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UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO

Poniamo che tu abbia così tanti soldi da poter visitare il mondo nel lusso più sfrenato, quanto ci metteresti a far le valigie?

Ma così è troppo facile. Poniamo invece che tu abbia tempo illimitato ma un budget ridotto. Quanta comodità sei disposto a sacrificare pur di girare il pianeta in lungo e in largo?

Sto leggendo un libro in questi giorni, Lost Girls, che parla di una storia vera nella quale tre ragazze, libere da ogni impegno lavorativo (leggi=licenziatesi di spontanea volontà) pianificano di girare il globo nel corso di un anno intero.
Ben 365 giorni da utilizzare per vedere i posti sognati da sempre.
Il libro è una perla e ve lo consiglio. Ti fa vedere ed immaginare posti lontani, assaporare avventure esotiche e ti fa venire una voglia matta di partire.

Devo dire che ho provato anche io a stilare un elenco di posti che da sempre sogno di visitare, spalmando la visita sui 365 giorni. Un sogno. (In realtà son stata presa dall’euforia e ho sforato di quasi due mesi. Non mi bastava un anno…ma che rimanga tra noi).

Ma i soldi?

Certo, per rimanere in viaggio un intero anno, bisogna aver messo da parte una somma consistente di denaro e nonostante ciò, ci si rende conto presto, che per realizzare un progetto del genere, oltre ai risparmi di una vita, devi procedere con una mentalità totalmente differente dalla quasi maggioranza di turisti. Infatti non sarai più un semplice turista. Uno di quelli che “preferisco star meno tempo ma viaggiare comoda e al pulito”. No, tu sarai quello che in gergo si chiama BackPacker. Zaino in spalla, trasporti pubblici, niente tour organizzati e ostelli di ogni tipo: l’obiettivo è visitare il più possibile con la minor spesa.

Bisogna avere spirito di avventura, capacità di adattamento (fondamentale) e una mente che più aperta non si può.
Il backpacker è forse il non plus ultra del viaggiatore. E’ colui che respira la vera cultura dei popoli che incontra, che assimila conoscenze e sperimenta avventure che il classico turista da “gruppovacanzepiemonte” neanche si sogna. E’ lui che entra in contatto con le vere realtà locali e colleziona bagagli di esperienze da far invidia a Marco Polo. E’ il tipo che prenota solo il minimo indispensabile  per seguire la scia del momento. Se si trova bene in un luogo, ci rimane più a lungo per esplorarlo meglio e lo può fare grazie al programma aperto, senza paletti o limiti.

Essere un viaggiatore indipendente comporta accettare tanti compromessi, ma non deve essere un’imposizione, deve diventare uno stile di vita. Altrimenti, non farai altro che lamentarti e pentirti di essere partito. I compagni della camerata di un ostello, la pulizia latitante nell’angolo sperduto di una comunità di recupero in Kenya, la corrente elettrica a singhiozzi perché nelle ore di punta è utilizzata da tutta la popolazione di quel villaggio nell’India del Sud. Sono vere esperienze di vita, ma devono essere fatte con consapevolezza, altrimenti ti rovini l’eperienza tu e la rovini a chi ti sta intorno.

Io non sono ancora riuscita a sbloccarmi del tutto quando prenoto un viaggio. Una camera singola e un bagno privato sono purtroppo ancora costi imprescindibili nei miei preventivi vacanzieri. Certo, cerco di evitare i circuiti turistici e mi tengo lontana da ristoranti “alla moda” prediligendo luoghi dove probabilmente un ufficio di igiene non è mai entrato neanche per sbaglio, ma me ne frego, e se i locali mi hanno consigliato quel posto, inghiotto la perplessità e ci entro.

Eppure. Eppure il budget destinato ai viaggi è sempre meno. Le spese giornaliere nella vita qui, sono sempre più alte. Cosa faccio? Smetto di viaggiare? Ma neanche per sogno.
Ci sono molti aspetti che potrò andare a limare per contenere il budget finale, ma qui stiamo considerando un lungo viaggio. Non una semplice vacanza estiva. E quindi?

Sapete che esistono anche esperienze di viaggio che permettono di mantenersi mentre si è via? Il famoso au-pair ad esempio, mica è solo per i ragazzini. Ci sono fattorie e aziende agricole sparse per il mondo, nelle quali basta lavorare come “raccogli arance” per un paio d’ore al mattino e ti offrono vitto e alloggio. Perché non provare? Metti un viaggio in Australia, dove questa pratica è più usata e hai trovato da dormire. Certo, ci vuole un minimo di impegno e di serietà. Devi lavorare. Punto.
Ma se altrimenti facendo, l’Australia rimanesse solo un sogno, perché non prendere in considerazione questo modo diverso di viaggiare?

Certo, da qui, comoda a casa con tutti i comforts è facile parlare. Bisognerebbe vedere quanto ci metterei a “sclerare” una volta in viaggio in posti sconosciuti e in stretta convivenza con gente mai vista prima. A far i conti con un lungo periodo lontano da casa ( il minore dei problemi) e un saldo bancario che piano piano si dilegua ( il maggior dei problemi) mentre conti che ti mancano ancora mesi di viaggio (la parte figa dell’esperienza) e non sai verso quali avventure stai andando.

Certo è che un’esperienza del genere non è da tutti. Al momento non conosco nessuno che abbia mollato la vita qui per dedicarsi alla scoperta del mondo.

Ci vuole un po’ di incoscienza. Ci vogliono le palle. Ci vuole menefreghismo ( di quello che ti dice la gente) e grande rispetto per i propri sogni.

 

 

 

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I gatti, quelle meravigliose creature indisponenti…

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La seconda, la più anziana, è di una dolcezza estrema. Starebbe ore a farsi coccolare e non smette di guardarti con quegli occhioni spalancati e affettuosi. Non ti graffierebbe neanche se stesse per morire e fossi tu ad ucciderla. L’altra invece, ti graffierebbe nonostante stesse per morire e tu la stia solo salvando. In ogni gatto c’è un qualcosa di incomprensibilmente affascinante e che te ne fa innamorare. Ma al di là di tutte queste smancerie, i gatti non sono mica solo cosetti pelosi che ti girano intorno. A volte, sono così snervanti. Vero? 1) La chiami. E la richiami. E vieni. E dai. E su. Amore. Pulcino. Patatina. Dai, vieni. Il nulla più totale. Quando ormai non ci pensi più, ecco che arriva. Con quel muso da schiaffi e quella coda dritta in aria mentre cammina che sembra (sembra?) quasi se la tiri da morire. Arriva, un miagolio, come a dire…”dicevi?” e tu nonostante ti fossi giurata che “no, ora non ti guardo io”, un nanosecondo più tardi, sei già lì che pendi dalle sue vibrisse. 2) Ci ha messo mezz’ora a decidere se andare in giardino. Ora è fuori che miagola, esausta dalle corse nell’erba e vuole rientrare. Ti avvicini, apri la finestra già scazzata per la tarantella che sta per succedere. Apri. Lei miagola tutta coccolosa. Si struscia sulla porta. Ma non entra. Anzi, si gira e si sdraia al sole. Allora incomincia il ballo: “dai muoviti” e lei nulla. E andate avanti un’altra mezz’ora. Quando poi stufa, decidi che “basta, ora si arrangia rimane fuori” e chiudi per andartene, lei riparte a strusciarsi alla finestra chiusa miagolando disperata.. Lo fa apposta? Sì, penso di sì. Per dispetto? Non lo so. Ho paura a scoprirlo. 3) Stai tagliando una fetta di pollo. Senti del pelo che si avvicina e si struscia. Ne vuole un pezzo, chiaramente. Allora per non sporcare in terra, glielo passi dalla mano. I gatti sono esseri diffidenti, nevvero? L’annusa per cinque lunghissimi minuti. Ti guarda. Miagola. L’annusa ancora. Nel frattempo sei lì tutta storta che la guardi e ti chiedi quanto ci possa volere per mangiarlo. E’ pollo. Non cianuro. Poi succede finalmente. Lei prova a fidarsi e allora inizia a leccare, piano piano. Dai che ci siamo. Fa per mordere il pezzo allora tu lo butti in terra sollevata e la esorti “dai mangia”. Fine? No. Non sarebbe un gatto. Ora il pezzo è in terra. Lei l’ha assaggiato, l’ha trovato di suo gusto. Ora lo guarda. Lo annusa (ancora!!!) e ti guarda. Si siede. Lo guarda. Se ne va. Che l’abbia fatto apposta per farti sporcare il pavimento? Mmm interessante teoria. 4) Sei andata via un paio di giorni. Lei aveva tutto. Sabbietta pulita, cibo in abbondanza e acqua in quantità esorbitante. Torni a casa e credi che ti stia anche salutando come se gli fossi mancata. Te la coccoli, te la sbaciucchi e ripeti come un’ebete “anche tu mi sei mancata amoruccio”. Vai in camera e vedi per terra la tua borsa preferita. Quella che non hai portato perché era troppo elegante per l’occasione. Quella per la quale hai dilapidato mezzo stipendio. In un attimo ti si gela il sangue. “Perché l’ho dimenticata in terra? Posso essere così stupida?”. L’hai lasciata lì perché quel giorno tra ombrello e tacchi era la cosa più veloce. Ma poi non l’hai raccolta. Ti avvicini e lo senti. Lo riusciresti a sentire anche a distanza. Ecco cos’era quell’odore. Ci ha pisciato sopra!!! Una persona normale sarebbe furibonda. Tu in effetti lo sei, ma non riesci ad incazzarti più di tanto perché… “allora le sono mancata davvero!!!” e “in fondo la colpa è mia se semino le cose in terra”. Poi mentre svuoti la valigia un pensiero ti assale. Ci tieni troppo a quella borsa. Non puoi averla lasciata per terra. Era sulla scrivania. L’avevi raccolta. La gatta ti guarda. Dal suo sguardo capisci che lei sa che tu sai. Spalanchi gli occhi e non fai in tempo a gridare il suo nome. Vedi solo una coda che gira l’angolo di corsa. 5) Sei palesemente a svacco sul divano in una di quelle posizioni che morissi in quel momento potresti rimanerci in eterno anche in un’altra vita. La comodità più assoluta. Lei ti vede. Hai la coperta e lei adora le coperte. Sale miagolando la leccaculo. Ti si struscia sul viso. Ti fa le fusa. Tu ti sciogli e piano piano, dicendo addio a quella magnifica posizione paradisiaca, ti sposti per farle spazio. Lei gradisce e aumenta l’intensità delle sue fusa. La esorti a muoversi perché vorresti continuare a guardare quel film. Lei ti guarda, si struscia e se ne va. Va sull’altra poltrona. Quella che era libera anche prima. 6) Richiamando il punto 5 quando hai un gatto, c’è una certezza in fatto di posizioni e divani. Se sei comoda da morire, lei non rimarrà MAI. Quando sei storta e scomodissima, quando ti si sta formicolando il braccio o ti si è addormentata una gamba, un gatto si inchioderà fisso e non si muoverà per molto, molto tempo. 7) Hai comprato una di quelle magnifiche costruzioni pelose fatte a mo’ di trono dove da una parte può accoccolarsi e dall’altra può sbizzarrirsi a giocare e a farsi le unghie. Lo sai già nel momento in cui sei alla cassa a pagare. Lo sai che non lo userà mai. Ma tant’è ci provi. E guardi su internet “i 10 modi per convincere il gatto a non distruggerti il divano” e ti sdrai di fianco facendo il gesto di farti le tue unghie su quell’affare per farle vedere come si fa, sei la sua mamma no? Poi le prendi le zampine e glielo fai con le sue e con vocina dolce le dici “vedi è qui che si fanno, brava amore”. Poi la lasci sola e senti un rumore di unghie attaccate alla stoffa. Con orgoglio corri contenta per vederla all’opera con il suo nuovo giocattolo. Giocattolo che giace inerme solo. La gatta è appesa al divano. Un gatto è una creatura mistica. L’ho già detto e lo ripeto. Non potrei vivere senza uno di quei paffuti felini che mi gironzola intorno. Perché a loro modo ci amano davvero. A loro modo, con quella puzzetta sotto il naso, ci fanno davvero le coccole e quando hai capito di aver la sua fiducia, quando ti guarda con quegli occhioni e ti risponde con una musatina sulla tua faccia, è a quel punto che capisci di averlo conquistato. E starete insieme per sempre. Con i suoi modi e i suoi tempi, ovviamente. Bisogna solo capire che esseri straordinari siano. Spesso sento dire che i gatti stanno sulle palle a molte persone. E’ perché è un gatto, non un cane. Non ti ama incondizionatamente e non è neanche vero che non si affeziona al padrone ma alla casa. Un gatto è come un amore irraggiungibile. Va corteggiato e conquistato. Che poi, alla fine, non sono proprio gli amori più difficili quelli che danno più soddisfazione?

SI FA PRESTO A DIRE FITNESS…

fitness d'altri tempi

 

E’ arrivata l’ora della prova costume. Non so chi abbia inventato questo termine, ma lo odio profondamente, che lo sappia! Quando la leggo nei giornali, nei social network o la sento nelle odiosissime pubblicità (quelle con la donna taglia 38 che dice di vedersi grassa e risolve tutto con una tazza di cereali )mi si rivolta lo stomaco. Prova costume. Certo, vedere queste perfette Silhouette snodate che si fanno largo tra diete, esercizi fisici e litri di acqua buttati giù come se niente fosse, risveglia in noi, un motto d’orgoglio ed erroneamente ci fa esclamare:” da domani mi metto in forma anch’io“.

Eh ma non è mica così semplice. Non va tutto come si vede in tv.

Innanzitutto, raramente, abbiamo nell’armadio delle tenute ginniche così abbinate e visti i chiletti in più, il risultato finale, ci fa sembrare più somiglianti alle tutine di zelig che a delle atlete modelle. Ma pazienza, siamo solo al primo giorno, dovremo pur iniziare, no?

E allora, vai al supermercato e compra l’impossibile: cereali per la colazione, acqua per gli esercizi fisici, magari anche un carico di verdure per una miglior alimentazione – anche se al supermercato fanno un effetto così tanto carino, poi a casa nel piatto, daranno un filino di tristezza. Ma tant’è, siamo convinte. Dobbiamo tornare in forma. L’armadio ha troppe cosine carine che aspettano solo la taglia giusta.

E’ mattina e abbiamo puntato la sveglia prestissimo. Dobbiamo affrontare la nostra nuova vita fatta di fitness e benessere, di dieta e di duro esercizio. La notte abbiamo pensato e ripensato che non potrà essere così male. Ci immaginiamo il sole che splende al nostro risveglio, noi che dopo una tazza di cereali ci vestiamo armate di grinta e andiamo ad affrontare un duro allenamento.

Il cellulare squilla. E’ ora di darsi una mossa. Allora piene di fiducia (mal riposta), ci alziamo e scopriamo un’amara verità. Una di quelle che non ti mostreranno mai in televisione: abbiamo un sonno porco, la schiena a pezzi dalla posizione sbagliata nel letto, il clima è più freddo del previsto e il sole ancora sembra nascosto da nuvole impertinenti. Per un attimo ce lo diciamo, sotto voce, ma chi me lo fa fare? Dura solo un attimo però. Perché ti ritorna alla mente che DEVI entrare in quei jeans. Ti andavano bene solo qualche mese fa, quindi devi fare qualche sacrificio: purtroppo dopo i 25, ancor di più dopo i 30 anni, il metabolismo diventa il peggior nemico. Altro che qualche sacrificio. Per le meno fortunate, i sacrifici per rimanere in forma, dovrebbero durare per sempre. O ce ne freghiamo e ogni tanto ci rimettiamo a dieta. Il problema è che questo tira e molla durerà in eterno. Beati i vent’anni quando si bruciavano calorie anche solo dormendo. Non sarà più così facile, neanche con i cerealini che ti ammiccano e le verdure bollite. Si farà sempre il doppio della fatica. E sarà sempre più difficile.

Dopo aver tirato due somme, decidiamo che sì, oggi inizia il tanto schifato allenamento. Proviamoci, fa bene anche alla salute. E allora armate di pazienza, coraggio e lettore mp3, partiamo da casa con le migliori intenzioni. Sappiamo di non poter affrontare subito una corsa, quindi iniziamo con una camminata veloce. L’aria stuzzica la pelle del viso e ci sveglia di colpo. Sentiamo una forte energia che attraversa il corpo. “Allora funziona davvero?” e con tutto l’ottimismo di questo mondo, proviamo a correre, convinte che bruceremo tantissimi grassi e che se manterremo questo allenamento giornaliero, in men che non si dica, avremo di nuovo la nostra linea perfetta.

E INVECE NO. Perché dopo due, dico, due minuti di corsa, stiamo praticamente rantolando aggrappate al cancello di una casa, nella speranza che non ci veda nessuno. Il cuore sembra urlare pietà e il fiato sta cercando ossigeno anche nelle dita dei piedi. Proviamo ancora, e ancora ci fermiamo. Probabilmente è solo questione di allenamento, ma se son ridotta così, finirà che forse riuscirò a correre per settembre. Troppo tardi.

Così l’indomani, armate di speranza, tiriamo fuori l’impolverata e dimenticata bicicletta.

E’ ora di andare, se proprio non riusciamo a correre, proviamo con i pedali. Magari va meglio. Ma da quand’è che non usiamo le due ruote? Forse da troppo, perché già solo dal garage al vialetto, ci accorgiamo di non aver più equilibrio. Però non ci perdiamo d’animo, dicono spesso “è come andare in bicicletta“, quindi in qualche modo, si deve riuscire a dominare il mezzo. Piano piano, ritroviamo la pedalata sicura, l’aria addosso che si schianta contro noi nel bel mezzo di una discesa ( frenando, per la paura, non come quando si è piccini che si andava giù a mille all’ora ) e ci sembra finalmente di aver trovato lo sport per noi. Poi dopo una lunga pedalata ci fermiamo un attimo. Per assaporare la natura che ci circonda e sedute per terra, guardiamo la bicicletta con orgoglio: siamo delle sportive!

E INVECE NO. Non va tutto liscio, perché quando è ora di rimontare in sella, ci ritorna come un lampo alla memoria, una sgradevole sensazione di un dolore atroce: le chiappe sul sellino, anzi, ad esser precisi, le ossa delle chiappe sul sellino. “E ora? Non riesco neanche a sedermi, come torno indietro?
In qualche modo, tra una parolaccia e un gemito, ci rimettiamo in sella, già sapendo che domani sarà impossibile riprovarci. Ogni buca la facciamo in piedi sui pedali perché ogni buca è come un calcio. Se ci vedessero in questo momento, penserebbero immediatamente a Fantozzi. E il peggio deve ancora venire. Perché mentre siamo impegnate a non sentire il sellino che si sta impossessando del nostro posteriore, ci siamo completamente dimenticate che l’aria che tanto assaporavamo all’andata, era solo il risultato di una enorme discesa. Quindi, doloranti, stanche ed ansimanti, realizziamo troppo tardi di dover affrontare una salita che al momento sembra un muro. Nell’ultimo sprint di energia che abbiamo in qualche modo tirato fuori per orgoglio, ci buttiamo a capofitto nelle pedalate, ma per quanto possiamo cambiare o non cambiare marcia, arriviamo a metà e stramazziamo al suolo. Che figura, chi passa ci vede. Vede che stiamo trascinando la bicicletta lungo quella infernale salita, così nonostante tutto, fingiamo un’espressione divertita e soddisfatta.

Finalmente a casa, cotte e sconsolate, non ci resta che premiarci con una fetta di torta. Così le poche calorie consumate, vengono subito rimpiazzate. Ed è così che la nostra lotta con la prova costume durerà in eterno.

Fino alla prossima dieta.

 

 

IL PARANORMALE: scettici o sostenitori?

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Tutti noi, prima o poi, ci siamo ritrovati con gli amici a parlare di fantasmi. Seduti da piccoli in cerchio, o da grandi intorno ad un bicchiere di vino, ognuno di noi, ha sentito o raccontato storie che parlavano di paranormale. Solitamente sono storie che vengono raccontate e tramandate, di cui, in effetti, non si ha certa provenienza, più raramente si sente qualcuno che ha una storia vissuta in prima persona.

Sono sempre storie che includono vecchie case abbandonate, morti violente, quadri misteriosi, rubinetti che si aprono e passi trascinati durante la notte. Da piccoli ci hanno terrorizzati obbligandoci a dormire con la testa sotto le coperte, ma una volta cresciuti, siamo rimasti terribilmente paurosi o siamo ormai disincantati e non ci crediamo più?
Io ho sempre guardato con occhi ammiccanti il mondo del paranormale, tanto è vero che ho visto moltissimi video e letto tanti articoli. Purtroppo c’è sempre da tener presente che nel web girano un sacco di bufale e il 99% dei video che si vedono sono dei fake assurdi. Alcuni fatti anche molto bene, ma tant’è, tragicamente falsi.

Qualche anno fa, mi sono imbattuta in un docu-reality show chiamato “Ghost Hunters” che segue le vicende dei membri della TAPS (the atlantic paranormal society) in giro per gli Stati Uniti – in qualche puntata anche in Europa – durante le loro avventure nel paranormale. Come loro spesso dichiarano, non sono pagati per svolgere le loro investigazioni, anche se ad oggi, grazie ai palinsesti della televisione, credo ne abbiano tratto un adeguato compenso.

MA COSA FA UN INVESTIGATORE DEL PARANORMALE?

Prima di tutto, dopo aver ricevuto la chiamata, organizzano la squadra e partono alla volta del luogo “infestato”, dove incontreranno il cliente che spiegherà loro le cose strane che stanno succedendo nella sua proprietà. A volte sono case private, spesso sono luoghi pubblici, più raramente si sono imbattuti in ambienti militari, come vecchie basi e portaerei.
Dopo aver avuto un colloquio conoscitivo ed essersi fatti spiegare dove, quando e come avvengono gli strani episodi descritti, la squadra comincia a tappezzare il luogo con ogni tipo di attrezzatura possibile: telecamere, registratori, sensori. Spente le luci, inizia il vero e proprio salto nell’ignoto. Premetto che pur sapendo che si tratta di uno show, mi lascio sempre attirare dalle loro avventure e rimango convinta che ci sia qualcosa di vero. Magari viene accentuato per fare un pò di spettacolo, ma a volte, succedono davvero cose inspiegabili, perlomeno, per noi che siamo a casa ignari di tutto.

L’essere umano ha da sempre cercato delle risposte su “cosa c’è dopo la morte”. Per i credenti c’è una vita eterna, per gli atei non c’è assolutamente nulla. A me, spaventata dall’idea di morire, piace pensare che ci sia qualcosa, ma credo sia dovuto al fatto che ho paura che tutto finisca per sempre. Non voglio immaginare che in un attimo, sia GAME OVER. Forse perché avendo perso persone a me molto care, amo il pensiero che un giorno potremmo incontrarci di nuovo. Questo show mi aiuta a credere, anche se inconsciamente, che dall’altra parte ci sia l’esistenza di un nuovo mondo.
Spesso durante questo programma, si vedono ombre inspiegabili e si odono voci che sembrano arrivare da mondi lontani. Si percepiscono chiaramente delle risposte a domande poste e si sentono distintamente suoni surreali che sembrano avvalorare la tesi che qualcosa in quel momento, stia interagendo con i vivi.

Si potrebbero scrivere milioni di parole sull’argomento e sui metodi usati per la ricerca, sugli strumenti utilizzati e sul valore etico di questi esperimenti, ma io mi limito a far da spettatrice a quello che osservo (o per dirla da scettica, quello che vogliono farmi osservare).

Non ho mai avuto esperienze paranormali, ho provato a volerci credere, ma ogni fatto accaduto ha QUASI sempre avuto la sua spiegazione logica. A volte anche la suggestione fa da padrona nelle sensazioni e io non riesco a scindere le due cose: razionalità ed emozione. I Ghost Hunters, invece, cercano sempre una spiegazione logica ai fatti accaduti e solo dopo averle provate tutte, se il fatto si ripete, viene catalogato come “evento paranormale”.

Ci sono e ci saranno sempre tante discussioni tra chi ci crede e chi pensa sia tutto falso. Tra chi sostiene di aver visto e chi supporta la tesi dell’auto convinzione, ma io che sono ancora nel limbo tra il si e il no, voglio dare una possibilità a questo “universo ignoto” e tentare di capirci di più. Non avrò mai abbastanza coraggio per approfondire il discorso da sola e forse avrò troppo rispetto per rompere quel filo che tiene distanti i due mondi, non sono una professionista del settore e non mi inventerò di esserlo. Tante volte ho chiesto agli amici di provare a fare qualche esperimento, ma spesso sono la prima a non voler rischiare brutte esperienze. La cosa che mi lascia a volte scossa sul mio piccolo divano, è che per quanto io parli e dica, non credo che alla fine riuscirei davvero a gironzolare per corridoi bui, con l’ausilio di una piccola torcia, a far domande per attirare gli eventuali fantasmi presenti. Al primo rumore sospetto, probabilmente pianterei un urlo e scapperei a gambe levate…

Nonostante il mio NON Cuor di Leone, vorrei almeno una volta, provare a percepire l’emozione unica di un’esperienza paranormale. Pur spaventandomi, pur sapendo che nessuno crederebbe a quello che ho vissuto, sarebbe un evento in grado di cambiare le mie percezioni sul mondo che mi circonda.

Purtroppo, ancora oggi, qualcosa mi blocca.

Una sciocca paura di qualcosa che non c’è o un ambiguo timore di vedere davvero oltre?

 

 

Aggiornamento: non riuscirò mai davvero a buttarmi in sopralluoghi e avventure nel paranormale, se solo per scegliere la foto per l’articolo, ho dovuto chiudere un occhio e scacciare i brividi da tutto il corpo. E sono seduta alla mia scrivania. Ed è pieno giorno.

EBOOK O LIBRO TRADIZIONALE? LA PARTITA E’ INIZIATA!

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Avete presente quella bramosa sensazione di voler a tutti i costi un libro?
Beh, per quanto possa sembrare assurda, a me è capitato recentemente una sera di qualche settimana fa. Mi era venuto in mente un titolo e dopo aver cercato ovunque in casa, nonostante sapessi con certezza che quel libro io lo avevo da qualche parte, non sono riuscita a trovarlo. La prima sensazione è stata di disappunto, poi mi son detta che sarei uscita il giorno dopo a comprarlo. Invece no, perché come sempre quando mi metto in testa qualcosa, non c’è verso di levarmela di mente e quindi l’unico modo per poter avere quello che volevo, era scaricarmi l’applicazione del lettore Kindle per il mio smartphone e comprarmi la versione Ebook del mio tanto desiderato testo.

Così ho fatto. In un attimo avevo il libro che volevo. Non ero dovuta uscire, non avevo dovuto cercare per ore sugli scaffali e soprattutto non avevo dovuto aspettare l’apertura dei negozi il giorno seguente. Lì per lì, mi sono sentita una traditrice. Io che ho sempre detestato questa nuova tecnologia nel campo editoriale. Io che su questo punto avevo sempre discusso con chi provava a dirmi che un libro ormai era cosa vecchia.

Ignorando la sensazione di sentirmi stupida per aver dato battaglia all’Ebook,  ho incominciato, tutta felice, la mia lettura; intanto avevo il mio prezioso libro tra le mani, in seguito avrei potuto davvero capire se questa “cosa” avrebbe potuto funzionare con me.

L’applicazione Kindle per Nokia non è stata implementata ai massimi livelli, va detto. Le pagine si inceppavano, spesso al posto di andare avanti di una facciata, saltava a piè pari un capitolo intero e così mi trovavo costretta a cliccare avanti e indietro, a trovare le pagine perdute e buonanotte alla sacra lettura. Insomma, quello che un è un rito di assoluto piacere, si era trasformato in uno sclero totale. Naturalmente pur di finire il libro ormai cominciato, sono scesa a compromessi con la pazienza e dopo neanche due giorni, ho potuto archiviarlo come “letto e finito”. Dettaglio non trascurabile, ho ritrovato quasi subito dopo il libro che cercavo così ardentemente quella sera. Tipico.

La mia avventura nel mondo del libro elettronico, non si è fermata lì. Ho dovuto comprare una guida turistica che esisteva, solo in inglese, in quel formato. Sto  cercando ancora adesso di capire come fare a stamparlo: è impossibile da leggere, riferimenti a destra e a sinistra, link all’interno del fascicolo che se cliccati ti portano centinaia di pagine avanti o indietro, insomma una tortura. Non riesco a capire come si possa leggere un libro in condizioni così stressanti. Vuoi per l’applicazione che fa i capricci, vuoi perché io sono abituata a sottolineare e fare note a margine, io con questa novità proprio non riesco ad andare d’accordo. Parlando con gli altri, mi sono resa conto che è un mio limite, un’abitudine tramandata da anni e anni che faccio fatica a modificare e abbandonare.

Sono perfino nati dei dibattiti tra me e gli estimatori di questa tecnologia e anche se sospetto che siano lettori di fresca data, mi hanno dato degli spunti di riflessione dai quali però, il libro tradizionale, ne è uscito vincitore.

Parlavo prima del fatto che non sono dovuta andare per ore tra i labirinti delle librerie. Beh? Io adoro vagare per ore tra i ripiani zeppi di libri, è una della meraviglie che completano in sé l’esperienza di un nuovo libro. Annusare le pagine (sfioro il feticismo, lo so), cercare tra libri sepolti dietro la polvere, farti attirare da una copertina bizzarra: perdere tempo cercando il libro perfetto, partire con l’idea di comprarne uno ben preciso e poi tornare a casa con cinque o sei titoli sconosciuti. Volete mettere con la ricerca fredda e suddivisa per categorie di un catalogo multimediale?
L’unica parte in cui sono d’accordo con gli “Ebook-iani” è il vantaggio di poter avere un libro nel preciso istante in cui lo si desidera. L’assoluta immediatezza segna un goal per la versione digitale e riporta il risultato sull’1 a 1.

Il libro però non si incastra. Ok, a volte quando sei nel letto, lo pieghi e lo adatti alla posizione del momento, lo strizzi e lo stropicci. Ma non si inceppa mai. So che questa accusa potrebbe essere derivata da un malfunzionamento del mio dispositivo, ma tant’è, mi ha talmente fatto uscire di testa in quei giorni, che assegno un goal  a tavolino in favore del buon vecchio libro cartaceo.

La carta stampata, inoltre, non si scarica. Non è che stai leggendo tranquillo e di colpo tac, batteria scarica e il libro si chiude proprio sul più bello.  Altro piccolo difettuccio dell’elettronica e poiché mi conosco e SO (mea culpa) che non metto mai nulla sotto carica finché batteria non ci separi, mi ritroverei sempre con una  voglia matta di lettura e un libro spento.

Un ebook lo puoi portare ovunque. Perché un libro no? Ora, capisco che se ti vuoi rileggere tutta la divina commedia in dodici libri con parafrasi e commenti, verrebbe scomodo da infilare in borsa, ma un semplice libro, è nato per stare nelle borse. Credo di aver un libro dentro a quasi ogni borsa, per ogni evenienza. E anche questo so che potrebbe essere un ulteriore passo verso la mia infermità mentale conclamata, ma fate i bravi, cercate di capirmi. Inoltre un libro lo posso portare ovunque. Pensate alla spiaggia: non credo che un libro possa essere rubato mentre si è lontani a fare il bagno, mentre non sarei così sicura di lasciare un lettore ebook incustodito.

Purtroppo, devo dire che i libri tradizionali ancora oggi, costano delle fucilate mentre le versioni digitali costano parecchio, ma parecchio meno. Se come me, fate incetta in ogni libreria che visitate, vi ritrovate ad avere una fortuna stipata su mobili e scrivanie. Altro tasto relativamente dolente (perché io adoro una casa piena di libri), è la mancanza di spazio utile che col tempo si deve affrontare. Libri sul comodino, libri sulla scrivania, all’entrata, nelle librerie, nei mobili in sala, in scatoloni ancora da sistemare, in garage su altri ripiani, in macchina (sì, anche lì ne ho): insomma un delirio di copertine colorate che invade ogni angolo del focolare. Con l’ebook questo “problema” non esiste: i libri sono tutti archiviati nello stesso posto, facili da trovare e difficili da smarrire.

Sfogliare le pagine vs strisciare il dito. Dai, non si può sentire. Scegliere un segnalibro e metterlo tra i fogli quando è arrivato il momento di chiuderlo vs  cliccare con il dito sull’angolo dello schermo. No, orribile.

La partita è finita, per me non c’è stata storia fin dall’inizio. Dirò per sempre addio alla versione digitale? No, per mio carattere, non escludo mai a priori una possibilità. Diciamo che la mia preferenza rimane sulle gialle, ruvide e profumate pagine vere, ma non chiudo la porta in faccia a qualcosa che potrebbe tornarmi utile nel cuore della notte.

La cosa più importante non è scegliere quale formato preferire o quale modalità di lettura sia la più giusta. La cosa importante è leggere. I libri sono il nostro patrimonio, insieme ai viaggi, sono l’unica cosa che compri che ti fa sentire più ricco e dio solo sa quanto bisogno di libri ci sia in questo paese. Spesso girovago nei forum su internet. Non mi capacito di come sia potuta cadere così in basso la nostra lingua: una serie inenarrabile di orrori grammaticali e parole abbreviate che sembrano il risultato di una mente perversa.

Ma questa è un’altra storia -cit.

LA DOMENICA ALLO STADIO (il tifo di una bambina diventata adulta)

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Ti ricordi com’era, la domenica allo stadio? Già il sabato notte non riuscivi a dormire, eri emozionata, agitata, non vedevi l’ora e quindi provavi ad addormentarti in fretta, perché più velocemente il sonno arrivava, altrettanto velocemente giungeva il risveglio.

E allora via ad addobbarti di sciarpe e bandiere, qualsiasi cosa potesse far vedere a tutti che tu stavi andando allo stadio. A seguire la tua squadra. A sostenere i tuoi colori.

Il papà, ormai abituato, non aveva fretta di partire da casa, perché “già aspetteremo tanto là, è inutile arrivare ore prima”. E invece tu facevi i capricci, pretendevi di partire prestissimo, volevi subito essere presente, anche fuori dai cancelli, ma volevi esserci. In autostrada guardavi tutte le macchine nella speranza di individuare qualche tuo fratello tifoso e di scambiare dei cenni di saluto.

Poi c’era lui. Enorme, affascinante, immenso: lo stadio. I ricordi ti riportano ad allora.

Senti già in lontananza qualche coro , il profumo delle bancarelle alimentari. Tutto è tempestato e pieno di quei colori che ami così tanto.

Camminando hai paura che quella giornata finisca troppo presto, vorresti che durasse un’eternità. Poi entri e vedi l’erba verde brillante, gli spalti che piano piano si riempiono. Ti godi ogni coro, lo urli a squarciagola, cerchi di individuare i tifosi ospiti e speri che non si siedano vicino a te, non vuoi che il papà litighi per colpa tua…

In un attimo, inizia la partita, dimentichi tutto quello che ti è successo in una settimana perché per quelle due ore, ci siete solo tu e lei, la tua squadra. Esulti, ti arrabbi, piangi, gridi e ridi. Poche cose nella vita danno tutte queste emozioni insieme, “si cambia moglie, si cambia fede politica, ma la squadra del cuore, quella no, quella non cambia mai”.

Avete vinto, avete perso o pareggiato, si ritorna alla macchina, si parlerà di questa partita per tutta la settimana. La ricorderai per un po’, fino alla prossima volta, dove daccapo, farai tutti questi piccoli grandi gesti che piano piano diventano automatici ma che non perdono quel calore che ti trasmette.

E quelle domeniche in cui giocavano in trasferta, quelle dove eri troppo piccola per farlo, per chiederlo, ma lo hai pensato e lo avresti voluto. E allora non importa, mentre tutti i ragazzini erano in discoteca con gli amici, tu eri a spasso con la radiolina e la tua sciarpa, per sentirti anche da lontano, vicino a chi era là.

Poi crescerai. Incomincerai ad andarci da sola allo stadio. Come quella prima volta a 14 anni in cui a momenti a tua madre veniva un infarto dalla preoccupazione. La sua bambina da sola con il pullman e si continuava a chiedere “ma perché non ho una figlia meno scalmanata?” E tutte le raccomandazioni che neanche andassi nel Bronx di notte. E copriti, e non litigare, e non perdere il pullman… E tu che avevi il cuore gonfio di gioia, sapevi che non ascoltavi, la tua mente era già là. E nonostante le promesse fatte, scappavi in curva appena potevi. Dove c’era il vero tifo, dove potevi cantare e gridare tutta la partita, dove facevi parte di un gruppo.

E più crescevi, più aumentava quell’amore, non potevi farne a meno, dovevi esserci sempre. Cambiavi abitudini e compagnie, ma la domenica eri sempre lì.

Passano gli anni e trovi un lavoro che ti porta a far salti mortali per andare allo stadio, com’era facile quando eri bambina. Poi ti sposi, ma metti subito in chiaro che la domenica è sacra, ma non per la passeggiata sul corso; la domenica è ancora e da sempre solo vostra: tua e della tua squadra. Chi ti ama lo accetta e tu continui questo viaggio matrimoniale a tre, perchè chi sposa te, sposa anche i tuoi colori. E’ parte integrante della tua vita, non un vago passatempo.

La domenica allo stadio alle 15 era così familiare, così confortevole, come una morbida coperta. E invece adesso saltano i piani per un intero weekend. Non sai se sarà il venerdì, il sabato, la domenica o il lunedì. Puoi star certa che le vedrai tutte di sera. Prima il serale era una cosa grossa. Una partita di coppa, un derby. Era pura emozione. Adesso il pomeriggio lo vedi solo quando entri, perché quando esci è già notte. E via con il freddo, le ore piccole e il sonno che salta. Ma nonostante ci abbiano provato in tutti modi, tu dalla televisione non la guarderai mai. Tu sarai sempre sugli spalti. Non la tradirai così.

E poi ci sono quei momenti bui, quelle stagioni che proprio non vanno. E tu sei lì, con tutti gli altri a gridare la tua rabbia, a cercare di capire cosa non va anche se sai che non potrai far mai niente, se non… esserci per lei. La criticherai come un amante tradito, ma lo potrai fare solo tu, guai a chi te la tocca. Perché quella fede ti è entrata nell’anima e lì rimarrà fino alla fine e nessuno si potrà mai permettere di insultarla davanti a te.

La relazione tra un tifoso e la propria fede, è un po’ come quella tra due amanti di lunga data. Puoi litigare, puoi criticare, ti sentirai tradito, puoi addormentarti nelle emozioni e crederti ormai senza quella passione iniziale. Puoi passare momenti meravigliosi, sentirti invincibile e innamorato pazzo. Potrai addirittura arrivare a dire “basta, con te ho chiuso!” ma è solo un momento, sai benissimo che non succederà mai e che tu ci sarai sempre. E che lei sarà sempre nei tuoi pensieri. E’ un amore incondizionato, va oltre al pensiero umano, non si può spiegare e solo chi lo prova è in grado di capire. Ed è per questo che sei ogni volta in quello stadio, con i tuoi amici, con le compagnie che col tempo si creano. Perchè è insieme a loro, insieme a quelli che davvero capiscono, che ti senti vivo.

Passano ancora altri anni, sei adulta ormai e quando allo stadio vedi una bambina, ripensi a questi ricordi e le auguri di poter provare le stesse emozioni crescendo anche se il mondo del calcio è inesorabilmente cambiato. Il tifo ha subìto grosse e inutili restrizioni, la televisione si è insinuata violentemente e i calciatori…

I calciatori ormai sono degli dei che raramente distolgono lo sguardo dal loro olimpo. Non si rendono conto che se sono lì è grazie a gente come te, che ogni maledetta volta è al loro fianco a sostenerli. Gli stipendi sono diventati spropositati e loro sembra che ti facciano un favore a scendere in campo, come se non dovessero neanche provare a sudarsi uno stipendio. L’appartenenza alla maglia è tragicamente una memoria lontana. Trasferimenti da una squadra all’altra, magari squadre rivali, un tempo impensabili, ora sono all’ordine del giorno. Non ci si rende neanche più conto di quello che significava giocare per quei colori, appartenere fisicamente e psicologicamente a quello stemma.

Se loro capissero, se solo si sforzassero di capire cosa realmente vuol dire per noi tifosi questa fede. Se provassero almeno una volta a mettersi nei nostri panni, nei nostri sacrifici, nella nostra gioia o nel nostro dolore, se davvero, per un solo, unico istante riuscissero a comprendere il valore e la fortuna che hanno ogni santo giorno e ci mettessero la metà dell’impegno che ci mettiamo noi…beh saremmo tutti vincitori.

Nessuno mi ha obbligato a seguire questa passione, perché soffrire tanto e farsi il sangue avvelenato per undici che tirano calci ad un pallone, potreste ribattere.

Già, sarebbe così semplice. Ma non ho scelto io di amare così intensamente questa squadra, è successo e basta e adesso non ci rinuncio. Mi terrò stretti i ricordi, stringerò i denti per i futuri insuccessi e mi armerò di pazienza nei momenti no, perché per questa storia d’amore, anni fa, ho pronunciato il mio Sì.

Finché morte non ci separi.