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Maleducazione e scarsa professionalità: BUROCRAZIA CONTRO IL CITTADINO

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Pensavo di aver maltrattato la burocrazia italiana. Pensavo di averne parlato male e pensato peggio. Invece quando sono andata a rifare il passaporto elettronico, ho scoperto che la procedura della prenotazione per evitare inutili code, funzionava. Eccome. Quindi in quattro e quattr’otto, ho risolto la pratica con velocità e senza troppe menate.

Ma mai dire mai.

E’ arrivato il momento di andare a ritirare in comune il fatidico passaporto e bella fresca ci vado con tutto l’entusiasmo del mondo.

“Ma, mi scusi, è normale che la foto sia così?”

Una bella riga blu in pieno fronte. Già la foto, fa schifo di suo (non sorridere, niente frangia, con mia rassegnazione, un risultato deprimente, ma tant’è), ora ha anche un fantastico scarabocchio che mi fa assomigliare ad un’attempata Pocahontas.

La ragazza del comune non sa che dire, mi da il numero della questura di Novara.

Prevedo un disastro. Senza dubbio uno sbattimento inenarrabile a mie spese.

Magari, mi dico, te lo rifanno e ti chiedono scusa.

Compongo il numero, e già nel momento in cui mi rispondono, capisco di avere davanti un problema. Buongiorno, buonasera, mi dica: nulla di tutto ciò, silenzio assoluto anche in risposta al mio educato saluto. “Cazzi acidi, questa è già sclerata di suo”.

Espongo il problema dicendo che il passaporto probabilmente è inutilizzabile.

“Signora, dal telefono cosa ne so, venga qui che vediamo”.

“Sì, ecco. Il problema sono i 50 km andata e ritorno che mi devo fare, che già ho fatto una volta e che volevo evitare ulteriormente”

“Mica è colpa nostra se abita lontano”

“No, ma mica è colpa mia se avete fatto un lavoro fatto male”

“E’ ancora da vedere di chi è l’errore”

“Mi scusi, ma mica l’ho stampato io a casa

“Non so cosa dirle (odio questa formula, ti mandano a cagare dietro a questa frase), sarà stato un errore di stampa, mica mio”

“E senza dubbio neanche mio. Ma se la stampa viene male, di chi è la colpa? Sta davvero incolpando la stampante? Non controlla nessuno prima di spedire?”

“E’ già tanto che le abbiamo fatto il favore di spedirlo, se veniva a ritirarlo, lo controllava”

“A parte che la spedizione è una pratica, non un favore, ma quindi adesso è colpa mia? Mi scusi ma può cambiare il tono? Oltre che il danno, la beffa”

“E’ lei che deve cambiare il tono,  se le interessa il passaporto venga e rifacciamo”

“Sì carino il ricattino sottile che sottintende che ho bisogno io e non il contrario, ma mi interessava anche la prima volta che sono venuta, almeno capisce che è un problema che avete creato e che ve ne state praticamente fregando?”

“Noi non abbiamo creato nessun problema, sarà stata la stampante (!!!), torni qui e rifacciamo”

“Quindi devo anche aspettare ancora?”

“Eh certo, ma insomma cosa vuole che le dica per telefono senza vedere il passaporto, gliel’ho detto, deve venire e basta”.

La telefonata è finita con un mio epiteto non gentile e con una cornetta che ho chiuso dal nervoso.

Non mi aspettavo rose e fiori. Ma non mi aspettavo così tanta maleducazione, un tono così arrogante che se non fossi stata così sicura di me, avrei pensato di aver scarabocchiato la foto durante un attacco di psicosi.

Non mi piace la maleducazione e mi dispiace di esserci caduta con tutte le scarpe dentro. Purtroppo la mia è stata una reazione di difesa. Ti senti come se lottassi contro un mulino a vento. Tanto hai bisogno tu, cazzi tuoi. Tanto gli errori te li devi smazzare tu, cazzi tuoi. Tanto a noi che ci torna? Chi si deve sbattere sei tu. Non solo. Il tutto condito da un tono accusatorio, accondiscendente e ironico. Un minimo di empatia per il disguido creato, sarebbe stato plausibile. Io ho lavorato per anni con il pubblico. Mai mi sono permessa di reagire così. Anche se l’errore fosse stato del mio diretto interlocutore. Figuriamoci se l’errore fosse stato nostro.

Non tollero che questi personaggi nascondano la mancanza di professionalità e la loro supponenza dietro all’intricato iter che snerva il cittadino. Tanto tu non puoi reagire, tanto tu devi subire. In un altro posto di lavoro, chi ha fatto l’errore, avrebbe pagato le conseguenze. In ambito statale, no. Un muro di gomma contro cui rimbalza il povero malcapitato. Dagli uffici, ai tribunali, dalle questure alle agenzie delle entrate.
Vuoi qualcosa? Inseguici. Vogliamo qualcosa noi? Ti prendiamo quando vogliamo.

Ora dovrò, con armi e bagagli, ritornare in quel surreale ufficio, probabilmente segnata dal fatto che ho “OSATO” ribattere alla loro superficialità lavorativa, e sperare che non si vendichino creando appositamente ulteriori disagi o ritardi.

Capito? Uno prova a far valere i propri diritti e le proprie ragioni, e l’unico pensiero che poi ti viene in mente è che quegli incompetenti si rivalgano dall’alto (basso) della loro presuntuosa posizione.

 

 

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