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Quel giorno che non scorderò mai, quel giorno ad Hiroshima

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Quando ho programmato il viaggio in Giappone, sapevo da subito che anche a costo di allungare le tappe, avrei voluto vedere con i miei occhi quella città della quale tanto si parla sui libri di scuola: Hiroshima.

E alla fine quel giorno arrivò. Ricordo che era un giorno un po’ nuvoloso, quasi come a ricordare gli eventi di 70 anni prima. La città ad un primo impatto però, sembrava diversa da come l’avevo immaginata. Forse perché nella mia mente, l’avevo vista grigia, spoglia e deserta. Tutto il contrario. Era viva, luminosa e colorata. Quasi come a voler urlare al mondo che lei era andata avanti, nonostante tutto,  e che come una fenice era risorta dalle sue stesse ceneri.

Eppure.
Eppure il sentore di trovarci in un posto diverso da tutti gli altri,  era dentro di noi forte come un pugno. Osservando le persone intorno, non potevo fare a meno di pensare che la maggior parte di loro probabilmente, non aveva mai avuto dei nonni. Guardando gli anziani camminare per strada, mi chiedevo se l’avevano vissuta, la bomba.

Il Museo della Memoria si trova in una piazza enorme, fiorita ed adornata da una maestosa fontana.
Quel giorno non siamo soli e con noi una grande scolaresca chiassosa che forse, data l’età, si preoccupa più di scherzare con gli amici che di assaporare davvero quello che stanno per vedere.

Pelo sullo stomaco, lacrima pronta e tangibile emozione, siamo pronti ad immergerci negli ultimi istanti di quella città perduta.
Non ho fatto neanche la metà del percorso nel quale siamo stati introdotti dalle guide audio disponibili rigorosamente in tutte le lingue possibili, che già avevo un nodo gigantesco alla bocca dello stomaco.
Le immagini di quelle vite spezzate all’improvviso, i resti di ciò che è rimasto e la storia della vita di alcune delle vittime, hanno preso il sopravvento e neanche dopo 10 minuti stavo lì in un angolo a piangere.
Qualche giapponese mi ha guardata curioso. Chissà, magari ha pensato che fossi un’americana con forti sensi di colpa. Che poi, da amante del popolo a stelle e strisce, se fossi un’americana, io neanche avrei avuto il coraggio di farmi vedere nell’intera provincia di Hiroshima, figuriamoci al museo.

La visita continua tra i filmati originali e la riproduzione di quello che deve essere stato il momento più crudele e doloroso della storia di una intera popolazione.
Scarpine bruciacchiate, foto di resti umani neanche riconoscibili, terra bruciata per chilometri e chilometri e residui da toccare con mano, per capire.

Alcune teche racchiudono oggetti ancora radioattivi tanto che ogni postazione ha degli appositi geiger per constatare di persona l’alto tasso di radiazioni ancora presenti.

Il percorso si affaccia poi sulle gru di carta colorate. Gli origami di Sadako Sasaki che ti colpiscono al cuore come una freccia avvelenata di speranza.

E poi ancora, la Cupola.

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Il punto d’impatto della bomba bastarda. Quell’edificio che rimane, diroccato e ridotto a scheletro ma che, imperterrito e fiero, svetta ancora come simbolo di ribellione.

Un corridoio lungo ci conduce alla zona delle firme. Un piccola firma che chiede al mondo di abolire le armi nucleari.
Un firma che mai ho messo con così tanta convinzione. Perché solo chi ha visto il danno, la morte e ciò che ne rimane, può spiegare il vuoto che si prova dentro. Una rabbia ed un rammarico che solo a causa di un lutto si prova così intensamente.

Poi il negozio dei souvenirs. Un piccolo spazio per contribuire alla manutenzione del museo e del sito storico. Non potevo passare oltre. Anche un piccolo contributo è un passo avanti per non dimenticare. Una maglietta con gli origami di Sadako. Semplice. Nera. Economica. Ora la guardo e vedo ancora quella sofferenza.

Una sensazione talmente intensa da lasciarti stordito per qualche ora.
Cavoli, Hiroshima, mi hai colpito, commosso, affascinato ed insegnato una storia.

Una storia da raccontare. La tua. La tua versione. La tua ribellione.

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