vero che ho visto moltissimi video e letto tanti articoli. Purtroppo c’è sempre da tener presente che nel web girano un sacco di bufale e il 99% dei video che si vedono sono dei fake assurdi. Alcuni fatti anche molto bene, ma tant’è, tragicamente falsi.

Qualche anno fa, mi sono imbattuta in un docu-reality show chiamato “Ghost Hunters” che segue le vicende dei membri della TAPS (the atlantic paranormal society) in giro per gli Stati Uniti – in qualche puntata anche in Europa – durante le loro avventure nel paranormale. Come loro spesso dichiarano, non sono pagati per svolgere le loro investigazioni, anche se ad oggi, grazie ai palinsesti della televisione, credo ne abbiano tratto un adeguato compenso.

MA COSA FA UN INVESTIGATORE DEL PARANORMALE?

Prima di tutto, dopo aver ricevuto la chiamata, organizzano la squadra e partono alla volta del luogo “infestato”, dove incontreranno il cliente che spiegherà loro le cose strane che stanno succedendo nella sua proprietà. A volte sono case private, spesso sono luoghi pubblici, più raramente si sono imbattuti in ambienti militari, come vecchie basi e portaerei.
Dopo aver avuto un colloquio conoscitivo ed essersi fatti spiegare dove, quando e come avvengono gli strani episodi descritti, la squadra comincia a tappezzare il luogo con ogni tipo di attrezzatura possibile: telecamere, registratori, sensori. Spente le luci, inizia il vero e proprio salto nell’ignoto. Premetto che pur sapendo che si tratta di uno show, mi lascio sempre attirare dalle loro avventure e rimango convinta che ci sia qualcosa di vero. Magari viene accentuato per fare un pò di spettacolo, ma a volte, succedono davvero cose inspiegabili, perlomeno, per noi che siamo a casa ignari di tutto.

L’essere umano ha da sempre cercato delle risposte su “cosa c’è dopo la morte”. Per i credenti c’è una vita eterna, per gli atei non c’è assolutamente nulla. A me, spaventata dall’idea di morire, piace pensare che ci sia qualcosa, ma credo sia dovuto al fatto che ho paura che tutto finisca per sempre. Non voglio immaginare che in un attimo, sia GAME OVER. Forse perché avendo perso persone a me molto care, amo il pensiero che un giorno potremmo incontrarci di nuovo. Questo show mi aiuta a credere, anche se inconsciamente, che dall’altra parte ci sia l’esistenza di un nuovo mondo.
Spesso durante questo programma, si vedono ombre inspiegabili e si odono voci che sembrano arrivare da mondi lontani. Si percepiscono chiaramente delle risposte a domande poste e si sentono distintamente suoni surreali che sembrano avvalorare la tesi che qualcosa in quel momento, stia interagendo con i vivi.

Si potrebbero scrivere milioni di parole sull’argomento e sui metodi usati per la ricerca, sugli strumenti utilizzati e sul valore etico di questi esperimenti, ma io mi limito a far da spettatrice a quello che osservo (o per dirla da scettica, quello che vogliono farmi osservare).

Non ho mai avuto esperienze paranormali, ho provato a volerci credere, ma ogni fatto accaduto ha QUASI sempre avuto la sua spiegazione logica. A volte anche la suggestione fa da padrona nelle sensazioni e io non riesco a scindere le due cose: razionalità ed emozione. I Ghost Hunters, invece, cercano sempre una spiegazione logica ai fatti accaduti e solo dopo averle provate tutte, se il fatto si ripete, viene catalogato come “evento paranormale”.

Ci sono e ci saranno sempre tante discussioni tra chi ci crede e chi pensa sia tutto falso. Tra chi sostiene di aver visto e chi supporta la tesi dell’auto convinzione, ma io che sono ancora nel limbo tra il si e il no, voglio dare una possibilità a questo “universo ignoto” e tentare di capirci di più. Non avrò mai abbastanza coraggio per approfondire il discorso da sola e forse avrò troppo rispetto per rompere quel filo che tiene distanti i due mondi, non sono una professionista del settore e non mi inventerò di esserlo. Tante volte ho chiesto agli amici di provare a fare qualche esperimento, ma spesso sono la prima a non voler rischiare brutte esperienze. La cosa che mi lascia a volte scossa sul mio piccolo divano, è che per quanto io parli e dica, non credo che alla fine riuscirei davvero a gironzolare per corridoi bui, con l’ausilio di una piccola torcia, a far domande per attirare gli eventuali fantasmi presenti. Al primo rumore sospetto, probabilmente pianterei un urlo e scapperei a gambe levate…

Nonostante il mio NON Cuor di Leone, vorrei almeno una volta, provare a percepire l’emozione unica di un’esperienza paranormale. Pur spaventandomi, pur sapendo che nessuno crederebbe a quello che ho vissuto, sarebbe un evento in grado di cambiare le mie percezioni sul mondo che mi circonda.

Purtroppo, ancora oggi, qualcosa mi blocca.

Una sciocca paura di qualcosa che non c’è o un ambiguo timore di vedere davvero oltre?

 

 

Aggiornamento: non riuscirò mai davvero a buttarmi in sopralluoghi e avventure nel paranormale, se solo per scegliere la foto per l’articolo, ho dovuto chiudere un occhio e scacciare i brividi da tutto il corpo. E sono seduta alla mia scrivania. Ed è pieno giorno.

CHI HA PAURA DI VOLARE?

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Nonostante il mio amore per i viaggi e la scoperta del nostro pianeta sia così profondo in me, ogni volta che si programma una vacanza, ho questa fastidiosa sensazione di paura che mi pervade il corpo nel momento stesso in cui realizzo che dovrò salire su un aereo.

Non è sempre stato così. Viaggio in lungo e in largo da quando sono piccola e fino a qualche anno fa, ho sempre adorato salire su quei magnifici miracoli tecnologici. Guardavo gli aerei da terra e immaginavo quale potesse essere la destinazione, chi potesse avere la fortuna di essere seduto a bordo e il motivo del suo viaggio. Prendere un aereo è sempre stato un mistico e romantico ponte temporale, che ci ricollega ai vecchi romanzi di avventura. Poi, come sempre succede con l’avanzare del progresso, sempre più persone hanno iniziato a volare e ormai al giorno d’oggi, si è persa la versione poetica di quello che era un viaggio aereo ed è diventato un gesto abitudinario quasi come salire su un treno.

Fin da piccina, una volta salita a bordo, mi godevo la preparazione al decollo, la spinta che ti faceva salire in alto, sopra le nuvole, lo spuntino servito da quelle impeccabili hostess, mi godevo il panorama mozzafiato e infine mi emozionavo per aver raggiunto la destinazione tanto desiderata. Ho sempre avuto un approccio così sereno che mi sembra quasi impossibile essere arrivata al mio comportamento attuale.

Cosa ha scatenato questa fobia e quando ha subdolamente incominciato a lavorare sulla mia psiche? L’unica cosa che ricordo, è che si è presentata la vigilia del primo volo che ho fatto con quello che poi sarebbe diventato mio marito. Secondo alcune ricerche che ho avuto modo di fare, la fonte scatenante potrebbe essere la paura di perdere qualcosa che si è appena conquistato. Magari in un momento felice, si ha il puro terrore che non possa durare per sempre e che prima o poi succeda qualcosa di brutto che ti privi di tutto: in quel momento l’aereo assume una responsabilità che non ha, diventando il fulcro della tua paura stessa. Tirando due somme, da non professionista, mi sento di dire che probabilmente per me è successo davvero in questo modo. Io per la prima volta ero davvero felice e in quel momento, l’aereo era ciò che poteva metter fine ad ogni cosa. Probabilmente, avessi dovuto prendere un treno, ora avrei intitolato questo pezzo con “chi ha paura di correre sulle rotaie?”.

Da quel momento, volare per me è un supplizio a cui mi sottopongo con forza e devo ringraziare che la mia voglia di viaggiare sia per ora, più forte della mia paura, altrimenti sarei limitata ai confini italiani. E a lunghe code in macchina. Che poi lo so. La macchina è a livello probabilistico più pericolosa di qualsiasi altro mezzo. Ogni volta le persone provano a dirmi che l’aereo è il mezzo di trasposto più sicuro al mondo: “sai quanti aerei volano ogni giorno?”, mi sento spesso chiedere. Eh, sì che lo so. So anche che gli incidenti aerei sono davvero una bassissima percentuale se si considerano le migliaia e migliaia di voli che transitano nei nostri cieli ogni giorno. “E se quell’aereo su un milione fosse il mio?” rispondo sempre. Nessuno (tranne me e i miei colleghi di fobia) pensa che il volo su cui sta salendo possa avere un incidente, eppure succede.

Ho provato con libri, video e training autogeno. Ho tentato di sentire musica rilassante, chiacchierare per non pensarci e chiudere gli occhi per tentare di dormire. Ma alla fine, al primo accenno di turbolenza, parte un panico interiore incontrollabile ed è solo perché ho ancora un minimo di filtro tra il pensiero e la parola, che riesco a trattenermi dal gridare “stiamo precipitando” in mezzo al corridoio. Ogni volta, stringo i braccioli fino a farmi male e maledico il momento in cui ho deciso di salire su quella “trappola infernale”.

Anni fa, eravamo in volo da Jackson Hole (Wyoming) verso Denver (Colorado) su un velivolo Delta. Una brutta turbolenza ci ha investito e l’aereo ha incominciato a ballare parecchio. Mio marito e miei amici ridevano e mi prendevano in giro per smorzare la pesante atmosfera, così io, per non sembrare sempre la solita lagna, facevo finta che andasse tutto bene. Tranne che per le mani viola a furia di stringere il sedile. Tranne anche per le lacrime che silenziose scendevano sulle mie guance nonostante mi sforzassi di simulare un sorriso tirato sul viso. Ammetto che in quel momento non ci stavo capendo più nulla e devo ringraziare la preparatissima assistente di volo che ha capito subito, con un’occhiata veloce al suo passaggio, che c’era un problema. Si è avvicinata e come se niente fosse ha iniziato a parlarci (soprattutto si rivolgeva a me) chiedendoci dove stavamo andando, di dove fossimo e quale fosse il nostro itinerario di vacanza. Io neanche mi accorsi di aver iniziato a chiacchierare con lei e dopo pochi minuti iniziammo la discesa per l’atterraggio. Uscendo le dissi quanto le fossi grata e la ringraziai dal profondo del cuore facendole i complimenti per come aveva gestito la cosa.

Quando prenoto un volo, mi faccio mille paranoie. “La compagnia è sicura? Quanti voli ha? Su che modello di aeromobile viaggeremo? No quella scartiamola, non mi fido. No i voli interni mi spaventano, non c’è un treno?”. Insomma, ogni volta un dramma e non voglio neanche stare qui a nominare la perfida coincidenza di trovarsi sempre di fronte programmi TV come “quei secondi fatali” o “indagini ad alta quota”. Insomma, già normalmente, la notizia di un incidente aereo è di per sé sconvolgente, quando poi si ha in programma un viaggio, niente ferma l’innesco di una serie di attacchi di panico con mille ripensamenti.

Un altro aspetto psicologico che mi sento di poter confermare nel caso della mia paura, è la sensazione inconscia di lasciare il posto sicuro, “casa mia”. Non fraintendetemi, non ho paura di andare in un posto nuovo, è il mio IO che parla per me. Io sono così entusiasta di visitare il mondo, eppure senza rendermene conto, questa fobia lavora ad un livello più profondo: il mio spauracchio di allontanarmi dal luogo protetto. All’inizio pensavo non fosse una ragione tanto plausibile, poi una professionista mi fece una domanda: “scommetto che hai più paura del volo di andata, piuttosto che del volo di ritorno”. Orca. Sì. Al ritorno ho meno paura. Diciamo che butto sempre la battuta:“è meglio cadere al ritorno, almeno mi sono goduta il viaggio”– in realtà, il mio IO, suggerisce inconsciamente che sto tornando a casa, nel luogo intimo e protetto. Ecco perché sono più tranquilla.

L’aereo è solo una scusa (il capro espiatorio) per una mia paura più profonda e prima riuscirò a capirlo, prima mi godrò questa parte integrante del viaggiare.

Soprattutto se, come previsto, il prossimo volo sarà di circa 12 ore. Temo che il gentil consorte e la mia amica stiano tramando di drogarmi a mia insaputa come succedeva a B. A. Barracus nella serie A-team…