Archivi categoria: vivere

La nuova, vecchia moda del Victim Blaming

E’ tornata di moda, o forse, non è mai andata via.

La cosa peggiore è che ci conviviamo da sempre e a volte sembra anche normale.

Sto parlando del Victim Blaming, la colpevolizzazione della vittima.

Non so quando mi si siano effettivamente aperti gli occhi, ormai ero abituata anche io ad aspettarmi un discorso del genere.

Mettiamo il caso. Una ragazza viene stuprata di notte in periferia. La ragazza tornava da una festa. Buttiamo un carico da novanta: la ragazza era magari stata vista bere durante la serata.

Un ragionamento normale, civile e sensato, porterebbe tutti a capire quanto sia ancora difficile per le donne uscire di casa in totale tranquillità.

Eppure.

Eppure niente da fare. Basta leggere i commenti nei vari social network o conversare con le persone fuori di casa per accorgersi di una spaventosa tendenza. La colpa è della vittima.

“Una che va in giro di notte se le cerca”.

“Bevi, provochi e poi ti lamenti”.

Capite? Il violentatore di colpo è sparito dalla lista dei sospettati. Lui è un uomo e si sa, gli uomini quando provocati reagiscono. Fa niente se tu dici no. Se indossi la minigonna lo stai tentando ed invitando. Cosa c’entra che tu abbia urlato con tutta la voce un no grosso come una casa. Se hai bevuto e magari hai flirtato con lui durante la serata, è il minimo che ti possa succedere. Provochi, sei una troia, ti vesti succinta e vai in giro di notte.

La cosa che mi fa sorridere è che spesso, le stesse persone che sputano sentenze di questo tipo, sono quelle che disprezzano il mondo arabo per l’incivile maniera con la quale trattano le loro donne.

La cosa invece che mi fa più schifo, è che molti di questi sprezzanti ammonimenti arrivano proprio dalle donne stesse. Come se fossero sempre in competizione. Una competizione triste e becera nella quale devono spiccare per il loro essere sante e pure. Puntare il dito contro quella donna che magari ha il coraggio di uscire da sola. Perché nel 2015 ci vuole coraggio, a quanto pare. Una donna che vive la propria libertà sessuale nella totale consapevolezza di poter gestire le sue relazioni come meglio crede. E invece viene demonizzata. Loro, le sante, le scagliano la pietra del disonore. Lei, la puttana che la da a tutti. E non si soffermano a pensare che se anche fosse vero, sarebbe solo affar suo. Perché non puntano le loro dita accusatorie e crepate dalla malignità contro quegli uomini che tanto sperano di colpire con le loro frasi ad effetto?

Spiccare tra le altre. Voler far capire a tutti gli uomini presenti che le donne vere hanno ancora dei valori. Eh già, loro, le brave donnine di casa che mai si sognerebbero di trovarsi in periferia di notte. Perché naturalmente non basta vivere in un paese considerato civile per essere libere e sicure. No. Se esci di notte da sola, alla fine, un po’ te lo meriti.

Le frasi sottovoce. Le dita che indicano e le bocche che si contorgono. La colpa è sua.

No, proprio non le tollero. Sembrano in fila per essere applaudite da quegli uomini che per come la pensano, potrebbero violentarle il giorno dopo solo perché a loro gira così. Eppure, sono tutte lì a prendere le difese del mostro e come nel passato, pronte a mettersi in cerchio per schernire la vittima.

Altro che maschilismo bieco. La donna maschilista è forse addirittura peggio.

Colpevolizzare la vittima sta diventando un fenomeno sempre più diffuso. Dobbiamo addirittura cercare un termine inglese per trovare dei riscontri. Il Victim Blaming è da sempre materia di studio e movimenti per la donna cercano in tutto il mondo di contrastarlo e combatterlo.

In Italia non esiste un termine effettivo. Quasi non si conosce questa dicitura, segno che è talmente normale da non dover essere investigato.

Una donna dice no. Non importa se ha il bikini, se son le tre di una notte buia o se ha scherzato con il mostro per tutta la sera. Ha detto no.

Può essere incosciente, sovrappensiero e temeraria. Quello forse. Ma la colpa non è mai sua e chi commette una violenza DEVE pagare. E chi la subisce DEVE ricevere solidarietà.

E tu uomo, che pensi che sia la tua natura provarci ed andare fino in fondo, mi fai schifo.

Se non hai potere di autocontrollo sui tuoi istinti, sei una bestia.

Sei un pericolo per la popolazione, per tutti. E se hai bisogno di violentare una donna per averla, sei ancora quanto di più sfigato e patetico possa esistere su questo pianeta.

Scommetto però che su una cosa voi giudici e giustizieri sareste tutti d’accordo.

Ipocrisia, razzismo e chiusura mentale.

Se lo stupratore fosse stato straniero, allora…ALT. Tutti in piedi a gridare allo scandalo.

“Dobbiamo proteggere le nostre donne, ci vuole la pena di morte”.

Che cambio repentino di vedute.

Un italiano può stuprare se lei è la provocatrice satanica che lo tortura seducendolo nelle sue fantasie morbose. Se è straniero, invece che diritto ha?

Priorità strane, le vostre.

Uno stupro è uno stupro. Neri, bianchi, gialli. I violentatori devono pagare. Tutti.

E piantatela con quei vostri modi di salvarvi la coscienza.

“… non dico che sia giusto MA…”

“… non dovrebbe succedere MA…”

MA COSA?

Sempre le attenuanti. Sempre le scusanti. Sempre rendere ridicola la vittima attribuendole colpe che NON ha.

Che non vi capiti mai, che non dobbiate mai lottare anche contro alle dicerie, oltre che alle ferite fisiche e psicologiche di una violenza sessuale. Che non vi capiti mai di dover difendere la vostra libertà personale e dover anche leggere e sentire che in fondo, se vi hanno violentato, tutto sommato chissà cosa avrete combinato per meritarvelo.

Annunci

Amore: aforismi e poesie

IMG_1740

“Se l’amore non ti ha mai fatto commettere qualche piccola follia, vuol dire che non ha mai amato.”
– Shakespeare

“Mentre la baciavo, con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso, mi fuggì.”
– Masters

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.”
– Hesse

Drammaturghi, poeti, musicisti e scrittori. Tutti loro nella storia, hanno speso chilometri di carta e litri d’inchiostro per raccontare l’amore. Lo hanno raccontato come una penitenza struggente, un dono emozionante e travolgente. Qualcosa che ti spezza il fiato, annulla i pensieri e le azioni non hanno più un padrone.

Leggende, storie, miti. Le tragedie più famose raccontano amori non corrisposti, amori contrastati e amori che durano per sempre.

Anche la filosofia, naturalmente, ha trascorso secoli cercando di capire e di spiegare l’amore.

“Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non vi era distinzione fra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale, torna all’antica perfezione”.
– Platone, simposio sull’amore.

Se sfogliamo il libro delle poesie d’amore di autori famosi, capiamo quanto nessuno di noi, neanche il più stoico ed imperturbabile personaggio, possa essere sfuggito alla dolce tortura dell’innamoramento.

Poesie struggenti, richiami d’amore disperati, serenate scritte con inchiostro roseo, uomini e donne persi dentro la magia di un sentimento così persistente e così profondo.

“Uno sguardo dai tuoi occhi nei miei,
un bacio dalla tua bocca alla mia;
chi come me ne sa qualcosa
può ancora in altro trovare gioia?
Lontana da te, separata dai miei,
i miei pensieri girano in tondo,
e sempre tornano a quell’ora,
quell’unica ora; e piango.
Poi d’improvviso si secca la lacrima;
il suo amore, penso, raggiunge questa quiete,
e tu non dovresti spaziare lontano?
Senti come sussurra questo soffio d’amore,
l’unica mia gioia è il tuo volere.”
– Goethe

“Ma il cuore non ascolti le ragioni
Questo nostro amore, vita mia
lo prospetti felice
destinato a durare per sempre.
Dei del cielo, fate voi che lei dica il vero,
che lo prometta sincera e dal cuore,
che si possa per tutta la vita
mantener questo patto inviolabile.”
– Catullo

In ogni fiaba, in ogni storia raccontata, in ogni film, in ogni libro, l’amore persiste radicato a fondo nelle trame.
L’amore ci completa, ci dà speranza, ci sprona e ci sostiene.
Ci tiene per mano, ci punisce, ci logora e ci sfinisce.

“L’amore chiede tutto, ed ha il diritto di farlo.”
– Beethoven

I video più divertenti che abbia mai trovato su Youtube

Salve ragazzuoli, settimana assurda tra influenza, lavoro e cazzimazzi, quindi per farvi sorridere un po’, ho deciso che invece di un post semiserio, vi avrei proposto una serie di video che da sempre mi sono rimasti impressi per le risate che mi hanno suscitato.

Buona visione!

Oh, come non iniziare questa rassegna con la versiona satanica del mago Otelma. Abbiate pazienza, il video arriva da un vecchio vhs e anche se l’audio slitta e l’immagine a volte salta, vale davvero la pena di gustarsi questa spassosa/orrenda scenetta. Notare che l’ideatore dello scherzo è ancora vivo e vegeto e ogni tanto aggiorna gli utenti del Tubo per rassicurare tutti. Guardatelo e capirete perché!

Anche se non capite l’inglese, seguite il video perché riderete anche se è una lingua sconosciuta per voi. Per abbreviare i tempi, andate pure al secondo 0.30, da lì in poi, sarà difficile non ridere di gusto!

Piccola vendetta contro quelle splendide creature che sfilano altezzose nei loro 40 kgs bagnate: al di là della caduta in sé che già fa ridere di suo, la parte migliore arriva dal giornalista americano, che senza ritegno e remora non prova nemmeno a trattenere il ridere in diretta tv!

Ok lo ammetto: guardo American Idol, ma solo le audizioni. Non so se adoro di più Simon nel suo essere così’ antipatico o la dolce Paula Abdul che spesso si sente in dovere di nascondere il suo disgusto… ma queste sono le migliori audizioni mai registrate prima. And the winner is… Isadora, la numero 8, lei è la mia preferita

Dai filmati si capisce che questi simpaticoni girano in Italia… Io probabilmente sarei schiattata d’infarto secco, ora forse sapendolo, potrei anche stare al gioco. Ho detto forse. Bisogna vedere il contesto, voi che reazione avreste?

Ebbene sì, qui serve un minimo di inglese per capire meglio il vuoto totale che ci deve essere nella testa di sta benedetta ragazza.

Lei è spaziale. Una donna coi controcoglioni e un’infinita ironia. Sottotitoli alla mano, godetevi lo show di questa ragazza americana che racconta la sua vita da disabile in un modo tutto suo. Grande Ragazza, così si fa!

Ok questo potrebbe sembrare noioso. In effetti un po’ lo è pure. Ma guardate il contesto ed è quello che farà ridere. In 10 minuti, il tizio in questione ha bloccato la via del paese creando un ingombro. Sembra la scena di un film, perché ad un certo punto arrivano altre macchina, poi un corteo di moto ed infine pure una processione: tutti fermi per il signore che non riesce a far manovra.

Ami-nemiche: che carine! O_O

Ed eccoci per il breve riassunto delle novità di questa settimana. Evitando di parlare di cose ormai trite e ritrite (e certo, avendo deciso per il post al venerdì, che vi dico a fare una notizia vecchia e letta mille volte?) questa rubrica svolgerà il ruolo di “SCOVANEWS” più irriverenti e strane prese dal web.

Il papa degli ombrelliHa fatto notizia ( e io non riesco per quanto mi sforzi a capirne il motivo) il gesto umanitario (?) di Papa Francesco che preso dalla carità verso tutti i senzatetto di Roma, ha deciso di donare a queste persone sfortunate ed infreddolite, un carico di ombrelli per dar loro modo di proteggersi dalla pioggia. Gesto che mi lascia perplessa, oltretutto per il fatto che gli ombrelli erano di tutti quegli sbadati turisti che hanno dimenticato tali oggetti durante le visite in Vaticano. Ora, pur apprezzando il regalo, credevo che tali atti “eroici” non solo fossero scontati, ma dovessero pure contenere donazioni un pochino più consistenti. Cibo, acqua, rifugi. No, signori. Ombrelli. Ombrelli usati. E che lodi per tale impresa!

foto: wikipedia
 foto: wikipedia

Trambusto su un volo Korean Air partito da New York per Seoul. La per-nulla-viziata figlia del mega iper presidente della compagnia aerea coreana (sì, quello con le sedie in pelle umana)  è entrata in modalità sorellastra di Cenerentola, quando a suo dire, durante il rinfresco in prima classe, le sono state servite in maniera sbagliata delle … noccioline. Secondo i testimoni, la pacata rampolla 40enne, tra l’altro vicepresidente Korean Air (e vi risparmio cosa si dice in rete per questa qualifica) addetta alla qualità di servizio, deve aver preso troppo sul serio la sua posizione, perché non solo non ha gradito il servizio degli assistenti di volo, ma pare che abbia fatto inginocchiare il colpevole e lo abbia ripetutamente colpito in testa con il manuale facendoglielo ripetere a memoria davanti a 250 passeggeri. Passeggeri molto incazzati, con lei, però. Perché in tutto questo show, ha fatto ritardare l’aereo di parecchio. E qui potremmo aprire una parentesi dedicata alle priorità di questa tipa= noccioline vs volo in orario…
La gentil signora, avrebbe persino preteso che il comandante facesse retrofront (erano ancora a spasso per il terminal) e tornasse al gate per licenziare in tronco l’addetto e farlo scendere. Il comandante ha fatto lo gnorri e seppur con ritardo il volo è partito. Voci dicono di aver visto uno steward con una lettera A rossa ricamata sulla divisa.
Fossimo in Italia, la vicenda si sarebbe conclusa così: tra le nostre angherie, le scuse della compagnia e migliaia di commenti riprovevoli e pure un poco incazzati. Per fortuna la vicenda si è svolta all’estero e per la felicità di tutti noi, (si sa noi plebe facciamo comunella contro i capricciosi nobili)  la signora è stata ARRESTATA per violazione delle norme sulla sicurezza in volo. Una soddisfazione? Certo, vederla cadere a terra mentre si passa una notte in gattabuia dà le sue porche soddisfazioni.
Ah e per chi se lo chiedesse, il licenziamento poi c’è stato davvero, purtroppo.

amanda

Tra poco si ritorna in aula per l’ennesima e si spera ultima sentenza sull’omicidio di Meredith Kercher. Ovviamente siamo tutti particolarmente toccati da questa vicenda, ma sono quasi certa che la domanda che ci stiamo ponendo sia: MA LA CARA AMANDA VOLATA COME UN CONCORDE VIA DALL’ITALIA, TORNERA’ MAI QUI SE FOSSE DICHIARATA COLPEVOLE?
Mais NON, mes amis! Non credo, e voi?
Spalleggiata e ampiamente idolatrata da molti personaggi influenti, tra cui la Clinton, crediamo che Amanda non si sogni nemmeno lontanamente di varcare l’uscio del suolo statunitense, figuriamoci entrare in territorio verdebiancorosso. Sono andata a leggermi un po’ di commenti nei vari giornali USA e devo dire, che nonostante pensino che la giustizia italiana sia una chiavica (e ti do torto mo’?) sono quasi tutti favorevoli all’estradizione della bella fanciulla. Fanciulla che ad oggi, ha scritto un libro, flop che di più non si può, ma che le ha comunque fruttato un bell’assegno di 4 milioni di dollari. ESTICATZI. Oltretutto ora, è una giornalista per una rivista di Seattle con buona pace di chi si fa un culo così per trovare lavoro. Chissà se alla bella americana verrà ogni tanto in mente il suo italian boy, colui che alla fine, se butta male, pagherà per entrambi, l’amletico Stasi?

fired

Trovare lavoro ( se non sei una probabile assassina) oggi giorno diventa sempre più difficile, ma anche per i datori, a quanto pare, trovare una persona non del tutto idiota, si sta rivelando altrettanto arduo.
E’ vero, la liberta di stampa nel mondo sta precipitando, ma certe persone dovrebbero imparare che la libertà di parola ha un prezzo. Sbandierare su twitter che l’indomani avresti iniziato quel “Cazzo di Lavoro” , potrebbe essere anche considerato uno sfogo personale e non punibile, ma se non hai ancora neanche iniziato e ti sei pure dimenticata di aver aggiunto il tuo datore tra i followers, tu sei scema. Un po’ eh? Però lo sei. Ora, licenziata in tronco e qui sopra vedete la risposta dell’ormai ex-quasi-datore di lavoro, ci sono due correnti di pensiero. Una, secondo la quale, se una è così incazzata con un lavoro che deve ancora cominciare, non se lo merita. La seconda teoria, punta sul diritto d’espressione, ovvero, saranno cazzi miei quello che scrivo in privato, dove per privato intendo tra me e i miei 250 mln di followers? Intanto che decidete da che parte stare, sappiate che il botta e risposta è diventato virale e la tipa è ormai più famosa della farfalla di Belen. La farfalla però purtroppo per noi, durerà per sempre, mentre la signorina in cerca di occupazione, sarà sull’onda del successo mediatico giusto il tempo di trovare un tweet peggiore del suo.

UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO

Poniamo che tu abbia così tanti soldi da poter visitare il mondo nel lusso più sfrenato, quanto ci metteresti a far le valigie?

Ma così è troppo facile. Poniamo invece che tu abbia tempo illimitato ma un budget ridotto. Quanta comodità sei disposto a sacrificare pur di girare il pianeta in lungo e in largo?

Sto leggendo un libro in questi giorni, Lost Girls, che parla di una storia vera nella quale tre ragazze, libere da ogni impegno lavorativo (leggi=licenziatesi di spontanea volontà) pianificano di girare il globo nel corso di un anno intero.
Ben 365 giorni da utilizzare per vedere i posti sognati da sempre.
Il libro è una perla e ve lo consiglio. Ti fa vedere ed immaginare posti lontani, assaporare avventure esotiche e ti fa venire una voglia matta di partire.

Devo dire che ho provato anche io a stilare un elenco di posti che da sempre sogno di visitare, spalmando la visita sui 365 giorni. Un sogno. (In realtà son stata presa dall’euforia e ho sforato di quasi due mesi. Non mi bastava un anno…ma che rimanga tra noi).

Ma i soldi?

Certo, per rimanere in viaggio un intero anno, bisogna aver messo da parte una somma consistente di denaro e nonostante ciò, ci si rende conto presto, che per realizzare un progetto del genere, oltre ai risparmi di una vita, devi procedere con una mentalità totalmente differente dalla quasi maggioranza di turisti. Infatti non sarai più un semplice turista. Uno di quelli che “preferisco star meno tempo ma viaggiare comoda e al pulito”. No, tu sarai quello che in gergo si chiama BackPacker. Zaino in spalla, trasporti pubblici, niente tour organizzati e ostelli di ogni tipo: l’obiettivo è visitare il più possibile con la minor spesa.

Bisogna avere spirito di avventura, capacità di adattamento (fondamentale) e una mente che più aperta non si può.
Il backpacker è forse il non plus ultra del viaggiatore. E’ colui che respira la vera cultura dei popoli che incontra, che assimila conoscenze e sperimenta avventure che il classico turista da “gruppovacanzepiemonte” neanche si sogna. E’ lui che entra in contatto con le vere realtà locali e colleziona bagagli di esperienze da far invidia a Marco Polo. E’ il tipo che prenota solo il minimo indispensabile  per seguire la scia del momento. Se si trova bene in un luogo, ci rimane più a lungo per esplorarlo meglio e lo può fare grazie al programma aperto, senza paletti o limiti.

Essere un viaggiatore indipendente comporta accettare tanti compromessi, ma non deve essere un’imposizione, deve diventare uno stile di vita. Altrimenti, non farai altro che lamentarti e pentirti di essere partito. I compagni della camerata di un ostello, la pulizia latitante nell’angolo sperduto di una comunità di recupero in Kenya, la corrente elettrica a singhiozzi perché nelle ore di punta è utilizzata da tutta la popolazione di quel villaggio nell’India del Sud. Sono vere esperienze di vita, ma devono essere fatte con consapevolezza, altrimenti ti rovini l’eperienza tu e la rovini a chi ti sta intorno.

Io non sono ancora riuscita a sbloccarmi del tutto quando prenoto un viaggio. Una camera singola e un bagno privato sono purtroppo ancora costi imprescindibili nei miei preventivi vacanzieri. Certo, cerco di evitare i circuiti turistici e mi tengo lontana da ristoranti “alla moda” prediligendo luoghi dove probabilmente un ufficio di igiene non è mai entrato neanche per sbaglio, ma me ne frego, e se i locali mi hanno consigliato quel posto, inghiotto la perplessità e ci entro.

Eppure. Eppure il budget destinato ai viaggi è sempre meno. Le spese giornaliere nella vita qui, sono sempre più alte. Cosa faccio? Smetto di viaggiare? Ma neanche per sogno.
Ci sono molti aspetti che potrò andare a limare per contenere il budget finale, ma qui stiamo considerando un lungo viaggio. Non una semplice vacanza estiva. E quindi?

Sapete che esistono anche esperienze di viaggio che permettono di mantenersi mentre si è via? Il famoso au-pair ad esempio, mica è solo per i ragazzini. Ci sono fattorie e aziende agricole sparse per il mondo, nelle quali basta lavorare come “raccogli arance” per un paio d’ore al mattino e ti offrono vitto e alloggio. Perché non provare? Metti un viaggio in Australia, dove questa pratica è più usata e hai trovato da dormire. Certo, ci vuole un minimo di impegno e di serietà. Devi lavorare. Punto.
Ma se altrimenti facendo, l’Australia rimanesse solo un sogno, perché non prendere in considerazione questo modo diverso di viaggiare?

Certo, da qui, comoda a casa con tutti i comforts è facile parlare. Bisognerebbe vedere quanto ci metterei a “sclerare” una volta in viaggio in posti sconosciuti e in stretta convivenza con gente mai vista prima. A far i conti con un lungo periodo lontano da casa ( il minore dei problemi) e un saldo bancario che piano piano si dilegua ( il maggior dei problemi) mentre conti che ti mancano ancora mesi di viaggio (la parte figa dell’esperienza) e non sai verso quali avventure stai andando.

Certo è che un’esperienza del genere non è da tutti. Al momento non conosco nessuno che abbia mollato la vita qui per dedicarsi alla scoperta del mondo.

Ci vuole un po’ di incoscienza. Ci vogliono le palle. Ci vuole menefreghismo ( di quello che ti dice la gente) e grande rispetto per i propri sogni.

 

 

 

IL DIRITTO DI AMARE

gay-marriage

Fin dall’inizio, ho voluto dare un tocco ironico e divertente a questo blog, ma da qualche tempo, c’è un particolare argomento che mi sta a cuore e alla fine eccomi qui. A dare una svolta seria a questo caleidoscopio di pensieri.

Mai come in questi tempi, la parola gay fu più usata. Ormai sta diventando un argomento di discussioni, confronti e spesso, liti tra conoscenti, giornalisti, amici e blog.

Si discute sulle unioni gay, sul loro diritto a unirsi in matrimonio, sul poter adottare dei figli e mai come in questo periodo, ho visto tanta cattiveria, ignoranza e bigottismo celato velatamente sotto una sottile ipocrisia chiamata ” difesa della famiglia naturale”. Naturale? Mi chiedo. Ma cosa o chi ha stabilito cosa fosse naturale e cosa contro? NOI. VOI. LORO. Le persone, insomma. Non di certo la natura.

Come può un amore essere contro natura? Contro natura, lo dice la www parola stessa, è qualcosa che viola le leggi del cosmo. Il sole che nasce ad ovest e tramonta ad est. La pioggia che sale invece di scendere. Le lancette degli orologi che girano al contrario. Questo è contro natura. Non l’unione di due persone.

La gente ha sempre deciso cosa fosse contro natura. Negli anni 50, era considerata contro natura anche l’unione di un bianco e di un nero. La cosa oggi ci sembra tanto assurda, c’è la speranza che tra una trentina di anni (ahimè, non ci spero prima) anche queste inutili lotte contro le unioni gay, siano solo il ricordo lontano di una popolazione poco evoluta. La storia è piena di leggi che oggi sembrano scontate che però una volta erano motivo di scontri. I divorzi, il voto alle donne, i delitti di onore. Davvero siamo tornati a quel punto?

In altre parti del mondo, la questione si è già risolta positivamente da tempo. Lo stesso periodo in cui i sindaci di Roma e di Bologna hanno trascritto alcuni matrimoni gay celebrati all’estero e repentinamente annullati o in procinto di esserlo dal prefetto (la legge, purtroppo è quella, speriamo in un aiuto della Corte Europea), negli Stati Uniti, un governatore ha negato l’annullamento chiesto da qualche gruppo cattolico. La differenza è palese e allo stesso tempo deprimente. Qui si annullano, là si confermano. Ma qui abbiamo la Chiesa. E i fascisti. E tutti sembrano non aver altro da fare che lottare contro queste unioni. Guarirà mai questo paese da anni di danni psicologici fatti da gente con paraocchi e intrisi di ipocrisia e cattiveria da far rabbrividire?

C’è poi la nuova moda. Le sentinelle in piedi. Difendono il diritto ad una famiglia tradizionale. Ma perché?

Dai, onestamente. Ma a loro, cosa interessa? Cosa tange, effettivamente al di là di tutto, se due persone dello stesso sesso si sposano? Non vogliono mica obbligare tutti a diventare di colpo gay! Se il mio vicino di casa, si unisse ad un uomo, o una mia amica si unisse ad una donna, a me, cosa cambierebbe? Il vederli felici, eventualmente. Fine.

Hanno persino denunciato due ragazzi perché SI BACIAVANO. Siamo alle comiche. Non credete? Chi o cosa dà loro il diritto di poter andare in giro abbracciati all’amante, mentre puntano il dito contro chi fa uguale ma con una persona dello stesso sesso? E’ triste, non pensate, che una coppia gay non possa, ancora oggi nel 2014, camminare in pubblico e scambiarsi affetto come noi etero facciamo da tempo. Allora non siete tanto diversi da quegli estremisti che nei paesi arabi vietano le effusioni in pubblico. Siete la medesima cosa, solo che avete scelto un bersaglio che fino a poco tempo fa era ancora un mondo sconosciuto. E quindi quando non si conosce qualcosa o quando quel qualcosa è diverso da noi, quella cosa fa paura. E allora la si attacca.

Nel nome di “tutelare” la famiglia tradizionale, si passa ad un razzismo che più becero non si può. Nel loro mondo immaginario, due gay crescerebbero OVVIAMENTE dei figli gay. Ma come? Da dove sono usciti tutti i gay del mondo? Per forza di cose, cari miei, un gay è nato dall’unione di una coppia etero. O non ci avete mai pensato?

“Da che mondo e mondo i bambini nascono da una donna ed un uomo, quindi la loro unione è contro natura”. Ok, va bene, Per coerenza allora, quando c’è sterilità in una coppia etero, fate il favore di non ricorrere alla scienza pur di diventare genitori. Evidentemente la natura HA DECISO per voi. Niente cure di fertilità, niente inseminazioni, niente adozioni: sareste contro natura. O per voi è diverso?

Tutelare la serenità dei bambini. Certo, mai successo che una famiglia etero abbia problemi di soldi, che i bambini non riescano nemmeno a mangiare, che non ci siano padri puttanieri o violenti, madri infanticide, genitori separati. Perché non siete così pignoli quando si tratta di una famiglia tradizionale?

Non sono i bambini ad aver problemi qualora vadano a scuola a dire di avere due madri. Il problema sono i vostri figli, che non educati ad accettare chi è diverso, ma istigati ad alimentare odio e cattiveria, incominciano a prenderli in giro. Quindi quando mi dite che a scuola passerebbero le pene dell’inferno, non chiedetevi cosa un gay possa evitare di fare, chiedetevi che educazione vorrete impartire ai vostri figli. Nessuno nasce razzista. Ci diventa. E’ la stessa storia del nesso tra l’avere una minigonna ed essere stuprate. Non sono io che mi devo coprire, sono quegli animali che devono essere puniti ed educati. La stessa cosa.

E ricordatevi, che ogni figlio adottato da una coppia gay, è un figlio ABBANDONATO da una coppia etero. Così, giusto per.

E trovatevi qualcosa da fare. Adesso arriva l’inverno. Fa freddo.

Non vorrei che poi, per scaldarvi, andaste a bruciare qualche libro in piazza…

Maleducazione e scarsa professionalità: BUROCRAZIA CONTRO IL CITTADINO

bureaucrat_2

 

 

 

Pensavo di aver maltrattato la burocrazia italiana. Pensavo di averne parlato male e pensato peggio. Invece quando sono andata a rifare il passaporto elettronico, ho scoperto che la procedura della prenotazione per evitare inutili code, funzionava. Eccome. Quindi in quattro e quattr’otto, ho risolto la pratica con velocità e senza troppe menate.

Ma mai dire mai.

E’ arrivato il momento di andare a ritirare in comune il fatidico passaporto e bella fresca ci vado con tutto l’entusiasmo del mondo.

“Ma, mi scusi, è normale che la foto sia così?”

Una bella riga blu in pieno fronte. Già la foto, fa schifo di suo (non sorridere, niente frangia, con mia rassegnazione, un risultato deprimente, ma tant’è), ora ha anche un fantastico scarabocchio che mi fa assomigliare ad un’attempata Pocahontas.

La ragazza del comune non sa che dire, mi da il numero della questura di Novara.

Prevedo un disastro. Senza dubbio uno sbattimento inenarrabile a mie spese.

Magari, mi dico, te lo rifanno e ti chiedono scusa.

Compongo il numero, e già nel momento in cui mi rispondono, capisco di avere davanti un problema. Buongiorno, buonasera, mi dica: nulla di tutto ciò, silenzio assoluto anche in risposta al mio educato saluto. “Cazzi acidi, questa è già sclerata di suo”.

Espongo il problema dicendo che il passaporto probabilmente è inutilizzabile.

“Signora, dal telefono cosa ne so, venga qui che vediamo”.

“Sì, ecco. Il problema sono i 50 km andata e ritorno che mi devo fare, che già ho fatto una volta e che volevo evitare ulteriormente”

“Mica è colpa nostra se abita lontano”

“No, ma mica è colpa mia se avete fatto un lavoro fatto male”

“E’ ancora da vedere di chi è l’errore”

“Mi scusi, ma mica l’ho stampato io a casa

“Non so cosa dirle (odio questa formula, ti mandano a cagare dietro a questa frase), sarà stato un errore di stampa, mica mio”

“E senza dubbio neanche mio. Ma se la stampa viene male, di chi è la colpa? Sta davvero incolpando la stampante? Non controlla nessuno prima di spedire?”

“E’ già tanto che le abbiamo fatto il favore di spedirlo, se veniva a ritirarlo, lo controllava”

“A parte che la spedizione è una pratica, non un favore, ma quindi adesso è colpa mia? Mi scusi ma può cambiare il tono? Oltre che il danno, la beffa”

“E’ lei che deve cambiare il tono,  se le interessa il passaporto venga e rifacciamo”

“Sì carino il ricattino sottile che sottintende che ho bisogno io e non il contrario, ma mi interessava anche la prima volta che sono venuta, almeno capisce che è un problema che avete creato e che ve ne state praticamente fregando?”

“Noi non abbiamo creato nessun problema, sarà stata la stampante (!!!), torni qui e rifacciamo”

“Quindi devo anche aspettare ancora?”

“Eh certo, ma insomma cosa vuole che le dica per telefono senza vedere il passaporto, gliel’ho detto, deve venire e basta”.

La telefonata è finita con un mio epiteto non gentile e con una cornetta che ho chiuso dal nervoso.

Non mi aspettavo rose e fiori. Ma non mi aspettavo così tanta maleducazione, un tono così arrogante che se non fossi stata così sicura di me, avrei pensato di aver scarabocchiato la foto durante un attacco di psicosi.

Non mi piace la maleducazione e mi dispiace di esserci caduta con tutte le scarpe dentro. Purtroppo la mia è stata una reazione di difesa. Ti senti come se lottassi contro un mulino a vento. Tanto hai bisogno tu, cazzi tuoi. Tanto gli errori te li devi smazzare tu, cazzi tuoi. Tanto a noi che ci torna? Chi si deve sbattere sei tu. Non solo. Il tutto condito da un tono accusatorio, accondiscendente e ironico. Un minimo di empatia per il disguido creato, sarebbe stato plausibile. Io ho lavorato per anni con il pubblico. Mai mi sono permessa di reagire così. Anche se l’errore fosse stato del mio diretto interlocutore. Figuriamoci se l’errore fosse stato nostro.

Non tollero che questi personaggi nascondano la mancanza di professionalità e la loro supponenza dietro all’intricato iter che snerva il cittadino. Tanto tu non puoi reagire, tanto tu devi subire. In un altro posto di lavoro, chi ha fatto l’errore, avrebbe pagato le conseguenze. In ambito statale, no. Un muro di gomma contro cui rimbalza il povero malcapitato. Dagli uffici, ai tribunali, dalle questure alle agenzie delle entrate.
Vuoi qualcosa? Inseguici. Vogliamo qualcosa noi? Ti prendiamo quando vogliamo.

Ora dovrò, con armi e bagagli, ritornare in quel surreale ufficio, probabilmente segnata dal fatto che ho “OSATO” ribattere alla loro superficialità lavorativa, e sperare che non si vendichino creando appositamente ulteriori disagi o ritardi.

Capito? Uno prova a far valere i propri diritti e le proprie ragioni, e l’unico pensiero che poi ti viene in mente è che quegli incompetenti si rivalgano dall’alto (basso) della loro presuntuosa posizione.

 

 

VERGINITA’, POLIGAMIA, MASCHILISMO E ALTRE COSE SINGOLARI IN NOME DELLA RELIGIONE

simboli

 

Non sono mai stata credente praticante. Ora forse, non sono neanche più credente. Non nel termine che si intende solitamente. Diciamo che ho dei conti sospesi con qualcuno in alto, ma vorrei parlarne a tu per tu, senza tramiti, senza interpreti inaffidabili. Insomma, senza la chiesa e tutto il corteo che si porta dietro.

Non sono quindi un’esperta di cultura religiosa e non so neanche esattamente quali sacrifici dovrebbero essere compiuti per rientrare nella categoria del “perfetto fedele” ma spesso mi trovo di fronte a notizie che faccio fatica a digerire. Molte religioni consentono la pratica della poligamia. In particolare,  guardando un documentario, ho potuto constatare che in alcuni gruppi appartenenti alla Chiesa Mormone, la maggior parte dei quali vive nello stato americano dello Utah, è non solo consentito, ma praticamente obbligato, il matrimonio poligamo. Ufficialmente i Mormoni, negano questa pratica e il suo utilizzo, ma allora perché in alcune comunità è seguita come legge di Dio?  Sarà mica una scelta di comodo fatta dagli uomini per gli uomini e che per questo continua tranquillamente a diffondersi? Certo, gli uomini intervistati hanno spiegato quanto sia difficile investire tempo e fatica in due o tre moglie, dividersi a turno nel letto delle “fortunate consorti” e aver sempre la lungimiranza di non amare una più dell’altra. Ma le mogli? Eh, le mogli di primo acchito sembrano tutte vivere in una nuvola rosa di puro amore e di eterna gratitudine. Con uno sguardo più perfido e analitico, ho visto invece sguardi e sentito toni tutt’altro che sognanti. Sono gelose? E certo che lo sono! Immaginate di essere la prima moglie e di colpo vedere che tuo marito bacia, abbraccia e coccola un’altra davanti ai tuoi occhi. Immaginate improvvisamente di doverlo dividere a turni per dormirci insieme. Per noi è fantasia, io manderei a spigolare lui e le altre dopo un nanosecondo. Eppure loro accettano, mandano giù il rospo e, la cosa peggiore, augurano alle proprie figlie di fare la stessa fine. SOB! Ma perché? Perché bisogna diventare così estremisti per seguire la parola di qualcuno che forse (datemi atto) neanche esiste? Non sarebbe meglio limitarsi a diffondere pace e amore invece che aggiungere sofferenze e ingiustizie?

L’ultima stranezza in fatto di religione l’ho trovata spulciando il web oggi e qui potete trovare l’articolo al completo in inglese. Dunque, voglio capire, queste ragazzine donano simbolicamente la verginità ai loro padri? Ma solo io ci vedo qualcosa di inquietante e morbosamente strano? Già di mio trovo che la verginità non sia una virtù, ma semplicemente un dato di fatto biologico. Già non riesco proprio a farmi scivolare addosso l’idea che, sempre per soddisfare i requisiti religiosi, io debba rinunciare ad avere una vita sessuale che in realtà porta, se fatta con testa, una serie di benefici fisici e psicologici dimostrati. E adesso dovrei accettare questo strano rito in cui i padri si fidanzano con le loro figlie e si sposano con Dio in una cerimonia che ricorda il matrimonio? Scusate sarò limitata, sarò forse accecata dal mio femminismo intrinseco, ma io quello che vedo è un ulteriore passo per limitare la vita della donna in favore della tranquillità maschile. Leggete questa frase che copio e traduco: “la verginità racchiusa in un anello donato al padre che la conserverà intatta fino al matrimonio vero“. Quindi, anche se in realtà ce la spacciano per tutelare la salute (citano anche l’AIDS come deterrente per l’amore promiscuo) fisica e psicologica delle sposine, in realtà ci leggo una volontà tutta al maschile di aver una donna casta e pura da sposare. Perché non vedo piccoli ometti compiere lo stesso rito?

Nel web si trovano forum che sostanzialmente spingono alla  castità. Persone che non solo trovano corretto avere un comportamento puro fino al matrimonio, ma che sostengono di dover affrontare la castità anche all’interno della vita coniugale. Ma in che senso? “Anche all’interno di una coppia sposata, è necessario mantenere uno stile di vita adeguato alle regole del Signore”.  Ammetto di essere rimasta perplessa nel leggere queste parole. I fedeli che ho avuto modo di leggere, parlano di una vita sessuale morigerata anche dopo il fatidico sì, perché qualora si facesse sesso più di una volta al giorno, si cadrebbe in un circolo vizioso e, uso i loro termini, “poco responsabile”. Ma allora ditecelo voi qual è il numero di volte consentito. Una vita spesa nella penitenza. Nella privazione e nella negazione.

Una delle discussioni più gustose dal punto di vista della curiosità, è stata la dichiarazione di un uomo in questo forum (cercatela, ne vale la pena) che con l’arrivo dell’estate, cercava di redarguire le gentili signore, in modo tale da non esibire troppa pelle nuda nelle spiagge. Non stiamo parlando di topless, signore e signori. No, no. Stiamo parlando di normali costumi. Stiamo parlando del tentare di scoraggiare le donne ad andare in spiaggia perché “l’uomo è debole, può cercare di resistere, ma se le donne si esibiscono, poi uno fa davvero fatica”. Eccallà. E’ colpa nostra, ragazze! Quindi con 40 gradi in cui ci si scioglie all’ombra, io dovrei coprirmi come un talebano o peggio, evitare proprio le spiagge, perché tu, uomo, non sai controllarti? Questi mi fanno paura. E’ come dire che se ti violentano, è colpa della tua minigonna. Ma bene. Qui invece di andare avanti, torniamo indietro. Ho i capelli rossi e son mancina: devo nascondermi? Devo temere un’altra caccia alle streghe? FOLLIA PURA.
Voglio dire, fate pure quello che ritenete opportuno, ma non giocate a nascondino con la mia intelligenza. Far passare un puro atto di maschilismo religioso, per un atto di eroicità femminile, lede la mia onestà intellettuale.

Mi sono recentemente imbattuta in un sito religioso che si prodiga a dar consigli a chiunque scriva di aver bisogno di aiuto, di una guida, di un parere. Provate a dare un’occhiata qui. Non riesco a focalizzare se siano peggio le persone che scrivono ad un perfetto sconosciuto raccontandogli i più intimi segreti, o il dittatoriale sacerdote di turno che risponde puntando il dito e accusando queste poveri bisognosi. Ho letto qua e là alcune delle lettere a cuore aperto inviate. Quella che mi ha sconvolto di più, raccontava di quanto questa coppia desiderasse un lavoro per poi procedere a crearsi una famiglia. Nella loro semplice e genuina domanda, chiedevano quale potesse essere il peccato da loro commesso, se avessero usato dei contraccettivi per evitare gravidanze indesiderate, soprattutto per la carenza di introiti fissi. Ora, io non sono nessuno per dire alla chiesa quali regole andrebbero modificate, o quali andrebbero abolite. Ma se vedo una coppia così sincera che mi chiede aiuto su una questione così delicata, quantomeno mi limiterei a non dar giudizi. La risposta che ha fornito il “don”, mi ha lasciata basita. Prima è partito alla lontana ricordando diritti e doveri, citando versetti e capitoli, poi ha sferzato il colpo di grazia. Una stilettata in pieno stomaco, non c’è che dire: “se voi aveste usato la coscienza come il Signore comanda, invece che usare metodi vietati dalla nostra religione, non dico che avreste un lavoro, ma sicuramente il Signore non si sarebbe indignato e vi avrebbe aiutato in maniera più significativa”. MA. CHE. STAI. A. DI’? Io mi immagino questa povera coppia timorata di Dio che dopo aver letto una risposta del genere, si prodiga a smettere subito con ogni precauzione e da precario duetto, si ritrovano una bella famiglia numerosa. Perché tanto il Signore ora ci aiuta. Suppongo che ogni sera vi faccia trovare un mazzetto di banconote sotto il letto, il signore vostro: certi consigli, sono presuntuosi, anacronistici e pericolosi. Vi prego, qualcuno li faccia smettere.

Ed ecco qui che in soli due giorni, mi capitano sotto il naso delle vicende che mi lasciano sempre più perplessa su come l’uomo abbia inteso la volontà del Signore. Mi sembra che ci siano state delle modifiche ad hoc nel corso degli anni. Non sarebbe molto più utile al genere umano, se al posto di criticare, giudicare e proibire, questi credenti integralisti, si impegnassero di più nell’amare, donare ed aiutare? Beati siano quei poveri missionari in terre ostili che spendono il loro tempo ad assistere le persone rovinate dalla fame e dalla povertà. Loro sono così impegnati a produrre del buono, che non perdono tempo inutile a disegnare lettere scarlatte sui vestiti della gente. Se da quel che ricordo, Gesù non fece scagliare quella famosa pietra, perché dovremmo farlo noi? Non sarebbe quasi ora di smettere di limitare la libertà e le scelte altrui e viversi appieno quella che, consentitemi, fino a prova contraria rimane l’unica e sola vita che abbiamo?

 

“Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in Paradiso.”
Margherita Hack

 

SI FA PRESTO A DIRE FITNESS…

fitness d'altri tempi

 

E’ arrivata l’ora della prova costume. Non so chi abbia inventato questo termine, ma lo odio profondamente, che lo sappia! Quando la leggo nei giornali, nei social network o la sento nelle odiosissime pubblicità (quelle con la donna taglia 38 che dice di vedersi grassa e risolve tutto con una tazza di cereali )mi si rivolta lo stomaco. Prova costume. Certo, vedere queste perfette Silhouette snodate che si fanno largo tra diete, esercizi fisici e litri di acqua buttati giù come se niente fosse, risveglia in noi, un motto d’orgoglio ed erroneamente ci fa esclamare:” da domani mi metto in forma anch’io“.

Eh ma non è mica così semplice. Non va tutto come si vede in tv.

Innanzitutto, raramente, abbiamo nell’armadio delle tenute ginniche così abbinate e visti i chiletti in più, il risultato finale, ci fa sembrare più somiglianti alle tutine di zelig che a delle atlete modelle. Ma pazienza, siamo solo al primo giorno, dovremo pur iniziare, no?

E allora, vai al supermercato e compra l’impossibile: cereali per la colazione, acqua per gli esercizi fisici, magari anche un carico di verdure per una miglior alimentazione – anche se al supermercato fanno un effetto così tanto carino, poi a casa nel piatto, daranno un filino di tristezza. Ma tant’è, siamo convinte. Dobbiamo tornare in forma. L’armadio ha troppe cosine carine che aspettano solo la taglia giusta.

E’ mattina e abbiamo puntato la sveglia prestissimo. Dobbiamo affrontare la nostra nuova vita fatta di fitness e benessere, di dieta e di duro esercizio. La notte abbiamo pensato e ripensato che non potrà essere così male. Ci immaginiamo il sole che splende al nostro risveglio, noi che dopo una tazza di cereali ci vestiamo armate di grinta e andiamo ad affrontare un duro allenamento.

Il cellulare squilla. E’ ora di darsi una mossa. Allora piene di fiducia (mal riposta), ci alziamo e scopriamo un’amara verità. Una di quelle che non ti mostreranno mai in televisione: abbiamo un sonno porco, la schiena a pezzi dalla posizione sbagliata nel letto, il clima è più freddo del previsto e il sole ancora sembra nascosto da nuvole impertinenti. Per un attimo ce lo diciamo, sotto voce, ma chi me lo fa fare? Dura solo un attimo però. Perché ti ritorna alla mente che DEVI entrare in quei jeans. Ti andavano bene solo qualche mese fa, quindi devi fare qualche sacrificio: purtroppo dopo i 25, ancor di più dopo i 30 anni, il metabolismo diventa il peggior nemico. Altro che qualche sacrificio. Per le meno fortunate, i sacrifici per rimanere in forma, dovrebbero durare per sempre. O ce ne freghiamo e ogni tanto ci rimettiamo a dieta. Il problema è che questo tira e molla durerà in eterno. Beati i vent’anni quando si bruciavano calorie anche solo dormendo. Non sarà più così facile, neanche con i cerealini che ti ammiccano e le verdure bollite. Si farà sempre il doppio della fatica. E sarà sempre più difficile.

Dopo aver tirato due somme, decidiamo che sì, oggi inizia il tanto schifato allenamento. Proviamoci, fa bene anche alla salute. E allora armate di pazienza, coraggio e lettore mp3, partiamo da casa con le migliori intenzioni. Sappiamo di non poter affrontare subito una corsa, quindi iniziamo con una camminata veloce. L’aria stuzzica la pelle del viso e ci sveglia di colpo. Sentiamo una forte energia che attraversa il corpo. “Allora funziona davvero?” e con tutto l’ottimismo di questo mondo, proviamo a correre, convinte che bruceremo tantissimi grassi e che se manterremo questo allenamento giornaliero, in men che non si dica, avremo di nuovo la nostra linea perfetta.

E INVECE NO. Perché dopo due, dico, due minuti di corsa, stiamo praticamente rantolando aggrappate al cancello di una casa, nella speranza che non ci veda nessuno. Il cuore sembra urlare pietà e il fiato sta cercando ossigeno anche nelle dita dei piedi. Proviamo ancora, e ancora ci fermiamo. Probabilmente è solo questione di allenamento, ma se son ridotta così, finirà che forse riuscirò a correre per settembre. Troppo tardi.

Così l’indomani, armate di speranza, tiriamo fuori l’impolverata e dimenticata bicicletta.

E’ ora di andare, se proprio non riusciamo a correre, proviamo con i pedali. Magari va meglio. Ma da quand’è che non usiamo le due ruote? Forse da troppo, perché già solo dal garage al vialetto, ci accorgiamo di non aver più equilibrio. Però non ci perdiamo d’animo, dicono spesso “è come andare in bicicletta“, quindi in qualche modo, si deve riuscire a dominare il mezzo. Piano piano, ritroviamo la pedalata sicura, l’aria addosso che si schianta contro noi nel bel mezzo di una discesa ( frenando, per la paura, non come quando si è piccini che si andava giù a mille all’ora ) e ci sembra finalmente di aver trovato lo sport per noi. Poi dopo una lunga pedalata ci fermiamo un attimo. Per assaporare la natura che ci circonda e sedute per terra, guardiamo la bicicletta con orgoglio: siamo delle sportive!

E INVECE NO. Non va tutto liscio, perché quando è ora di rimontare in sella, ci ritorna come un lampo alla memoria, una sgradevole sensazione di un dolore atroce: le chiappe sul sellino, anzi, ad esser precisi, le ossa delle chiappe sul sellino. “E ora? Non riesco neanche a sedermi, come torno indietro?
In qualche modo, tra una parolaccia e un gemito, ci rimettiamo in sella, già sapendo che domani sarà impossibile riprovarci. Ogni buca la facciamo in piedi sui pedali perché ogni buca è come un calcio. Se ci vedessero in questo momento, penserebbero immediatamente a Fantozzi. E il peggio deve ancora venire. Perché mentre siamo impegnate a non sentire il sellino che si sta impossessando del nostro posteriore, ci siamo completamente dimenticate che l’aria che tanto assaporavamo all’andata, era solo il risultato di una enorme discesa. Quindi, doloranti, stanche ed ansimanti, realizziamo troppo tardi di dover affrontare una salita che al momento sembra un muro. Nell’ultimo sprint di energia che abbiamo in qualche modo tirato fuori per orgoglio, ci buttiamo a capofitto nelle pedalate, ma per quanto possiamo cambiare o non cambiare marcia, arriviamo a metà e stramazziamo al suolo. Che figura, chi passa ci vede. Vede che stiamo trascinando la bicicletta lungo quella infernale salita, così nonostante tutto, fingiamo un’espressione divertita e soddisfatta.

Finalmente a casa, cotte e sconsolate, non ci resta che premiarci con una fetta di torta. Così le poche calorie consumate, vengono subito rimpiazzate. Ed è così che la nostra lotta con la prova costume durerà in eterno.

Fino alla prossima dieta.

 

 

IPOCONDRIA PORTAMI VIA…

13ALLEN-articleLarge

 

Come se la mia paura di volare non fosse già abbastanza destabilizzante, potrei raccontarvi della mia alienante ipocondria che mi segue fedele da qualche anno a questa parte.

Ma cos’è l’ipocondria? Secondo la scienza (e il vocabolario) è un disturbo psichico che porta la persona a preoccuparsi eccessivamente o addirittura ossessivamente per il proprio stato di salute. Questo stato emotivo, demolisce ogni tentativo di vivere al meglio la propria vita. Se-solo-sapessi-da-chi-l’ho-ereditata-farei-una-strage, aggiungo io.

Cari miei colleghi di ipocondria, voi come la vivete? Io, ormai malissimo. In un momento di lucidità mentale, sono riuscita a cogliere indicativamente quattro tra i maggiori comportamenti e  abitudini che a questo punto, mi ritrovo a ripetere settimana dopo settimana. Vi ci ritrovate anche voi?

1. L’ACCOPPIATA SINTOMI – RICERCA SU GOOGLE

Dai, onestamente, chi non l’ha mai fatto?
La sfiga vuole però, che mentre una persona “normale” segue approssimativamente i risultati di una ricerca online, noi, gli ipocondriaci, facciamo di ogni ricerca, una tragedia greca. Innanzitutto, solo noi, riusciamo a trovare ogni volta, un collegamento tra la parola “mal di testa” alle parole tumore e morte. Non c’è niente da fare. Ogni ricerca che solitamente parte con nonchalance, finisce per diventare una estenuante ed ossessiva brama di voler sapere di più. Arriviamo addirittura a sfogliare la sesta o settima pagina dei risultati di Google. E questo fa capire quanto sia alta la disperazione.  Ovviamente non ci si ferma a leggere. Spesso, i sintomi che non abbiamo, compaiono improvvisamente qualche ora dopo. Simpatica la nostra mente, eh?

2. VOGLIAMO SAPERE TUTTO SULLE MALATTIE DEI CONOSCENTI

Eh sì, perché il miglior modo per combattere una fobia così stronza, è essere preparati su tutta la sfera medica. “Ti ricordi quell’amico di famiglia? Sai è morto di infarto settimana scorsa.” E allora noi giù a chiedere più dettagli possibili, sui sintomi, su come è successo e su come se n’è accorto. Insomma, passiamo per degli psicotici affamati di macabro, ma in realtà, è l’ipocondria che ci spinge a saperne di più. Come se potessimo difenderci qualora succedesse anche a noi. O solo per sfogare la nostra paura di “malattie” su quei sintomi comuni a tante patologie. Ho mal di pancia? Anche quella persona ce lo aveva, allora è sicuro, ho qualcosa anche io.
Perché non rendersi la vita più complicata, eh?

3. UN MEDICO NON BASTA

Quante volte usciti dal medico per l’ennesimo controllo, vi sentite liberi da qualsiasi peso? Il medico ci ha rassicurato. Il medico è stato ancora una volta pazientemente ad ascoltare le nostre fisime. Alla fine usciamo felici e sorridenti dallo studio pronti a raccontare a tutti quanto siamo stati avventati nel costruirci una malattia immaginaria.
Ma quanto dura, onestamente, eh?
Quanto tempo passa prima che di nuovo, la nostra mente perfida e ostaggio dell’ipocondria ci ributti dei malefici segnali di disturbo?
“Sì, ma ho in effetti dimenticato di dirgli questo sintomo. E se fosse importante?”
“Cavolo però, quante volte si sbagliano, magari ho ragione io. Anzi ho sicuramente ragione io. Andrò a fare un’altra visita.”
“Probabilmente non mi è nemmeno stato a sentire, ormai penserà che me le invento, invece io sto male davvero. Ecco, mi tocca far altre ricerche, devo essere sicura”.

A volte, sembra che vada tutto a posto, ma solo fino a quando non ricompaiono i sintomi. E allora ecco che precipitiamo ancora nel vortice ossessivo delle paure più intense e profonde. Ci immaginiamo senza futuro, ci immaginiamo morenti e sofferenti, mentre cerchiamo su google le parole chiavi. A volte da fuori non sembra nemmeno che stiamo così male. In realtà dentro si scatena l’inferno. Nei momenti di calma apparente, capiamo da soli di essere prigionieri di una fobia, ma al momento di massimo terrore, incappiamo nelle sue trappole.

“Ma se noi che non abbiamo niente, stiamo così male, come reagiremmo se fossimo realmente ammalati?” e non abbiamo una risposta. Non sappiamo nulla e la paura ci soffoca al pensiero che possa succedere. Anzi, che succederà, perché prima o poi capita a tutti. E noi pensiamo che sicuramente capiterà molto presto.

Quando vediamo amici e parenti scherzare sui sintomi e sulla malattia, noi vorremmo morire dentro. Perché sappiamo che non serve la scaramanzia nella salute e nel destino. Perché vorremmo essere così anche noi. Invece non ci riusciamo e ci roviniamo la vita. Giorno dopo giorno, a nutrire questa fobia interiore, che ci mangia lentamente, che non ci fa godere niente del presente perché temiamo che possa finire se siamo troppo felici.

Noi che un mal di stomaco non lo imputiamo alla mangiata della sera prima.
Noi che quel fiatone durante la corsa è un sintomo che il cuore non vada come dovrebbe.
Noi che dopo quel giramento di testa, prenotiamo una TAC immediata.
Noi che cerchiamo di rassicurarci chiedendo informazioni, senza immaginare che stiamo solo fomentando i tentacoli dell’ipocondria.

Noi che vorremmo iniziare a vivere.

 

Prima che sia troppo tardi.
( la vocina nella testa, sapete…)

QUELLE CHE … MA TUO MARITO TI AIUTA?

theprince

 

Non sono mai stata una grande fan di quelle donnine perfette che vivono nella loro casina perfetta. Mi sono sempre dedicata alla cura della casa con distacco, noia, scazzo e parecchio snobbismo.

Non fraintendetemi, non ho mai vissuto in un letamaio, ma riguardo al bordello sparso in giro per casa, posso dire di esserci andata parecchio vicino. Ho sempre preferito un aperitivo all’idea di rinchiudermi in casa per pulire. A volte io e mio marito ci siamo perfino chiesti ogni quanto tempo era considerato “politically correct” lavare le tende di casa.

Devo ammettere, però, che da quando ci siamo creati un piccolo rifugio tutto nostro, abbiamo incominciato a dedicare qualche attimo in più per rendere la casa pulita ed accogliente. Forse solo perché ora è nostra e la sentiamo tale, forse prima rifiutavamo ogni legame con la bettola che avevamo in affitto. Sta di fatto che ad oggi, sentiamo quasi spontaneamente il piacere di accudire la nostra piccola oasi di intimità.

Sono però due le cose che non vedrete mai in casa nostra: una donna che suda e smadonna tra stracci e polvere come Cenerentola e un uomo svaccato sul divano con birra e telecomando stile Homer Simpson.

Io e mio marito abbiamo da sempre suddiviso i compiti da svolgere e senza neanche metterci a tavolino a stilare una lista di cose da fare. Semplicemente, chi ha tempo e voglia la fa, l’altro si riposa e farà qualcos’altro dopo. Oppure, insieme, uno incomincia a pulire il bagno, l’altro parte dalla cucina: musica a palla e coccole fra una passata e l’altra di mocio. L’abbiamo sempre fatto e sempre lo faremo. Per anni, parlando con persone al di fuori, mi sono quasi sentita una miracolata: “che fortuna che hai”, mi dicevano e mi dicono tutt’oggi. Io non riuscivo a capire di cosa stessero blaterando. O azzarderei il termine “di che cosa mi stessero accusando”, viste le occhiate di odio e le frecciatine che mi venivano lanciate. Soffermandomi a pensare, ho trovato cosa suona strano in queste mezze frasi.

Care le mie signore che per anni mi avete ammorbato su quanto io abbia avuto la fortuna di incontrare un uomo come il mio. La mia non è fortuna. Non ho pescato a caso un marito infilando la mano in un sacchetto pieno di nomi ed estratto uno fra tanti. Quella sì, sarebbe stata fortuna. Io l’ho scelto e lui ha scelto me. Voglio dire, voi invece? Non avevate il sentore che il vostro uomo fosse un nullafacente? Non avete mai fatto una vacanza insieme? Una persona non può cambiare da un momento all’altro; se prima era coccolato, viziato e riverito da mammà, per quale strana coincidenza degli astri, pensavate che da sposati fosse poi differente?

Ho sentito cose talmente assurde da farmi strabuzzare gli occhi. Uomini che spargono indumenti in giro per casa, che pretendono la biancheria pronta e stirata e la cena in tavola e mariti che non sanno nemmeno farsi un primo piatto se lasciati da soli in casa.

Ma seriamente?

Dobbiamo quindi presupporre che questo uomo sia passato direttamente dalla casa dei genitori alla vostra. Senza passare dal via dell’autonomia nel vivere da solo. Quindi, ok per giovani uomini sui vent’anni, ma intorno ai trenta, scusate, gli appuntamenti intimi erano svolti in macchina? Io da 36enne, mi sarei posta un dubbio nel vedere un mio coetaneo vivere ancora in casa dei genitori, se ci pensate, poi,  succede solo nel bel paese, visto che all’estero, spesso, dopo il college e il primo lavoro, i figli diventano indipendenti e vanno a vivere da soli.  A volte in Italia, purtroppo, subentra il non trovare un lavoro che permetta le spese di vivere da soli. Spesso, ho il dubbio però, che sia una scelta di comodo per questi eterni teenager che si trovano troppo bene a casa dove tutto è pronto e fatto dalla mamma. E anche queste mamme, con la loro fissa di dover far da zerbino agli uomini di casa, convinte poi, che troveranno la nuora giusta a cui passare il testimone di “balia del piccolino”. Signore mie, lasciate che questi figli crescano, tagliate quel cordone ombelicale, fate dei vostri cuccioli degli uomini pronti e autonomi. Non perpetuate le usanze ereditate dalle zie e dalle nonne. Le ragazze ve ne saranno grate.

Tralasciando questo particolare, passiamo al fatto che entrambi i coniugi, si trovino a vivere da soli per la prima volta insieme. Odio quando sento frasi come “poverino, il mio mi aiuta tantissimo”. Aiuta tantissimo. Quindi stiamo dando per scontato che il compito sia mio e lui si degna di aiutarmi. Eh no. La casa è di entrambi, ci si aiuta, semmai.

Neanche mi soffermo sugli esemplari che non sanno fare niente. Ma come? Smontate e ricostruite motori, muri e impianti e vi fermate di fronte ad una pentola di acqua che bolle o al pulsante di una lavatrice? O siete stupidi o siete pigri. Proviamo a pensare che non siate del tutto rincoglioniti, allora forse siete solo degli scansafatiche. Di quelli furbi.

Una lancia a favore dei mariti volenterosi. Esistono donne martiri che vogliono fare tutto a modo loro, perché come lo fanno loro, non lo fa nessuno e guai ad aiutarle. Tanto non sareste in grado di compiere il miracolo di perfezionismo che raggiunge il lavoro della vostra psicotica consorte: “meglio che non gli faccio far niente, sennò poi mi tocca rifare tutto daccapo”. Ecco, lasciatele lì a lavorare, evidentemente, non hanno di meglio da fare che salire in cattedra, sono i guru delle casalinghe disperate, quelle che non escono se non hanno pulito anche l’ultimo stipetto, che non cucinano fritto sennò poi si sente in casa e che urlano se lasciate una goccina di acqua per terra dopo la doccia. Lo trovo un modo molto patetico di viversi la propria dimora. La propria esistenza tutta dettata dalla pulizia della casa senza riuscire a godere degli aspetti più profondi e belli che la convivenza porta. Ma, che dire, contente loro, contenti tutti.

Leggendo nel web, sentendo parlare in giro, mi accorgo che sempre di più, oggi come ieri, le categorie tendono ad essere ancora ben delimitate. La donna fa la donna e l’uomo fa l’uomo. Esistono fortunatamente uomini che si stupiscono quando sentono di mariti fannulloni e ridono pensando che forse neanche i loro nonni erano così inutili in casa. Molti si sentono giustamente adulti e pensano che essere autonomi sia una parte essenziale del crescere come persone e che così deve essere. Dio li benedica.

A tutti gli altri, auguro fortemente di trovare un clone della dolce mammina. Anche se trovo che non sia del tutto romantico vivere con una donna che vi intima di andare a lavarvi perché è pronta la cena.

EBOOK O LIBRO TRADIZIONALE? LA PARTITA E’ INIZIATA!

Camera360_2014_4_10_110122_jpg

Avete presente quella bramosa sensazione di voler a tutti i costi un libro?
Beh, per quanto possa sembrare assurda, a me è capitato recentemente una sera di qualche settimana fa. Mi era venuto in mente un titolo e dopo aver cercato ovunque in casa, nonostante sapessi con certezza che quel libro io lo avevo da qualche parte, non sono riuscita a trovarlo. La prima sensazione è stata di disappunto, poi mi son detta che sarei uscita il giorno dopo a comprarlo. Invece no, perché come sempre quando mi metto in testa qualcosa, non c’è verso di levarmela di mente e quindi l’unico modo per poter avere quello che volevo, era scaricarmi l’applicazione del lettore Kindle per il mio smartphone e comprarmi la versione Ebook del mio tanto desiderato testo.

Così ho fatto. In un attimo avevo il libro che volevo. Non ero dovuta uscire, non avevo dovuto cercare per ore sugli scaffali e soprattutto non avevo dovuto aspettare l’apertura dei negozi il giorno seguente. Lì per lì, mi sono sentita una traditrice. Io che ho sempre detestato questa nuova tecnologia nel campo editoriale. Io che su questo punto avevo sempre discusso con chi provava a dirmi che un libro ormai era cosa vecchia.

Ignorando la sensazione di sentirmi stupida per aver dato battaglia all’Ebook,  ho incominciato, tutta felice, la mia lettura; intanto avevo il mio prezioso libro tra le mani, in seguito avrei potuto davvero capire se questa “cosa” avrebbe potuto funzionare con me.

L’applicazione Kindle per Nokia non è stata implementata ai massimi livelli, va detto. Le pagine si inceppavano, spesso al posto di andare avanti di una facciata, saltava a piè pari un capitolo intero e così mi trovavo costretta a cliccare avanti e indietro, a trovare le pagine perdute e buonanotte alla sacra lettura. Insomma, quello che un è un rito di assoluto piacere, si era trasformato in uno sclero totale. Naturalmente pur di finire il libro ormai cominciato, sono scesa a compromessi con la pazienza e dopo neanche due giorni, ho potuto archiviarlo come “letto e finito”. Dettaglio non trascurabile, ho ritrovato quasi subito dopo il libro che cercavo così ardentemente quella sera. Tipico.

La mia avventura nel mondo del libro elettronico, non si è fermata lì. Ho dovuto comprare una guida turistica che esisteva, solo in inglese, in quel formato. Sto  cercando ancora adesso di capire come fare a stamparlo: è impossibile da leggere, riferimenti a destra e a sinistra, link all’interno del fascicolo che se cliccati ti portano centinaia di pagine avanti o indietro, insomma una tortura. Non riesco a capire come si possa leggere un libro in condizioni così stressanti. Vuoi per l’applicazione che fa i capricci, vuoi perché io sono abituata a sottolineare e fare note a margine, io con questa novità proprio non riesco ad andare d’accordo. Parlando con gli altri, mi sono resa conto che è un mio limite, un’abitudine tramandata da anni e anni che faccio fatica a modificare e abbandonare.

Sono perfino nati dei dibattiti tra me e gli estimatori di questa tecnologia e anche se sospetto che siano lettori di fresca data, mi hanno dato degli spunti di riflessione dai quali però, il libro tradizionale, ne è uscito vincitore.

Parlavo prima del fatto che non sono dovuta andare per ore tra i labirinti delle librerie. Beh? Io adoro vagare per ore tra i ripiani zeppi di libri, è una della meraviglie che completano in sé l’esperienza di un nuovo libro. Annusare le pagine (sfioro il feticismo, lo so), cercare tra libri sepolti dietro la polvere, farti attirare da una copertina bizzarra: perdere tempo cercando il libro perfetto, partire con l’idea di comprarne uno ben preciso e poi tornare a casa con cinque o sei titoli sconosciuti. Volete mettere con la ricerca fredda e suddivisa per categorie di un catalogo multimediale?
L’unica parte in cui sono d’accordo con gli “Ebook-iani” è il vantaggio di poter avere un libro nel preciso istante in cui lo si desidera. L’assoluta immediatezza segna un goal per la versione digitale e riporta il risultato sull’1 a 1.

Il libro però non si incastra. Ok, a volte quando sei nel letto, lo pieghi e lo adatti alla posizione del momento, lo strizzi e lo stropicci. Ma non si inceppa mai. So che questa accusa potrebbe essere derivata da un malfunzionamento del mio dispositivo, ma tant’è, mi ha talmente fatto uscire di testa in quei giorni, che assegno un goal  a tavolino in favore del buon vecchio libro cartaceo.

La carta stampata, inoltre, non si scarica. Non è che stai leggendo tranquillo e di colpo tac, batteria scarica e il libro si chiude proprio sul più bello.  Altro piccolo difettuccio dell’elettronica e poiché mi conosco e SO (mea culpa) che non metto mai nulla sotto carica finché batteria non ci separi, mi ritroverei sempre con una  voglia matta di lettura e un libro spento.

Un ebook lo puoi portare ovunque. Perché un libro no? Ora, capisco che se ti vuoi rileggere tutta la divina commedia in dodici libri con parafrasi e commenti, verrebbe scomodo da infilare in borsa, ma un semplice libro, è nato per stare nelle borse. Credo di aver un libro dentro a quasi ogni borsa, per ogni evenienza. E anche questo so che potrebbe essere un ulteriore passo verso la mia infermità mentale conclamata, ma fate i bravi, cercate di capirmi. Inoltre un libro lo posso portare ovunque. Pensate alla spiaggia: non credo che un libro possa essere rubato mentre si è lontani a fare il bagno, mentre non sarei così sicura di lasciare un lettore ebook incustodito.

Purtroppo, devo dire che i libri tradizionali ancora oggi, costano delle fucilate mentre le versioni digitali costano parecchio, ma parecchio meno. Se come me, fate incetta in ogni libreria che visitate, vi ritrovate ad avere una fortuna stipata su mobili e scrivanie. Altro tasto relativamente dolente (perché io adoro una casa piena di libri), è la mancanza di spazio utile che col tempo si deve affrontare. Libri sul comodino, libri sulla scrivania, all’entrata, nelle librerie, nei mobili in sala, in scatoloni ancora da sistemare, in garage su altri ripiani, in macchina (sì, anche lì ne ho): insomma un delirio di copertine colorate che invade ogni angolo del focolare. Con l’ebook questo “problema” non esiste: i libri sono tutti archiviati nello stesso posto, facili da trovare e difficili da smarrire.

Sfogliare le pagine vs strisciare il dito. Dai, non si può sentire. Scegliere un segnalibro e metterlo tra i fogli quando è arrivato il momento di chiuderlo vs  cliccare con il dito sull’angolo dello schermo. No, orribile.

La partita è finita, per me non c’è stata storia fin dall’inizio. Dirò per sempre addio alla versione digitale? No, per mio carattere, non escludo mai a priori una possibilità. Diciamo che la mia preferenza rimane sulle gialle, ruvide e profumate pagine vere, ma non chiudo la porta in faccia a qualcosa che potrebbe tornarmi utile nel cuore della notte.

La cosa più importante non è scegliere quale formato preferire o quale modalità di lettura sia la più giusta. La cosa importante è leggere. I libri sono il nostro patrimonio, insieme ai viaggi, sono l’unica cosa che compri che ti fa sentire più ricco e dio solo sa quanto bisogno di libri ci sia in questo paese. Spesso girovago nei forum su internet. Non mi capacito di come sia potuta cadere così in basso la nostra lingua: una serie inenarrabile di orrori grammaticali e parole abbreviate che sembrano il risultato di una mente perversa.

Ma questa è un’altra storia -cit.

SELFIE, BRIDGE, AFTERSEX: quando una foto è di troppo

selfiemiao La mia gatta in un selfie sul divano

 Il “selfie” potrà anche essere una nuova tendenza, ma l’autoscatto è sempre esistito.

Chi di noi non ha mai usato l’autoscatto per immortalarsi in un posto nuovo. Io e mio marito nel nostro primo viaggio negli USA, avremo fatto un centinaio di “selfie” anche perché essendo in due, o fermavi di continuo qualcuno o rinunciavi alle foto di coppia. Certo, alcune erano storte, altre le abbiamo rifatte per chissà quante volte, sicuramente un dispendio inutile di energie, ma perché ora il selfie è diventato un fenomeno così famoso?

Adesso con i social network in pieno boom, questo semplice e scontato gesto, ha assunto un ruolo di importanza surreale: tutti ne parlano, tutti fanno a gara a chi fa lo scatto più divertente; insomma una tendenza che sta prendendo piede in maniera incontrollata.

Esci dal parrucchiere e tac, un bel selfie da pubblicare per mostrare ad amici e parenti il nuovo look. Foto con il sorriso. Foto con il broncio. Primo piano di lato, di fronte, con gli occhi socchiusi, con i capelli sciolti o con le trecce. Un domino fotografico che a volte rasenta l’assurdità. Anche io mi tiro dentro, ma spesso sono foto stupide fatte per ricordare il momento, come un diario di bordo. Credo di avere più foto con un drink in mano, che scatti da sola e so che c’è poco da vantarsene…

Un recente studio rivela che se hai un quantitativo enorme di selfie nel tuo profilo sul social network ( si parla di più di sei foto pubblicate al giorno), soffri di un disturbo della personalità in cui emerge una bassa autostima. Anche se  probabilmente arriverà la smentita sull’esistenza di questo studio (già si vocifera che sia una bufala) anche noi, qualche volta, ci siamo fatti prendere dal dubbio vedendo certi profili zeppi di auto miniature in tutte le forme. Ammettetelo. L’amica che si fotografa in ogni situazione, con ogni tipo di abito e con espressioni così sexy da farti venire dei dubbi sulla natura del suo profilo. Chi di noi non ha mai pensato tra sé :“ma quanto è megalomane?”. Le foto delle adolescenti (rigorosamente nel bagno) con pose da vamp, la foto del parente allo specchio. Tutte con quel braccio tirato verso l’alto per reggere il cellulare nello scatto. Che poi a volte ti chiedi come fanno, a stirarsi così tanto i muscoli del braccio e riuscire allo stesso tempo a mantenere una posa seria o un sorriso suadente.

Così alla fine, anche una semplice fotografia, ha cambiato il suo ruolo. Oggi nei social network è diventata qualcosa di più di un semplice click. E’ ormai un rito di gruppo nei viaggi, una palese esibizione di sé, un modo per far vedere quanto si è “cool” in quel momento. Un semplice autoscatto che prima era quasi scontato e divertente, sta diventando a volte irritante e fuori luogo? Pensiamo alla moda dell’estate scorsa: il “bridge“, la gettonatissima moda di fotografarsi da sdraiati e rigorosamente in bikini, immortalando le gambe e la parte inferiore dell’addome, creando, una sorta di ponte (da qui bridge) con il pezzo sotto del costume. Ovviamente, il ponte, si crea solo se hai una pancia piattissima, alla faccia di quelli come me che al massimo potranno creare un percorso di dossi; più che un “bridge”, direi un vallo di Adriano

Ma se pensate che ormai abbiamo toccato il fondo, vi dirò che vi sbagliate. C’è di peggio, perché come sempre le persone vogliono trovare qualcosa per spiccare: chi se ne frega se è triste quanto ridicolo. Come diceva la mia cara nonna, “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli”. E allora via, cosa possiamo ulteriormente aggiungere di diverso dalla solita e ormai scontata foto sul social? Una bella foto dopo aver fatto sesso! Eh già, con mio stupore e rassegnazione, l’ultima trovata è scattarsi una foto a letto (o dove la fantasia del momento vi ha portato) e poi pubblicarla come #aftersex…. MA VI SEMBRA NORMALE? Voglio dire, immaginate i primi che hanno avuto questa assurda idea. “Amore siamo stati meravigliosi, è stato stupendo, peccato non poterlo far sapere a tutti…aspetta, perché no?” e via con gli autoscatti del dopo piacere. Giuro, per quanto sia social addicted, non vedrete mai una mia foto del genere. Prometto che ve la risparmierò. Ma quello che mi spaventa (anche no, diciamo incuriosisce) di più, è che una volta vista una foto del genere, dove si è quasi nella maggior intimità che una persona possa avere, che si inventeranno dopo? Una foto auto-celebrativa del durante? Un click dopo una bella sessione a tu per tu con il water?

Sapevamo di rasentare il limite nel momento in cui iniziammo a pubblicare  foto in cucina ai fornelli, in spiaggia con una birra, ma quand’è che abbiamo deciso di ammorbare le persone con mille scatti ritraenti ogni singola azione della giornata? Cerchiamo di lasciare che gli amici immaginino qualcosa, sforziamoci di non rivelare ogni nostro segreto. A me personalmente non è ancora capitata la coppia esibizionista, ma non credo sarei in grado di assistere in silenzio e voi? Qualche battuta la tirereste? Anche un semplice “perché?” per far capire l’incredulità che stiamo provando?

E allora saremmo complici di questo fenomeno.
Perché ricordate: “l’importante è che se ne parli”.

 

COPPIE SENZA FIGLI VS GENITORI: L’ETERNA SNERVANTE DISCUSSIONE

Immagine

Questo pezzo era nato inizialmente con lo scopo di dare una voce a chi come me si subisce costantemente domande sulla propria vita a due. Poi, mentre scrivevo, mi son resa conto che son stufa di dare sempre le stesse spiegazioni e quindi il tutto ha preso una piega semi-seria e piuttosto ironica, chiamiamolo uno sfogo
L’idea mi è venuta leggendo questa pagina dove un confronto tra childfree e genitori è finito per diventare un monologo accusatorio.
Qui c’è un sunto delle pedanti idiozie che ci son state dette durante gli anni e le risposte che spesso, per educazione, evitiamo di dare.
Ma che forse, da oggi, potremmo prendere in considerazione…

1. E voi? Niente figli? Come mai?
Dunque, partendo dal presupposto che quando mi annunci l’arrivo del tuo nuovo pargolo, io non ti chiedo il perché, sarebbe carino che tu ti facessi la stessa dose di affari tuoi. Per tua conoscenza, sappi che esistiamo noi, i CHILDFREE (senza figli per scelta) e i CHILDLESS (che non riescono ad averne). Se chiedi a noi perché non abbiamo figli, noi tentiamo ogni volta di spiegare perché non ne vogliamo. Se lo chiedi a chi non riesce ad averne, lanci una bomba di dispiacere nell’intimità di quella coppia. Io mi arrabbio perché non riesci a capire le mie ragioni, poi vado a casa e mi dimentico di te e della tua indiscrezione. L’altra coppia, magari, va a casa e piange. Non ti sembra arrivato il momento di chiudere la bocca? Il cervello dovrebbe avere un filtro tra ciò che passa per la testa e quello che si esprime a parole. E’ arrivato il momento di attivarlo.

2. Ma non ti sembra di esser egoista?
L’egoismo è, cito dal dizionario, una serie di atteggiamenti e scelte finalizzati al benessere e agli interessi di chi lo compie. Tradotto: io scelgo di non mettere al mondo figli, perché sto bene così. Tu scegli di concepire perché VUOI avere dei bambini. Sono entrambe scelte mirate al benessere, quindi non vedo differenze. Ah e no, il tuo non è esclusivamente altruismo. Continua a leggere.

3. Io mi sentivo vuota prima di partorire, voi come fate?
Vuoto? Fammi capire, tu senti un vuoto e fai un figlio? Wow, questo sì che è altruismo. Soprattutto una valida motivazione.

4. Ma come farete da vecchi?
Sempre più altruismo, eh? Che bello, concepire il proprio badante. A parte il fatto che mi sembra estremamente egoistico mettere al mondo degli esseri umani solo per aver compagnia o qualcuno che si prenda cura di noi quando saremo vecchi. I figli crescono e devono essere lasciati liberi di andare a conquistare il mondo. Senz’altro far da badante ai genitori è un gesto nobile, ma non deve essere dato per scontato o addirittura incluso nel pacchetto come obbligo. Infatti, son quasi scerta che io e te ci ritroveremo nella stessa casa di cura. Scommettiamo?

5. Cosa dicono i nonni?
Chi ci vuole bene davvero, approva le scelte che ci permettono di stare meglio, indipendentemente dal loro desiderio. Inoltre non mi metto a far figli per far piacere agli altri. O tu sì?

6. E non lascerai nemmeno un pezzetto di te al mondo?
Oddio, capirei se fossi Einstein. Ma ti assicuro che il mondo potrà sopravvivere anche senza il mio DNA sparso in giro. Me ne farò una ragione…

7. Una donna non è tale se non concepisce.
Benvenuti nel 2014, dove la gente si è evoluta e i pregiudizi si sono estinti. Ah no, mi sbagliavo. Ma tu lo sai che Margherita Hack e Rita Levi Montalcini non sono mai diventate madri? Donne proprio da niente, vero? Rivolgiti a me come persona, non come un utero, please.

8. Ma come fanno a non piacerti i bambini? Piacciono a tutti!
A noi no. E neanche a molti altri. Fattene una ragione. A te piace passare delle ore allo stadio, al freddo, a vedere gente che rincorre una palla? A me molto ma non ti chiedo di andarci solo perché piace a me.

9. Pensa a chi non li può avere e tu che puoi invece…
Quindi secondo il tuo ragionamento, io dovrei farli per beneficenza? Come dire che uno che ha i soldi, dovrebbe comprarsi uno yacht perché a qualcuno piace tanto ma non può permetterselo.

10. Anche a me non piacevano, ma quando poi sono tuoi è diverso.
Cioè io dovrei comunque tentare per sentito dire? Ma sì proviamo! Al massimo se proprio non ci piace, poi, lo ridiamo indietro entro 7 giorni!

11. Ma ci avete pensato bene?
No, aspettavamo te per tirare le somme.
Senz’altro ci abbiamo pensato molto di più noi, che tanti genitori incoscienti che li hanno avuti solo perché lo fanno tutti.

12. Poi vi pentirete.
Magari sì, ma quasi sicuramente no. L’importante è esser sicuri di prendere le decisioni migliori per noi stessi in un preciso momento. Ma se proprio insisti, parliamo di te: che fai se ti penti tu?

13. Siete superficiali e immaturi, degli eterni Peter Pan.
Parliamo per stereotipi? Tieni, tutta per te.

Immagine

14. Sareste ottimi genitori
Ma come? Hai appena detto che siamo egoisti, superficiali e degli eterni Peter Pan. O sei pronta a rimangiarti tutto qualora iniziassi a pensarla come te?

15. E tuo marito che dice? Glielo hai detto?
No, aspettavo di toccare i vent’anni di matrimonio…
Secondo te una scelta del genere la prendo da sola? Oh aspetta. Tu sei rimasta incinta mentre dicevi di prendere la pillola… Capisco.

16. Come? Vuoi prenderti un gatto? Ma hai idea di quanto dia da fare un gatto? Ma sei sicura?
Uhm. Ma se mi hai appena detto di fare un figlio

17. Se tutti la pensassero come te, il mondo si sarebbe già estinto
E se tutti la pensassero come te, il pianeta sarebbe già imploso a causa della sovrappopolazione. La natura è equilibrio: preda per un predatore, il sole e la pioggia, yin e yang, un childfree e un genitore. Compensazione.

18. Io divorzierei all’istante se lui mi dicesse che non vuole figli!
VIVE L’AMOUR! Che basi solide sulle quali costruire una famiglia…A te non serve un compagno. Tu sei in cerca di un donatore di sperma. E dillo prima!

19. Tutti hanno diritto di nascere e vivere.
Sì, penso lo dicessero anche i genitori di Hitler e di Charles Manson.

20. Un figlio ti cambia la vita
Sono estremamente felice per la tua vita e per la piega che ha preso. Lo sono ancora di più quando realizzo che è la tua e non la mia. Come quando ti risvegli da un brutto sogno e ci metti un attimo a capire che non è successo davvero.

21.Intanto i miei figli da grandi pagheranno la tua pensione
E io con le mie tasse sto pagando la loro la scuola. Si chiama società.

22. Ma poi cambierai idea
La mia preferita. Me la sento dire da quando ho vent’anni e ho il timore che la sentirò ancora. Finché menopausa non ci separi.

23. E se succede?
E’ vero che a scuola ai miei tempi educazione sessuale non era granché, ma credo di aver capito come funziona: NON SUCCEDE.

24. Un giorno ti lascio i miei, vedrai che dopo te ne innamorerai
NON.CI.PROVARE.NEMMENO.

25. Se i tuoi l’avessero pensata come te, non saresti qui
E non dovrei rammaricarmi di averti incontrato oggi.

Immagine

Non so cosa spinge gli esseri umani a diventare così pedanti. Ovviamente non è rivolto a tutti i genitori, ma solo a chi crede di avere la verità in tasca e punta il dito con mille inquisizioni. Ho spesso avuto la sfortuna di incontrare gente così e di subire un lungo, lunghissimo terzo grado di questo genere. Una signora tempo fa, ha tirato fuori la foto del nipote e ha incominciato a sbattermela davanti agli occhi urlando: “come fa a non piacerti, come fai a non volerlo?”. Giuro. Non ho neanche saputo cosa rispondere quella volta. Forse avrei dovuto stringerla tra le mie braccia e gridare “esci da questo corpo!” ma avrei probabilmente peggiorato la situazione. Non capisco che fastidio suscitiamo. Se voglio vivere la nostra famiglia a due perché ritengo sia la miglior scelta per me, qual è il problema? Perché sentono di dovermi per forza convincere? Io, che sono sicura della mia scelta, vivo tranquillamente la mia vita incurante delle decisioni altrui. Perché non riescono a fare altrettanto? Ci sono forse cose che non dicono di proposito? Un codice non scritto per poi ritrovarci tutti nella stessa situazione: una sorta di “mal comune, mezzo gaudio”. Non ho altre spiegazioni sul perché uno debba passare un’ora a cercare di farmi cambiare idea. Magari sono così contenti che cercano di spiegarmi quanto potrei essere felice io se procreassi. “Se non hai figli non puoi capire”. Ma allora vi chiedo, perché pensate di sapere quale sia la cosa giusta per me se non vivete nei miei panni?

 

Starbucks e gli altri: perché in Italia no?

WP_20140403_00120140403094813

 

Stamattina avevo in programma di farmi una passeggiata fino alla banca dove avevo appuntamento. Mentre stavo camminando, mi sono trovata a pensare che avrei tanto voluto godermi un bel bicchierone di caffè americano to go (da portar via), un po’ per riscaldarmi vista la freddina brezza del mattino, un po’ per svegliarmi visto il mio persistente stato comatoso. Così, ingenuamente e presto capirete perché, mi sono diretta in un bar per farmi dare una buona dose di caffeina calda e leggera. Non volevo una tazzina forte che durasse qualche secondo. Volevo proprio una bevanda da consumare con calma. Entro nel locale e mi faccio spazio tra gli avventori che occupavano il bancone. Appena mi sono avvicinata mi son chiesta se un caffè americano fosse contemplato in un bar italiano. In effetti credo di no. Mi è stato detto che non avevano bicchieri da asporto così grandi e quindi ho optato per consumarlo in loco. Poi ho visto la procedura per fare il caffè americano. In pratica, un caffè lungo messo in una tazza da cappuccino, allungato con acqua bollente. La mia faccia era un po’ perplessa, l’ho bevuto lo stesso, ma del caffè americano, neanche l’ombra. Pensare che io ho la macchina che lo fa e l’ho pagata non più di una trentina di euro. Visto l’alto tasso di turismo straniero, perché non prenderne una?

Uscendo non ho potuto fare a meno di pensare che rispetto al mondo, siamo indietro anni luce. Starbucks è solo una chimera per noi italiani? Ho letto e riletto le leggende metropolitane che spiegano, verosimilmente o meno, il perché dell’assenza di questa grande catena nel territorio del Bel Paese. Si vocifera di un acquisto del marchio da parte di Autogrill per avere l’esclusiva. Si parla di lobby del caffé (Illy e Lavazza) che si sarebbero categoricamente opposte per aver un mercato meno affollato. Si dice che Starcbucks non voglia entrare in un contesto così saturo di concorrenza. Ma perché? Sarebbe comunque diverso dall’abituale espresso, non un sostitutivo, semmai un’alternativa. Non so realmente quali siano i motivi di tale assenza, quello che so è che Starbucks è presente in ogni angolo del pianeta. Ma non da noi.

Ho sentito e letto di gente che si vanta di questo particolare record. “In Italia non lo vogliamo, noi qui beviamo il vero caffè, non quella schifezza e poi è carissimo, sono fuori di testa”. Ma a te, francamente, che ti frega se io bevo una “brodaglia”? Quale pezzo del tuo corpo viene amputato se pago 5 euro per un americano da bere a spasso? Come sempre, quando qualcosa non piace o si teme, si passa all’attacco. Nessuno vuole soppiantare i bar nostrani, semplicemente si desidera avere una scelta diversa. Scelta, non obbligo. Non ti piace? Passa oltre.

Un sabato pomeriggio, si prevedeva con amici di stare in casa a vedere un film. Classico da film, si stava scegliendo insieme cosa stuzzicare nel contempo. Chi ha proposto una pizza, chi ha proposto un Mc Donald’s. Storci qui, storci là, ci siamo resi conto che come alternative, qui da noi, ce ne sono ben poche. Avremmo tanto voluto andare da KFC e ordinarci uno scodellone di pollo fritto. Mmm. Ma qui da noi, indovinate un po’, qui non c’è.

E anche qui i soliti, prevedibili pregiudizi. “Meglio che non c’è, solo schifezze”. E ridaje. Ma te lo ordina il medico di andarci? Quando sento frasi come “il ragù è la salsa preferita degli italiani, non quelle schifezze americane” mi si accappona la pelle. NESSUNO sta dicendo di eliminare le lasagne dalla faccia della terra. Stiamo solo, timidamente, chiedendo di poter scegliere, anche noi, come il resto del mondo. Fa male? E’ cibo spazzatura? E’ un’americanata? Va bene, prendiamo atto e passiamo oltre. Molte persone hanno paura che questo cibo dannoso, diventi poi un’abitudine che porti al collasso fisico.Quindi, mi chiedo io, togliamo tutto ciò che è fritto dai nostri negozi? E le sigarette? E l’alcool? Perché loro sì, mentre io non posso andare a pranzo da Taco Bell, per esempio? O decidiamo di eliminare tutto quello che fa male (puzza di dittatura, però) o lasciamo che il buonsenso delle persone faccia il suo corso. Facciamo così, chi reputa tutte queste novità alimentari uno SCHIFO, continui tranquillamente la sua vita e la sua alimentazione come prima. Io e tutti gli altri, ci arroghiamo il diritto di poter decidere del nostro pranzo o della nostra cena.

O della colazione per esempio. Io amo il salato. Al bar, trovi solo dolce. Prova a chiedere un toast al mattino alle 8. Prova, coraggio. Se va bene aspetti un’ora. Se va male, cosa più probabile, ti rispondono che la cucina è chiusa. In Italia, al contrario del resto del mondo, la colazione è dolce. Punto. Niente scelta, a meno che non spadelli a casa tua. Nelle grosse catene, al mattino, puoi scegliere cosa mangiare, non ti viene imposto. Un bel bagel salato da Dunkin’ Donuts. Utopia. E anche per quanto riguarda il discorso dolciumi, io non so da voi, ma qui a parte qualche brioches che se avanza, dopo le 10, diventa un pezzo di cartone, altro non trovi. In pasticceria, non ci sono ciambelle o fette di torta. Se vuoi una torta classica, te la fai a casa. O te ne compri una intera, ma solo quelle dei compleanni. Altri tipi, zero. Non esistono caffetterie nel vero senso della parola. Ora vi chiedo, è così difficile accettare che qualcuno sia diverso dallo standard?

Quando apro il discorso con le persone, ci sono quelle che subito si infervorano dicendomi che la tradizione italiana è costituita da pasta, cucina mediterranea, cappuccino e brioche. E le tradizioni vanno mantenute. Io rimango perplessa e mi chiedo se allora tanto valeva tenersi il Colosseo aperto con gladiatori e leoni dentro. O possiamo ogni tanto andare avanti insieme al mondo anche noi? Sembra quasi che tu sia Satana. L’anti Cristo dell’Italianità. Ma chi la tocca l’Italia! Non vogliamo radere al suolo le trattorie nostrane. Ripeto, vogliamo solo una scelta. Giusta? Sbagliata? Chi se ne frega. A me non piace l’agnello, non piace la pecora e nemmeno la capra: nessun alimento ovino, ma non è che vado in giro sbandierando di eliminare tutti i cibi di questo tipo, semplicemente non li mangio!

“Mangiati una pizza che fa meno male ed è più buona”. E chi dice che sia cattiva. E’ questo che non sopporto e non tollero. I consigli non richiesti e le persone prevenute. Io non dico a te cosa fare, per quale bizzarro motivo, tu ti senti in diritto di decidere per me?

E’ quasi ora di pranzo, vorrei qualcosa di veloce, come magari un tramezzino da Pret-à-Manger. Come dite? Ah giusto. Son schifezze. Noi non siamo da fast food. Noi siamo lo slow food per eccellenza. Mi viene il dubbio che l’aggettivo slow, sia più riferito al passo dell’Italia nel mondo (e parlo in generale) che al tempo di consumo dei cibi, anche perché la pausa pranzo a lavoro, di media è tra la mezz’ora e l’ora. Ci facciamo una pasta e fagioli, giusto per addormentarci nel pomeriggio? O andiamo a prendere un boccone in un bar, dove spesso ti servono la nostra amatissima pasta surgelata in simpatiche confezioni monouso? L’idea generale non è quella di attaccare l’Italia e il nostro stile di vita, ma solo quello di dare una smossa affinché non si debba aspettare una vacanza all’estero per ordinare un tanto agognato Frappuccino.

Ci sarà chi mi dirà di essere felice che l’Italia si muova lenta rispetto al mondo, proprio perché non abbiamo niente da imparare a livello culinario. Mi sentirò rispondere “meglio che siamo indietro, guarda come si conciano gli altri, abbiamo la cucina migliore al mondo, non dobbiamo copiare niente da nessuno”.

A me fanno paura l’estremismo e la convinzione di essere perfetti. “Il mondo non ha niente da esportare nella nostra penisola, i nostri prodotti sono i più buoni”, mi diranno. Io penso che una cosa invece, ce la stiamo perdendo: la tolleranza. Se non posso neanche dire di voler qualcosa di diverso, e sto parlando solo di cibo, chissà cosa succede nelle cose più serie.

Niente è peggio della chiusura mentale e dell’ostinazione. Limitare le opinioni altrui è terribile, vietare la libertà di scelta è pericoloso.

CHI HA PAURA DI VOLARE?

Immagine 824 (1280x708)

Nonostante il mio amore per i viaggi e la scoperta del nostro pianeta sia così profondo in me, ogni volta che si programma una vacanza, ho questa fastidiosa sensazione di paura che mi pervade il corpo nel momento stesso in cui realizzo che dovrò salire su un aereo.

Non è sempre stato così. Viaggio in lungo e in largo da quando sono piccola e fino a qualche anno fa, ho sempre adorato salire su quei magnifici miracoli tecnologici. Guardavo gli aerei da terra e immaginavo quale potesse essere la destinazione, chi potesse avere la fortuna di essere seduto a bordo e il motivo del suo viaggio. Prendere un aereo è sempre stato un mistico e romantico ponte temporale, che ci ricollega ai vecchi romanzi di avventura. Poi, come sempre succede con l’avanzare del progresso, sempre più persone hanno iniziato a volare e ormai al giorno d’oggi, si è persa la versione poetica di quello che era un viaggio aereo ed è diventato un gesto abitudinario quasi come salire su un treno.

Fin da piccina, una volta salita a bordo, mi godevo la preparazione al decollo, la spinta che ti faceva salire in alto, sopra le nuvole, lo spuntino servito da quelle impeccabili hostess, mi godevo il panorama mozzafiato e infine mi emozionavo per aver raggiunto la destinazione tanto desiderata. Ho sempre avuto un approccio così sereno che mi sembra quasi impossibile essere arrivata al mio comportamento attuale.

Cosa ha scatenato questa fobia e quando ha subdolamente incominciato a lavorare sulla mia psiche? L’unica cosa che ricordo, è che si è presentata la vigilia del primo volo che ho fatto con quello che poi sarebbe diventato mio marito. Secondo alcune ricerche che ho avuto modo di fare, la fonte scatenante potrebbe essere la paura di perdere qualcosa che si è appena conquistato. Magari in un momento felice, si ha il puro terrore che non possa durare per sempre e che prima o poi succeda qualcosa di brutto che ti privi di tutto: in quel momento l’aereo assume una responsabilità che non ha, diventando il fulcro della tua paura stessa. Tirando due somme, da non professionista, mi sento di dire che probabilmente per me è successo davvero in questo modo. Io per la prima volta ero davvero felice e in quel momento, l’aereo era ciò che poteva metter fine ad ogni cosa. Probabilmente, avessi dovuto prendere un treno, ora avrei intitolato questo pezzo con “chi ha paura di correre sulle rotaie?”.

Da quel momento, volare per me è un supplizio a cui mi sottopongo con forza e devo ringraziare che la mia voglia di viaggiare sia per ora, più forte della mia paura, altrimenti sarei limitata ai confini italiani. E a lunghe code in macchina. Che poi lo so. La macchina è a livello probabilistico più pericolosa di qualsiasi altro mezzo. Ogni volta le persone provano a dirmi che l’aereo è il mezzo di trasposto più sicuro al mondo: “sai quanti aerei volano ogni giorno?”, mi sento spesso chiedere. Eh, sì che lo so. So anche che gli incidenti aerei sono davvero una bassissima percentuale se si considerano le migliaia e migliaia di voli che transitano nei nostri cieli ogni giorno. “E se quell’aereo su un milione fosse il mio?” rispondo sempre. Nessuno (tranne me e i miei colleghi di fobia) pensa che il volo su cui sta salendo possa avere un incidente, eppure succede.

Ho provato con libri, video e training autogeno. Ho tentato di sentire musica rilassante, chiacchierare per non pensarci e chiudere gli occhi per tentare di dormire. Ma alla fine, al primo accenno di turbolenza, parte un panico interiore incontrollabile ed è solo perché ho ancora un minimo di filtro tra il pensiero e la parola, che riesco a trattenermi dal gridare “stiamo precipitando” in mezzo al corridoio. Ogni volta, stringo i braccioli fino a farmi male e maledico il momento in cui ho deciso di salire su quella “trappola infernale”.

Anni fa, eravamo in volo da Jackson Hole (Wyoming) verso Denver (Colorado) su un velivolo Delta. Una brutta turbolenza ci ha investito e l’aereo ha incominciato a ballare parecchio. Mio marito e miei amici ridevano e mi prendevano in giro per smorzare la pesante atmosfera, così io, per non sembrare sempre la solita lagna, facevo finta che andasse tutto bene. Tranne che per le mani viola a furia di stringere il sedile. Tranne anche per le lacrime che silenziose scendevano sulle mie guance nonostante mi sforzassi di simulare un sorriso tirato sul viso. Ammetto che in quel momento non ci stavo capendo più nulla e devo ringraziare la preparatissima assistente di volo che ha capito subito, con un’occhiata veloce al suo passaggio, che c’era un problema. Si è avvicinata e come se niente fosse ha iniziato a parlarci (soprattutto si rivolgeva a me) chiedendoci dove stavamo andando, di dove fossimo e quale fosse il nostro itinerario di vacanza. Io neanche mi accorsi di aver iniziato a chiacchierare con lei e dopo pochi minuti iniziammo la discesa per l’atterraggio. Uscendo le dissi quanto le fossi grata e la ringraziai dal profondo del cuore facendole i complimenti per come aveva gestito la cosa.

Quando prenoto un volo, mi faccio mille paranoie. “La compagnia è sicura? Quanti voli ha? Su che modello di aeromobile viaggeremo? No quella scartiamola, non mi fido. No i voli interni mi spaventano, non c’è un treno?”. Insomma, ogni volta un dramma e non voglio neanche stare qui a nominare la perfida coincidenza di trovarsi sempre di fronte programmi TV come “quei secondi fatali” o “indagini ad alta quota”. Insomma, già normalmente, la notizia di un incidente aereo è di per sé sconvolgente, quando poi si ha in programma un viaggio, niente ferma l’innesco di una serie di attacchi di panico con mille ripensamenti.

Un altro aspetto psicologico che mi sento di poter confermare nel caso della mia paura, è la sensazione inconscia di lasciare il posto sicuro, “casa mia”. Non fraintendetemi, non ho paura di andare in un posto nuovo, è il mio IO che parla per me. Io sono così entusiasta di visitare il mondo, eppure senza rendermene conto, questa fobia lavora ad un livello più profondo: il mio spauracchio di allontanarmi dal luogo protetto. All’inizio pensavo non fosse una ragione tanto plausibile, poi una professionista mi fece una domanda: “scommetto che hai più paura del volo di andata, piuttosto che del volo di ritorno”. Orca. Sì. Al ritorno ho meno paura. Diciamo che butto sempre la battuta:“è meglio cadere al ritorno, almeno mi sono goduta il viaggio”– in realtà, il mio IO, suggerisce inconsciamente che sto tornando a casa, nel luogo intimo e protetto. Ecco perché sono più tranquilla.

L’aereo è solo una scusa (il capro espiatorio) per una mia paura più profonda e prima riuscirò a capirlo, prima mi godrò questa parte integrante del viaggiare.

Soprattutto se, come previsto, il prossimo volo sarà di circa 12 ore. Temo che il gentil consorte e la mia amica stiano tramando di drogarmi a mia insaputa come succedeva a B. A. Barracus nella serie A-team…

I PARCHEGGIATORI COMPULSIVI

Immagine

Ieri ero in giro in macchina e tra una manovra e l’altra, cercavo di capire cosa c’era che non andava lungo la strada. Sembrava che fosse tutto normale, ma poi all’improvviso ho capito. La mia guida si è ormai adattata a quelli che io chiamo “parcheggiatori compulsivi”.

Se sono in una strada stretta e il simpatico di turno ha lasciato la macchina in mezzo, io sono costretta a fermarmi, ad aspettare che le macchine in senso opposto siano passate, a tentare un sorpasso veloce e a evitare di farmi la fiancata.

Se sono ferma allo stop e il proprietario del SUV (anche detto faccio-le-veci-di-un-camion) ha mollato il mezzo sulle strisce pedonali che stanno proprio in mezzo alla mia visuale, io sono destinata ad uno sbocco cieco. Quindi ecco che piano piano, centimetro dopo centimetro, guadagno la posizione e col muso della vettura, sporgo lentamente in avanti per capire se posso passare o no. Puntuale arriva chi mi suona da dietro, per esortarmi a muovermi, come se non avessi già abbastanza problemi, allora sudo e provo ad uscire, ma ecco pronto chi mi suona dal davanti per avvisare che sta arrivando e allora sconsolata inchiodo e mi blocco lì.

Se sto cercando parcheggio all’ora di punta e tu mi piazzi la macchina a cavallo tra due posti liberi, mi rendi nervosa al punto che vorrei entrarti nella fiancata. Perché io non ho capito una cosa: o non sei capace a parcheggiare o sei un incivile egoista. Io azzardo l’ipotesi che tu sia entrambe le cose. Tu sei arrivato (o arrivata) e hai visto un buco libero. Probabilmente non hai neanche messo la freccia, hai infilato la macchina con la velocità di Flash Gordon e poi sei sceso dalla vettura. Guardando con aria soddisfatta il risultato di tale botta di culo, ti sei accorto che hai occupato più del necessario, ma la fatica di trovare parcheggio ha avuto la meglio e hai beatamente ignorato il problema. Sì sì, dico proprio a te. Una volta ne ho beccato uno così, davanti ai miei occhi e io non sono mica stata zitta, “guardi che se tutti fanno così, i parcheggi da 20 diventano 10…” Ha chiesto scusa e rifatto manovra, credo di averlo preso di sorpresa…

Se hai fretta perché “tanto entro nel negozio solo un minuto”, ti assicuro che c’è altrettanta gente che va di corsa come te. Che non ha energie, voglia e tempo di aspettare che tu ti sia fatto i tuoi comodi. Che non ha intenzione di rischiare un frontale perché “dai metto un secondo le doppie frecce così capiscono”. Ma capiscono cosa? SPIEGAMI IL NESSO tra le tue doppie frecce accese e il fatto che blocchi il traffico.

Se in un parcheggio, tu mi blocchi l’uscita, perché all’ultimo hai deciso che andava bene parcheggiare esattamente a venti centimetri dal mio cofano, con una ruota sul marciapiede e mezza macchina davanti ad un passo carraio e non ti sei fatto remore a riguardo, lascia che ti spieghi una cosa. Per terra ci sono dei segni che non sono reperti di arte rupestre o vecchi graffiti. So che sei sconcertato, ma ti assicuro che quelle striscioline blu o bianche, sono fatte apposta per delimitare fin dove potete stare tu e la tua macchina; pensa cosa si scopre ogni giorno, eh?

E tu, mamma amorevole, che all’uscita da scuola per non rischiare di far camminare due metri in più quell’angelo di tuo figlio (come avremo fatto noi che a scuola ci si andava anche da soli) ti parcheggi in doppia o terza fila e osi guardare con aria di sfida chi ha qualcosa da dire. Tu, cara dolce mammina blocca traffico, pensi che io abbia la bat-mobile che con un tasto spicca il volo e ti passa sopra? Magari ce l’avessi, la bat-mobile. Passerei sopra a tanti. Senza spiccare il volo, però.

La cosa peggiore in questa baraonda di maleducazione ed egoismo, è che spesso, nelle vicinanze, ci sono dei parcheggi enormi, liberi e a volte anche gratis. Ma non vorrai mica far due passi a piedi? Sarà mica dannoso? E questo mi porta all’ultima categoria. La peggiore.

Se non trovi posto, stufo di girare, ti guardi intorno e alla fine hai un’illuminazione. Magari ti senti anche un po’ in colpa, ma alla fine ecco che lo fai. Ti piazzi bello tranquillo nei parcheggi per i disabili. Giusto per non saper né leggere né scrivere, ti dico subito che ti colpirei con un cric in mezzo agli occhi. Così, per sport. Tu dovresti alzare le tue chiappette sode o meno (anzi, se sei flaccido, magari sarebbe meglio alzarle sul serio ) e far due passi a piedi, perché guarda un po’, la persona a cui tu hai rubato il posto, invece NON RIESCE A FARLI QUEI DUE PASSI A PIEDI!  Al posto di ringraziare il cielo che tu sia in pieno possesso delle tue facoltà fisiche (su quelle mentali ho una mia idea) e farti una sana camminata, fai una delle peggiori azioni per garantirti il posto a 2 metri dalla tua destinazione. Egoista, pigro e fuorilegge! In questa bella paternale, includo anche chi ha l’autorizzazione perché solitamente accompagna in auto un disabile ma poi sfrutta il bel talloncino a proprio uso e piacere quando è in giro da solo. Ok, legalmente hai il permesso, ma eticamente, non ti fai un po’ schifo?

Insomma, proviamo a fare tutti un piccolo sforzo, non possiamo pretendere che tutto funzioni e fili liscio, se poi siamo i primi a cercare delle scappatoie per dei vantaggi personali. Soprattutto quando questi vantaggi vanno a discapito della libertà altrui.

“La tua libertà finisce dove inizia la mia”.

Capisco che nel mondo di oggi, la fretta e il condividere spazi già saturi, creino disagi. Non dico di non commettere anche io qualche peccatuccio, ma cerchiamo di evitare di peggiorare le cose. La vita quotidiana è vissuta in modo particolarmente nervoso, non aggiungiamo benzina sul fuoco, cerchiamo davvero nel nostro piccolo di agevolare il prossimo in questa convivenza comune.

E sì. Vale anche se piove.

BIG FAMILY: pro o contro?

big_family

Stavo recentemente facendo zapping e mi sono imbattuta in un programma che parlava di grandi, anzi oserei dire, grandissime famiglie sparse nel mondo. Nuclei composti da numerosissimi membri, 11, 16 figli. Naturalmente, dopo lo shock iniziale, mi sono fermata a guardare con interesse, anzi, con morbosa curiosità.

La storia era sempre più o meno la stessa. La coppia ha iniziato ad avere figli e poi senza accorgersene (!!) si è ritrovata molto affollata. Tralasciando il dubbio che mi viene quando sento frasi come “avevamo deciso di smettere, poi non si sa come sono arrivati ancora e ancora” perché rimango perplessa a sentire che ancora oggi, ci siano persone che lasciano al caso un aspetto così importante della vita, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti. La comodità, la praticità e la qualità della vita. Vorrei provare a non giudicare chi fa scelte così estreme, anche perché non è prevista la mia convivenza con loro, ma cosa pensano i diretti interessati?

I genitori erano coppie abbastanza giovani e devo dire di non averli mai visti nel corso del programma, impazzire dal nervoso o dare di matto. Li ho notati molto calmi nella loro routine giornaliera. Routine ormai consolidata e schematizzata, a buona ragione, perchè organizzare una giornata con 18 persone che spaziano dai 2 ai 45 anni, deve essere un lavoro pianificato nei minimi dettagli, sennò, è il caos totale. Tutto è scandito dai risvegli, poi le code al bagno (1), infine le corse alle varie scuole. Dopodiché tantissime lavatrici ogni giorno e poi l’organizzazione dei pranzi, dei compiti, dei lavori da svolgere e ancora e ancora daccapo ogni giorno.

La cosa che mi ha colpito particolarmente è la totale assenza di privacy . Sarà che io ritengo la privacy un componente fondamentale nella mia vita, sono rimasta sbalordita di vedere che in quella casa (così come nella casa delle altre famiglie intervistate) dormono 5 o 6 persone nello stesso letto, convivono nello spazio insieme e mai nessuno ha un minuto di solitaria tranquillità .

Potreste rispondermi, ma se a loro va bene così, a te che interessa? Niente da dire, ma un conto sono i genitori, che consapevolmente o meno, sapevano a cosa andavano incontro, quello che mi chiedo è, cosa ne pensano i figli, che sono stati catapultati in quel delirio di sorelle e fratelli?

L’impressione generale è che apparentemente, questi cloni della famiglia Bradford, vivano come nelle riprese della Casa nella Prateria. I grandi aiutano i piccoli, i piccoli giocano tra loro e tutto fila liscio. Ma in realtà? I figli adolescenti e quelli più grandi, erano abbastanza esasperati e stanchi di dormire sui divani per la mancanza di spazio, di cercare ardentemente e inutilmente un attimo di solitudine, di studiare nel caos di gente che corre, urla e gioca. Intervistati i ragazzi, si sono detti stanchi e onestamente non mi sento mica di dar loro torto. Come avevo previsto, molti di loro, quasi tutti quelli a cui è stata posta la domanda, si sono espressi contrari a famiglie numerose e hanno ammesso che loro quasi certamente non vorranno figli. E io chi sono per biasimarli?

Ora io mi chiedo, è giusto obbligare i tuoi figli a sopportare quello che tu hai consciamente o inconsciamente scelto per la tua vita? Perché sottoporli ad un simile stress ogni giorno, alle ristrettezze economiche, ai sacrifici? Perché non siamo mica tutti Rockefeller e vivere, oggi, costa!
Qualcuno potrebbe dire che i sacrifici forgiano il carattere. Ma io ribatto. Perchè non fermarsi ad un certo punto? Perché non decidere di dare il meglio a quei pochi che si hanno, invece di dover dividere le risorse economiche per un sempre maggior numero di figli? Secondo voi è giusto imporre tutto questo a chi non ha scelto di venire al mondo?

Tacciano spesso di egoismo chi decide di non voler figli, ma il volerne come se non ci fosse domani, non è in fondo la stessa cosa? Non è egoismo soddisfare un desiderio che porta ad averne 16? Perchè scegliere di averne così tanti? Cosa spinge questi genitori a non fermarsi? Non si accorgono dell’insoddisfazione dei propri figli? Quei figli erano pronti a giurare con le pive nel sacco, che mamma e papà non si sarebbero fermati. Che avrebbero ancora procreato. Che si sarebbero trovati ancora a non poter vivere la propria vita per badare a quella degli altri. E’ egoismo anche questo? In effetti sì, perchè come cita il dizionario, egoismo è quando avvengono azioni o comportamenti finalizzati unicamente a beneficiare il diretto interessato, anche se ciò danneggia o limita la libertà altrui. Beh direi che ci siamo. I genitori vogliono altri figli, con buona pace delle rimostranze di quelli che hanno già.

Mi ero ripromessa di non puntare il dito, mi ero ripromessa di non lanciare accuse, ma non posso fare a meno di mettermi nei panni (strettissimi e affollati) di quei ragazzi e mi chiedo: “ma io riuscirei a sopportarlo?”. Io no. Assolutamente. Probabilmente impazzirei dopo un giorno. Ma voi? Ritenete troppo importante la vostra privacy e il vostro spazio vitale o adorate essere circondati da persone? Vi sentireste stipati o amorevolmente circondati?

Quelli che Groupon non l’hanno mica capito…

Immagine

Una bella invenzione Groupon. Per chi come me adora andare a cena fuori poi, è una manna dal cielo e una grandiosa boccata d’ossigeno per le proprio tasche. Certo, bisogna ricordarsi di prenotare con anticipo a causa dell’alta richiesta, ma si ha la possibilità di potersi sbizzarrire in località che probabilmente non avremmo mai considerato.

Groupon fa risparmiare parecchio e ti offre una vasta scelta di servizi. Acquisti vantaggiosi, viaggi, cene e trattamenti di bellezza. Insomma, un calderone di shopping che ogni giorno ha sempre nuove proposte con ormai migliaia di partners sparsi nel mondo. Insomma, tutto rose e fiori? Eh no. Come sempre quando c’è di mezzo il Dio Denaro e l’avidità intrinseca delle persone, non sempre fila tutto liscio. Io e i miei amici abbiamo ormai toccato i cento acquisti tramite questo sito e visto che la maggior parte di questi coupons, riguardano ristoranti, mi limiterò a parlarvi un po’ di un fenomeno che purtroppo, spesso, capita in alcuni locali.

Senza statistiche alla mano, così a naso, direi che un buon 60% dei ristoranti che abbiamo visitato, ci ha offerto un servizio ottimo, trattandoci con cortesia e professionalità, nonostante si spendesse quasi la metà del prezzo ufficiale, anche perché si suppone che questo sito di offerte, sia nato con una duplice funzione. Da una parte abbiamo il vantaggio per i clienti, che nonostante la crisi, possono comunque concedersi qualche uscita in più senza prosciugare il già non pingue conto corrente. Dall’altra ci sono i gestori, che oltre ad aver un nuovo flusso di clientela, possono sfruttare queste offerte per farsi un’abbondante pubblicità. Un modo per farsi conoscere.

Il nocciolo della questione è proprio questo: farsi conoscere e fare in modo che il cliente soddisfatto, torni poi altre volte e paghi il prezzo pieno. E vi assicuro che capita proprio così: un posto che magari hai sempre avuto a pochi chilometri da casa, conosciuto tramite Groupon, ti attira e ti piace così tanto, che viene immediatamente inserito nella lista di locali preferiti. Questo dovrebbe essere il meccanismo di funzionamento. Ma le cose non vanno sempre come le si immaginano. Purtroppo.

A noi è capitato di tutto.

A volte abbiamo ordinato una bevanda diversa da quella compresa. Ci è stato per esempio fatto pagare il prezzo pieno di una birra senza scontarci ( forse per rientrare nelle spese?) la bottiglia di vino (!) compresa nel pacchetto e non utilizzata. Spesso anche piccole aggiunte sono invece state offerte. E’ capitato  di essere sistemati in “zone separate” dai tavoli dei paganti reali (potremmo azzardare col termine “ghettizzati”) forse, pensiamo noi, per non far notare il cibo vero, dato a chi pagava il prezzo pieno, dal “cibo-mensa” di noi “morti di fame”. Eh si, ci siamo talvolta sentiti clienti di serie b. In un paio di occasioni, sembrava che il gestore, avesse raschiato il fondo della cantina per rifilare ai poveri “grouponisti”, le scorte di cibo in scadenza. O scaduto addirittura: ragazzi certi gusti e certi olezzi, che o il cuoco era sotto l’effetto di droghe pesanti o gli alimenti erano davvero al limite del marcio.

Poi ci sono quelli (e qui devo dire che sono la maggioranza) che nell’offerta piazzano un menu da far impallidire Gordon Ramsay descrivendo millemila pietanze e altrettanti sapori, ma quando arrivi, ti ritrovi una rivisitazione di piatti stile trattoria della stazione, con metà degli ingredienti promessi (siamo rimasti senza aragosta vi abbiamo messo il nasello, che sfortuna proprio oggi) e porzioni simili ai pinchos spagnoli.

In tutto questo bazar di avventure gastronomiche, noi devo ammettere, siamo molto accondiscendenti. Sappiamo di pagare pochissimo e non pretendiamo chissà che lusso. In molti locali, ci è capitato davvero di essere trattati come dei re e le altre volte, abbiamo incassato il colpo e reagito con l’unica arma a nostra disposizione: tripadvisor e porta a casa!

Quello che vorrei tentare di spiegare ai carissimi gestori, è che forse, hanno inteso male il senso di questa iniziativa. Nonostante abbia saputo col tempo, che il guadagno finale dei ristoratori in queste offerte, sia esiguo e a malapena sufficiente per coprire le spese, c’è comunque qualcosa che non mi torna. Perché promettere menu vastissimi, rischiando poi una brutta figura davanti al cliente, quando sul tavolo arriva la metà delle cose? Non è forse meglio, offrire meno da subito e fare in modo che quel meno sia curato e delizioso? Perché trattare in modo sbrigativo e spicciolo i clienti aderenti a offerte che VOI avete sottoscritto? Mica ve l’ha prescritto il medico di iscrivervi, non capisco perché devono rimetterci l’educazione, la professionalità e il cliente. Non dimentichiamo anche i furbetti che limitano l’uso di questi coupon ai pranzi settimanali; magari tu sei pronto a prenotare con mesi di anticipo (vi ricordo che spesso le offerte acquistate, hanno una validità di circa sei mesi) et voilà, la sorpresa. Il gestore ha limitato la prenotazione escludendo a piè pari i week-end e i serali: eh grazie, magari scriverlo? Ragazzi miei, non crediate di essere tanto furbi, perché se è vero che Groupon ci rimborsa, è anche vero che voi rasentiate le truffe a volte..

Infine, mi ricollego al discorso che ho citato prima e che riguarda tutti quelli che pensano che queste offerte siano un modo per fregare tutti rifilando vecchi e incomprensibili residui alimentari, lasciatemelo dire: NON AVETE CAPITO PROPRIO UN PIFFERO e oltre che in malafede, siete anche stupidi. Secondo voi non ci accorgiamo che ci state prendendo in giro? Secondo voi non vediamo che le persone di fianco a noi stanno mangiando del cibo commestibile mentre a noi avete servito dei piatti scaduti qualche Natale fa? Groupon se utilizzato nella maniera corretta, serve a fidelizzare un nuovo bacino di clienti, ma se questi “delinquenti” continuano per la loro strada, l’unico ritorno che avranno del cliente, sarà quello con a fianco l’ispettore dell’ASL.

In tutti i mestieri ci sono i professionisti e quelli che si inventano di esserlo. Come nella vita, ci sono coloro che rispettano il prossimo e quelli subito pronti a imbrogliarlo. I clienti soddisfatti, portano altri clienti. Quelli arrabbiati, invece, ne faranno scappare via il doppio.

“Ci vuole una vita per crearsi un cliente. Un secondo per perderlo per sempre”.

VEGANI VS CARNIVORI: QUAL E’ LA SOLUZIONE?

Image

Proprio mentre già mi pregusto e mi lecco i baffi in vista della costata succulenta che ho in programma di mangiare questa sera, ecco che mi compaiono link e articoli sulla dannosità e sugli effetti negativi che l’alimentazione ha sulla salute umana. Ovvio, dico io, che mangiare cibo spazzatura tutti i giorni non fa senz’altro bene, ma il resto? Allora quasi spinta da una forza interiore che morbosamente ne vuole sapere di più, mi ritrovo ad aprire pagine su pagine elencanti i benefici di una dieta vegana.

Io non so nulla su questo argomento, quindi mi limiterò ad un racconto di quelle che sono state le mie sensazioni.
Curiosità, incredulità, paura, convinzione, perplessità.
Ho incominciato a leggere ogni sorta di articolo riportante le parole “cancro e alimentazione“. Ho dovuto sopprimere il senso di ansia che mi è venuto nel leggere tutto quell’elenco di cibi proibiti e dannosi che io invece ingurgito senza pietà. Ho incominciato un pochino a sudare freddo e mi son detta: “mah proseguiamo, vediamo dove mi porta“.
La carne rossa fa male, anzi malissimo. Le proteine animali sono nocive. Le carni cotte alla griglia, poi, sono pericolosissime: la mia costata tanto sognata di stasera, sta assumendo la forma di un teschio nella mia mente. Oddio e ora?
Verdura, frutta, fibre, pesce. Una serie infinita di alimenti che aiutano l’organismo.
Fritti, carni, insaccati. Una serie infinita di adorabili cibi che danneggiano il corpo.
La mia mente esplora nei ricordi. Ma io, come ho mangiato nel corso della mia vita? Inesorabile risposta del mio cervello ormai fuso dalle informazioni: “lasciamo perdere“.
Ho mangiato sempre male e troppo? Si.
Ho abusato di aperitivi, grigliate e latitato di verdura e vitamine? Si.
Sto sudando freddo, ve lo giuro. E mi chiedo: “è ancora possibile fare una retromarcia immediata per contrastare i casini alimentari che ho combinato?”
Non so ancora praticamente nulla su questo argomento, ma quello che più mi sta lampeggiando davanti agli occhi è : “la paura è abbastanza forte per potersi dare una svegliata o basta che mi si presenti davanti un piatto fumante di patatine fritte, per dimenticarmi di quanto siano nocive?”.
Io mi conosco. Rinuncerei sul serio, da ora e per sempre alle buone e profumate grigliate estive con gli amici? Sono una delle cose che più adoro al mondo. E poi ancora penso che io di carne, in effetti, non ne mangio molta, devo eliminare anche quell’unica scarsa bistecca che mi concedo quella volta al mese? Inconsciamente comincio a rassicurarmi. Una volta al mese è poco, sarà mica quella che fa male?
La mia forza di volontà è così forte da impormi tali limiti o finirei col pensare che tanto di qualcosa si deve pur morire?
Filosoficamente parlando, è meglio aggiungere giorni alla vita o vita ai giorni?
Questo perché, onestamente parlando, potrei giurare di non essere in grado di vivere da qui fino al resto dei miei giorni rinunciando a ciò che più mi piace. Non dico di mangiarsi un bue al giorno o di buttare giù litri di alcool e schifezze varie. Ma sarei pronta a dire per sempre addio a quei deliziosi manicaretti tanto buoni ma anche tanti cattivi?

Poi, come sempre succede quando ci si deve liberare da una dipendenza, il mio cervello incomincia a formulare delle attenuanti: altro non sono che delle piccole scuse per sentirsi meno in colpa? Allora mi ritrovo a pensare, che forse, se durante la settimana, incominciassi a mangiare più verdura e meno grassi, magari una volta ogni tanto, potrei sgarrare. Cosa potrebbe succedere? Mi sento come un drogato che inventa qualsiasi eccezione pur di confermare la regola: “sto benissimo senza, ma oggi ne ho voglia e non c’è niente di male“.
Finirà così? Sarò per sempre giudicata dalla mia parte vigile che sarà il giudice in ogni scelta alimentare che farò da oggi? Sarò nuovamente libera di godermi i miei pasti o avrò sempre il pensiero che quello che sto facendo è profondamente sbagliato?
Saprò trovare una giusta via di mezzo o in questo caso le vie di mezzo non funzionano? O mangi bene o basta quell’unica eccezione per rovinare tutto il lavoro fatto?
Carnivori incalliti, vegetariani convinti: parlatemi e spiegatemi. Come vivete la vostra quotidiana alimentazione? La rinuncia porta piano piano alla consapevolezza di aver scelto bene o niente al mondo può convincermi di vivere il momento senza rimpianti?
Al momento sono ancora frastornata da tutte le informazioni, dovrò con calma metabolizzare tutto quello che ho letto finora. Ma alla fine, metabolizzerò anche la costata di stasera o finirò per ordinare qualcos’altro?

Probabilmente mi comporterò da irresponsabile. Mangerò la mia costata, ma ogni boccone sarà un pensiero fisso. E magari, sarà con quel tarlo in testa, che incomincerà la mia ascesa alimentare nel regno del cibo per la salute.
Come un tossicodipendente in cerca della sua dose, troverò qualche scusa adatta alla situazione o spingerò via quel menu succulento come se fosse uno spacciatore con il quale ho deciso di chiudere i conti?