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EBOOK O LIBRO TRADIZIONALE? LA PARTITA E’ INIZIATA!

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Avete presente quella bramosa sensazione di voler a tutti i costi un libro?
Beh, per quanto possa sembrare assurda, a me è capitato recentemente una sera di qualche settimana fa. Mi era venuto in mente un titolo e dopo aver cercato ovunque in casa, nonostante sapessi con certezza che quel libro io lo avevo da qualche parte, non sono riuscita a trovarlo. La prima sensazione è stata di disappunto, poi mi son detta che sarei uscita il giorno dopo a comprarlo. Invece no, perché come sempre quando mi metto in testa qualcosa, non c’è verso di levarmela di mente e quindi l’unico modo per poter avere quello che volevo, era scaricarmi l’applicazione del lettore Kindle per il mio smartphone e comprarmi la versione Ebook del mio tanto desiderato testo.

Così ho fatto. In un attimo avevo il libro che volevo. Non ero dovuta uscire, non avevo dovuto cercare per ore sugli scaffali e soprattutto non avevo dovuto aspettare l’apertura dei negozi il giorno seguente. Lì per lì, mi sono sentita una traditrice. Io che ho sempre detestato questa nuova tecnologia nel campo editoriale. Io che su questo punto avevo sempre discusso con chi provava a dirmi che un libro ormai era cosa vecchia.

Ignorando la sensazione di sentirmi stupida per aver dato battaglia all’Ebook,  ho incominciato, tutta felice, la mia lettura; intanto avevo il mio prezioso libro tra le mani, in seguito avrei potuto davvero capire se questa “cosa” avrebbe potuto funzionare con me.

L’applicazione Kindle per Nokia non è stata implementata ai massimi livelli, va detto. Le pagine si inceppavano, spesso al posto di andare avanti di una facciata, saltava a piè pari un capitolo intero e così mi trovavo costretta a cliccare avanti e indietro, a trovare le pagine perdute e buonanotte alla sacra lettura. Insomma, quello che un è un rito di assoluto piacere, si era trasformato in uno sclero totale. Naturalmente pur di finire il libro ormai cominciato, sono scesa a compromessi con la pazienza e dopo neanche due giorni, ho potuto archiviarlo come “letto e finito”. Dettaglio non trascurabile, ho ritrovato quasi subito dopo il libro che cercavo così ardentemente quella sera. Tipico.

La mia avventura nel mondo del libro elettronico, non si è fermata lì. Ho dovuto comprare una guida turistica che esisteva, solo in inglese, in quel formato. Sto  cercando ancora adesso di capire come fare a stamparlo: è impossibile da leggere, riferimenti a destra e a sinistra, link all’interno del fascicolo che se cliccati ti portano centinaia di pagine avanti o indietro, insomma una tortura. Non riesco a capire come si possa leggere un libro in condizioni così stressanti. Vuoi per l’applicazione che fa i capricci, vuoi perché io sono abituata a sottolineare e fare note a margine, io con questa novità proprio non riesco ad andare d’accordo. Parlando con gli altri, mi sono resa conto che è un mio limite, un’abitudine tramandata da anni e anni che faccio fatica a modificare e abbandonare.

Sono perfino nati dei dibattiti tra me e gli estimatori di questa tecnologia e anche se sospetto che siano lettori di fresca data, mi hanno dato degli spunti di riflessione dai quali però, il libro tradizionale, ne è uscito vincitore.

Parlavo prima del fatto che non sono dovuta andare per ore tra i labirinti delle librerie. Beh? Io adoro vagare per ore tra i ripiani zeppi di libri, è una della meraviglie che completano in sé l’esperienza di un nuovo libro. Annusare le pagine (sfioro il feticismo, lo so), cercare tra libri sepolti dietro la polvere, farti attirare da una copertina bizzarra: perdere tempo cercando il libro perfetto, partire con l’idea di comprarne uno ben preciso e poi tornare a casa con cinque o sei titoli sconosciuti. Volete mettere con la ricerca fredda e suddivisa per categorie di un catalogo multimediale?
L’unica parte in cui sono d’accordo con gli “Ebook-iani” è il vantaggio di poter avere un libro nel preciso istante in cui lo si desidera. L’assoluta immediatezza segna un goal per la versione digitale e riporta il risultato sull’1 a 1.

Il libro però non si incastra. Ok, a volte quando sei nel letto, lo pieghi e lo adatti alla posizione del momento, lo strizzi e lo stropicci. Ma non si inceppa mai. So che questa accusa potrebbe essere derivata da un malfunzionamento del mio dispositivo, ma tant’è, mi ha talmente fatto uscire di testa in quei giorni, che assegno un goal  a tavolino in favore del buon vecchio libro cartaceo.

La carta stampata, inoltre, non si scarica. Non è che stai leggendo tranquillo e di colpo tac, batteria scarica e il libro si chiude proprio sul più bello.  Altro piccolo difettuccio dell’elettronica e poiché mi conosco e SO (mea culpa) che non metto mai nulla sotto carica finché batteria non ci separi, mi ritroverei sempre con una  voglia matta di lettura e un libro spento.

Un ebook lo puoi portare ovunque. Perché un libro no? Ora, capisco che se ti vuoi rileggere tutta la divina commedia in dodici libri con parafrasi e commenti, verrebbe scomodo da infilare in borsa, ma un semplice libro, è nato per stare nelle borse. Credo di aver un libro dentro a quasi ogni borsa, per ogni evenienza. E anche questo so che potrebbe essere un ulteriore passo verso la mia infermità mentale conclamata, ma fate i bravi, cercate di capirmi. Inoltre un libro lo posso portare ovunque. Pensate alla spiaggia: non credo che un libro possa essere rubato mentre si è lontani a fare il bagno, mentre non sarei così sicura di lasciare un lettore ebook incustodito.

Purtroppo, devo dire che i libri tradizionali ancora oggi, costano delle fucilate mentre le versioni digitali costano parecchio, ma parecchio meno. Se come me, fate incetta in ogni libreria che visitate, vi ritrovate ad avere una fortuna stipata su mobili e scrivanie. Altro tasto relativamente dolente (perché io adoro una casa piena di libri), è la mancanza di spazio utile che col tempo si deve affrontare. Libri sul comodino, libri sulla scrivania, all’entrata, nelle librerie, nei mobili in sala, in scatoloni ancora da sistemare, in garage su altri ripiani, in macchina (sì, anche lì ne ho): insomma un delirio di copertine colorate che invade ogni angolo del focolare. Con l’ebook questo “problema” non esiste: i libri sono tutti archiviati nello stesso posto, facili da trovare e difficili da smarrire.

Sfogliare le pagine vs strisciare il dito. Dai, non si può sentire. Scegliere un segnalibro e metterlo tra i fogli quando è arrivato il momento di chiuderlo vs  cliccare con il dito sull’angolo dello schermo. No, orribile.

La partita è finita, per me non c’è stata storia fin dall’inizio. Dirò per sempre addio alla versione digitale? No, per mio carattere, non escludo mai a priori una possibilità. Diciamo che la mia preferenza rimane sulle gialle, ruvide e profumate pagine vere, ma non chiudo la porta in faccia a qualcosa che potrebbe tornarmi utile nel cuore della notte.

La cosa più importante non è scegliere quale formato preferire o quale modalità di lettura sia la più giusta. La cosa importante è leggere. I libri sono il nostro patrimonio, insieme ai viaggi, sono l’unica cosa che compri che ti fa sentire più ricco e dio solo sa quanto bisogno di libri ci sia in questo paese. Spesso girovago nei forum su internet. Non mi capacito di come sia potuta cadere così in basso la nostra lingua: una serie inenarrabile di orrori grammaticali e parole abbreviate che sembrano il risultato di una mente perversa.

Ma questa è un’altra storia -cit.

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LA DOMENICA ALLO STADIO (il tifo di una bambina diventata adulta)

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Ti ricordi com’era, la domenica allo stadio? Già il sabato notte non riuscivi a dormire, eri emozionata, agitata, non vedevi l’ora e quindi provavi ad addormentarti in fretta, perché più velocemente il sonno arrivava, altrettanto velocemente giungeva il risveglio.

E allora via ad addobbarti di sciarpe e bandiere, qualsiasi cosa potesse far vedere a tutti che tu stavi andando allo stadio. A seguire la tua squadra. A sostenere i tuoi colori.

Il papà, ormai abituato, non aveva fretta di partire da casa, perché “già aspetteremo tanto là, è inutile arrivare ore prima”. E invece tu facevi i capricci, pretendevi di partire prestissimo, volevi subito essere presente, anche fuori dai cancelli, ma volevi esserci. In autostrada guardavi tutte le macchine nella speranza di individuare qualche tuo fratello tifoso e di scambiare dei cenni di saluto.

Poi c’era lui. Enorme, affascinante, immenso: lo stadio. I ricordi ti riportano ad allora.

Senti già in lontananza qualche coro , il profumo delle bancarelle alimentari. Tutto è tempestato e pieno di quei colori che ami così tanto.

Camminando hai paura che quella giornata finisca troppo presto, vorresti che durasse un’eternità. Poi entri e vedi l’erba verde brillante, gli spalti che piano piano si riempiono. Ti godi ogni coro, lo urli a squarciagola, cerchi di individuare i tifosi ospiti e speri che non si siedano vicino a te, non vuoi che il papà litighi per colpa tua…

In un attimo, inizia la partita, dimentichi tutto quello che ti è successo in una settimana perché per quelle due ore, ci siete solo tu e lei, la tua squadra. Esulti, ti arrabbi, piangi, gridi e ridi. Poche cose nella vita danno tutte queste emozioni insieme, “si cambia moglie, si cambia fede politica, ma la squadra del cuore, quella no, quella non cambia mai”.

Avete vinto, avete perso o pareggiato, si ritorna alla macchina, si parlerà di questa partita per tutta la settimana. La ricorderai per un po’, fino alla prossima volta, dove daccapo, farai tutti questi piccoli grandi gesti che piano piano diventano automatici ma che non perdono quel calore che ti trasmette.

E quelle domeniche in cui giocavano in trasferta, quelle dove eri troppo piccola per farlo, per chiederlo, ma lo hai pensato e lo avresti voluto. E allora non importa, mentre tutti i ragazzini erano in discoteca con gli amici, tu eri a spasso con la radiolina e la tua sciarpa, per sentirti anche da lontano, vicino a chi era là.

Poi crescerai. Incomincerai ad andarci da sola allo stadio. Come quella prima volta a 14 anni in cui a momenti a tua madre veniva un infarto dalla preoccupazione. La sua bambina da sola con il pullman e si continuava a chiedere “ma perché non ho una figlia meno scalmanata?” E tutte le raccomandazioni che neanche andassi nel Bronx di notte. E copriti, e non litigare, e non perdere il pullman… E tu che avevi il cuore gonfio di gioia, sapevi che non ascoltavi, la tua mente era già là. E nonostante le promesse fatte, scappavi in curva appena potevi. Dove c’era il vero tifo, dove potevi cantare e gridare tutta la partita, dove facevi parte di un gruppo.

E più crescevi, più aumentava quell’amore, non potevi farne a meno, dovevi esserci sempre. Cambiavi abitudini e compagnie, ma la domenica eri sempre lì.

Passano gli anni e trovi un lavoro che ti porta a far salti mortali per andare allo stadio, com’era facile quando eri bambina. Poi ti sposi, ma metti subito in chiaro che la domenica è sacra, ma non per la passeggiata sul corso; la domenica è ancora e da sempre solo vostra: tua e della tua squadra. Chi ti ama lo accetta e tu continui questo viaggio matrimoniale a tre, perchè chi sposa te, sposa anche i tuoi colori. E’ parte integrante della tua vita, non un vago passatempo.

La domenica allo stadio alle 15 era così familiare, così confortevole, come una morbida coperta. E invece adesso saltano i piani per un intero weekend. Non sai se sarà il venerdì, il sabato, la domenica o il lunedì. Puoi star certa che le vedrai tutte di sera. Prima il serale era una cosa grossa. Una partita di coppa, un derby. Era pura emozione. Adesso il pomeriggio lo vedi solo quando entri, perché quando esci è già notte. E via con il freddo, le ore piccole e il sonno che salta. Ma nonostante ci abbiano provato in tutti modi, tu dalla televisione non la guarderai mai. Tu sarai sempre sugli spalti. Non la tradirai così.

E poi ci sono quei momenti bui, quelle stagioni che proprio non vanno. E tu sei lì, con tutti gli altri a gridare la tua rabbia, a cercare di capire cosa non va anche se sai che non potrai far mai niente, se non… esserci per lei. La criticherai come un amante tradito, ma lo potrai fare solo tu, guai a chi te la tocca. Perché quella fede ti è entrata nell’anima e lì rimarrà fino alla fine e nessuno si potrà mai permettere di insultarla davanti a te.

La relazione tra un tifoso e la propria fede, è un po’ come quella tra due amanti di lunga data. Puoi litigare, puoi criticare, ti sentirai tradito, puoi addormentarti nelle emozioni e crederti ormai senza quella passione iniziale. Puoi passare momenti meravigliosi, sentirti invincibile e innamorato pazzo. Potrai addirittura arrivare a dire “basta, con te ho chiuso!” ma è solo un momento, sai benissimo che non succederà mai e che tu ci sarai sempre. E che lei sarà sempre nei tuoi pensieri. E’ un amore incondizionato, va oltre al pensiero umano, non si può spiegare e solo chi lo prova è in grado di capire. Ed è per questo che sei ogni volta in quello stadio, con i tuoi amici, con le compagnie che col tempo si creano. Perchè è insieme a loro, insieme a quelli che davvero capiscono, che ti senti vivo.

Passano ancora altri anni, sei adulta ormai e quando allo stadio vedi una bambina, ripensi a questi ricordi e le auguri di poter provare le stesse emozioni crescendo anche se il mondo del calcio è inesorabilmente cambiato. Il tifo ha subìto grosse e inutili restrizioni, la televisione si è insinuata violentemente e i calciatori…

I calciatori ormai sono degli dei che raramente distolgono lo sguardo dal loro olimpo. Non si rendono conto che se sono lì è grazie a gente come te, che ogni maledetta volta è al loro fianco a sostenerli. Gli stipendi sono diventati spropositati e loro sembra che ti facciano un favore a scendere in campo, come se non dovessero neanche provare a sudarsi uno stipendio. L’appartenenza alla maglia è tragicamente una memoria lontana. Trasferimenti da una squadra all’altra, magari squadre rivali, un tempo impensabili, ora sono all’ordine del giorno. Non ci si rende neanche più conto di quello che significava giocare per quei colori, appartenere fisicamente e psicologicamente a quello stemma.

Se loro capissero, se solo si sforzassero di capire cosa realmente vuol dire per noi tifosi questa fede. Se provassero almeno una volta a mettersi nei nostri panni, nei nostri sacrifici, nella nostra gioia o nel nostro dolore, se davvero, per un solo, unico istante riuscissero a comprendere il valore e la fortuna che hanno ogni santo giorno e ci mettessero la metà dell’impegno che ci mettiamo noi…beh saremmo tutti vincitori.

Nessuno mi ha obbligato a seguire questa passione, perché soffrire tanto e farsi il sangue avvelenato per undici che tirano calci ad un pallone, potreste ribattere.

Già, sarebbe così semplice. Ma non ho scelto io di amare così intensamente questa squadra, è successo e basta e adesso non ci rinuncio. Mi terrò stretti i ricordi, stringerò i denti per i futuri insuccessi e mi armerò di pazienza nei momenti no, perché per questa storia d’amore, anni fa, ho pronunciato il mio Sì.

Finché morte non ci separi.