Tutti gli articoli di Valentina Angela Martina Bergero

SELFIE, BRIDGE, AFTERSEX: quando una foto è di troppo

selfiemiao La mia gatta in un selfie sul divano

 Il “selfie” potrà anche essere una nuova tendenza, ma l’autoscatto è sempre esistito.

Chi di noi non ha mai usato l’autoscatto per immortalarsi in un posto nuovo. Io e mio marito nel nostro primo viaggio negli USA, avremo fatto un centinaio di “selfie” anche perché essendo in due, o fermavi di continuo qualcuno o rinunciavi alle foto di coppia. Certo, alcune erano storte, altre le abbiamo rifatte per chissà quante volte, sicuramente un dispendio inutile di energie, ma perché ora il selfie è diventato un fenomeno così famoso?

Adesso con i social network in pieno boom, questo semplice e scontato gesto, ha assunto un ruolo di importanza surreale: tutti ne parlano, tutti fanno a gara a chi fa lo scatto più divertente; insomma una tendenza che sta prendendo piede in maniera incontrollata.

Esci dal parrucchiere e tac, un bel selfie da pubblicare per mostrare ad amici e parenti il nuovo look. Foto con il sorriso. Foto con il broncio. Primo piano di lato, di fronte, con gli occhi socchiusi, con i capelli sciolti o con le trecce. Un domino fotografico che a volte rasenta l’assurdità. Anche io mi tiro dentro, ma spesso sono foto stupide fatte per ricordare il momento, come un diario di bordo. Credo di avere più foto con un drink in mano, che scatti da sola e so che c’è poco da vantarsene…

Un recente studio rivela che se hai un quantitativo enorme di selfie nel tuo profilo sul social network ( si parla di più di sei foto pubblicate al giorno), soffri di un disturbo della personalità in cui emerge una bassa autostima. Anche se  probabilmente arriverà la smentita sull’esistenza di questo studio (già si vocifera che sia una bufala) anche noi, qualche volta, ci siamo fatti prendere dal dubbio vedendo certi profili zeppi di auto miniature in tutte le forme. Ammettetelo. L’amica che si fotografa in ogni situazione, con ogni tipo di abito e con espressioni così sexy da farti venire dei dubbi sulla natura del suo profilo. Chi di noi non ha mai pensato tra sé :“ma quanto è megalomane?”. Le foto delle adolescenti (rigorosamente nel bagno) con pose da vamp, la foto del parente allo specchio. Tutte con quel braccio tirato verso l’alto per reggere il cellulare nello scatto. Che poi a volte ti chiedi come fanno, a stirarsi così tanto i muscoli del braccio e riuscire allo stesso tempo a mantenere una posa seria o un sorriso suadente.

Così alla fine, anche una semplice fotografia, ha cambiato il suo ruolo. Oggi nei social network è diventata qualcosa di più di un semplice click. E’ ormai un rito di gruppo nei viaggi, una palese esibizione di sé, un modo per far vedere quanto si è “cool” in quel momento. Un semplice autoscatto che prima era quasi scontato e divertente, sta diventando a volte irritante e fuori luogo? Pensiamo alla moda dell’estate scorsa: il “bridge“, la gettonatissima moda di fotografarsi da sdraiati e rigorosamente in bikini, immortalando le gambe e la parte inferiore dell’addome, creando, una sorta di ponte (da qui bridge) con il pezzo sotto del costume. Ovviamente, il ponte, si crea solo se hai una pancia piattissima, alla faccia di quelli come me che al massimo potranno creare un percorso di dossi; più che un “bridge”, direi un vallo di Adriano

Ma se pensate che ormai abbiamo toccato il fondo, vi dirò che vi sbagliate. C’è di peggio, perché come sempre le persone vogliono trovare qualcosa per spiccare: chi se ne frega se è triste quanto ridicolo. Come diceva la mia cara nonna, “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli”. E allora via, cosa possiamo ulteriormente aggiungere di diverso dalla solita e ormai scontata foto sul social? Una bella foto dopo aver fatto sesso! Eh già, con mio stupore e rassegnazione, l’ultima trovata è scattarsi una foto a letto (o dove la fantasia del momento vi ha portato) e poi pubblicarla come #aftersex…. MA VI SEMBRA NORMALE? Voglio dire, immaginate i primi che hanno avuto questa assurda idea. “Amore siamo stati meravigliosi, è stato stupendo, peccato non poterlo far sapere a tutti…aspetta, perché no?” e via con gli autoscatti del dopo piacere. Giuro, per quanto sia social addicted, non vedrete mai una mia foto del genere. Prometto che ve la risparmierò. Ma quello che mi spaventa (anche no, diciamo incuriosisce) di più, è che una volta vista una foto del genere, dove si è quasi nella maggior intimità che una persona possa avere, che si inventeranno dopo? Una foto auto-celebrativa del durante? Un click dopo una bella sessione a tu per tu con il water?

Sapevamo di rasentare il limite nel momento in cui iniziammo a pubblicare  foto in cucina ai fornelli, in spiaggia con una birra, ma quand’è che abbiamo deciso di ammorbare le persone con mille scatti ritraenti ogni singola azione della giornata? Cerchiamo di lasciare che gli amici immaginino qualcosa, sforziamoci di non rivelare ogni nostro segreto. A me personalmente non è ancora capitata la coppia esibizionista, ma non credo sarei in grado di assistere in silenzio e voi? Qualche battuta la tirereste? Anche un semplice “perché?” per far capire l’incredulità che stiamo provando?

E allora saremmo complici di questo fenomeno.
Perché ricordate: “l’importante è che se ne parli”.

 

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COPPIE SENZA FIGLI VS GENITORI: L’ETERNA SNERVANTE DISCUSSIONE

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Questo pezzo era nato inizialmente con lo scopo di dare una voce a chi come me si subisce costantemente domande sulla propria vita a due. Poi, mentre scrivevo, mi son resa conto che son stufa di dare sempre le stesse spiegazioni e quindi il tutto ha preso una piega semi-seria e piuttosto ironica, chiamiamolo uno sfogo
L’idea mi è venuta leggendo questa pagina dove un confronto tra childfree e genitori è finito per diventare un monologo accusatorio.
Qui c’è un sunto delle pedanti idiozie che ci son state dette durante gli anni e le risposte che spesso, per educazione, evitiamo di dare.
Ma che forse, da oggi, potremmo prendere in considerazione…

1. E voi? Niente figli? Come mai?
Dunque, partendo dal presupposto che quando mi annunci l’arrivo del tuo nuovo pargolo, io non ti chiedo il perché, sarebbe carino che tu ti facessi la stessa dose di affari tuoi. Per tua conoscenza, sappi che esistiamo noi, i CHILDFREE (senza figli per scelta) e i CHILDLESS (che non riescono ad averne). Se chiedi a noi perché non abbiamo figli, noi tentiamo ogni volta di spiegare perché non ne vogliamo. Se lo chiedi a chi non riesce ad averne, lanci una bomba di dispiacere nell’intimità di quella coppia. Io mi arrabbio perché non riesci a capire le mie ragioni, poi vado a casa e mi dimentico di te e della tua indiscrezione. L’altra coppia, magari, va a casa e piange. Non ti sembra arrivato il momento di chiudere la bocca? Il cervello dovrebbe avere un filtro tra ciò che passa per la testa e quello che si esprime a parole. E’ arrivato il momento di attivarlo.

2. Ma non ti sembra di esser egoista?
L’egoismo è, cito dal dizionario, una serie di atteggiamenti e scelte finalizzati al benessere e agli interessi di chi lo compie. Tradotto: io scelgo di non mettere al mondo figli, perché sto bene così. Tu scegli di concepire perché VUOI avere dei bambini. Sono entrambe scelte mirate al benessere, quindi non vedo differenze. Ah e no, il tuo non è esclusivamente altruismo. Continua a leggere.

3. Io mi sentivo vuota prima di partorire, voi come fate?
Vuoto? Fammi capire, tu senti un vuoto e fai un figlio? Wow, questo sì che è altruismo. Soprattutto una valida motivazione.

4. Ma come farete da vecchi?
Sempre più altruismo, eh? Che bello, concepire il proprio badante. A parte il fatto che mi sembra estremamente egoistico mettere al mondo degli esseri umani solo per aver compagnia o qualcuno che si prenda cura di noi quando saremo vecchi. I figli crescono e devono essere lasciati liberi di andare a conquistare il mondo. Senz’altro far da badante ai genitori è un gesto nobile, ma non deve essere dato per scontato o addirittura incluso nel pacchetto come obbligo. Infatti, son quasi scerta che io e te ci ritroveremo nella stessa casa di cura. Scommettiamo?

5. Cosa dicono i nonni?
Chi ci vuole bene davvero, approva le scelte che ci permettono di stare meglio, indipendentemente dal loro desiderio. Inoltre non mi metto a far figli per far piacere agli altri. O tu sì?

6. E non lascerai nemmeno un pezzetto di te al mondo?
Oddio, capirei se fossi Einstein. Ma ti assicuro che il mondo potrà sopravvivere anche senza il mio DNA sparso in giro. Me ne farò una ragione…

7. Una donna non è tale se non concepisce.
Benvenuti nel 2014, dove la gente si è evoluta e i pregiudizi si sono estinti. Ah no, mi sbagliavo. Ma tu lo sai che Margherita Hack e Rita Levi Montalcini non sono mai diventate madri? Donne proprio da niente, vero? Rivolgiti a me come persona, non come un utero, please.

8. Ma come fanno a non piacerti i bambini? Piacciono a tutti!
A noi no. E neanche a molti altri. Fattene una ragione. A te piace passare delle ore allo stadio, al freddo, a vedere gente che rincorre una palla? A me molto ma non ti chiedo di andarci solo perché piace a me.

9. Pensa a chi non li può avere e tu che puoi invece…
Quindi secondo il tuo ragionamento, io dovrei farli per beneficenza? Come dire che uno che ha i soldi, dovrebbe comprarsi uno yacht perché a qualcuno piace tanto ma non può permetterselo.

10. Anche a me non piacevano, ma quando poi sono tuoi è diverso.
Cioè io dovrei comunque tentare per sentito dire? Ma sì proviamo! Al massimo se proprio non ci piace, poi, lo ridiamo indietro entro 7 giorni!

11. Ma ci avete pensato bene?
No, aspettavamo te per tirare le somme.
Senz’altro ci abbiamo pensato molto di più noi, che tanti genitori incoscienti che li hanno avuti solo perché lo fanno tutti.

12. Poi vi pentirete.
Magari sì, ma quasi sicuramente no. L’importante è esser sicuri di prendere le decisioni migliori per noi stessi in un preciso momento. Ma se proprio insisti, parliamo di te: che fai se ti penti tu?

13. Siete superficiali e immaturi, degli eterni Peter Pan.
Parliamo per stereotipi? Tieni, tutta per te.

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14. Sareste ottimi genitori
Ma come? Hai appena detto che siamo egoisti, superficiali e degli eterni Peter Pan. O sei pronta a rimangiarti tutto qualora iniziassi a pensarla come te?

15. E tuo marito che dice? Glielo hai detto?
No, aspettavo di toccare i vent’anni di matrimonio…
Secondo te una scelta del genere la prendo da sola? Oh aspetta. Tu sei rimasta incinta mentre dicevi di prendere la pillola… Capisco.

16. Come? Vuoi prenderti un gatto? Ma hai idea di quanto dia da fare un gatto? Ma sei sicura?
Uhm. Ma se mi hai appena detto di fare un figlio

17. Se tutti la pensassero come te, il mondo si sarebbe già estinto
E se tutti la pensassero come te, il pianeta sarebbe già imploso a causa della sovrappopolazione. La natura è equilibrio: preda per un predatore, il sole e la pioggia, yin e yang, un childfree e un genitore. Compensazione.

18. Io divorzierei all’istante se lui mi dicesse che non vuole figli!
VIVE L’AMOUR! Che basi solide sulle quali costruire una famiglia…A te non serve un compagno. Tu sei in cerca di un donatore di sperma. E dillo prima!

19. Tutti hanno diritto di nascere e vivere.
Sì, penso lo dicessero anche i genitori di Hitler e di Charles Manson.

20. Un figlio ti cambia la vita
Sono estremamente felice per la tua vita e per la piega che ha preso. Lo sono ancora di più quando realizzo che è la tua e non la mia. Come quando ti risvegli da un brutto sogno e ci metti un attimo a capire che non è successo davvero.

21.Intanto i miei figli da grandi pagheranno la tua pensione
E io con le mie tasse sto pagando la loro la scuola. Si chiama società.

22. Ma poi cambierai idea
La mia preferita. Me la sento dire da quando ho vent’anni e ho il timore che la sentirò ancora. Finché menopausa non ci separi.

23. E se succede?
E’ vero che a scuola ai miei tempi educazione sessuale non era granché, ma credo di aver capito come funziona: NON SUCCEDE.

24. Un giorno ti lascio i miei, vedrai che dopo te ne innamorerai
NON.CI.PROVARE.NEMMENO.

25. Se i tuoi l’avessero pensata come te, non saresti qui
E non dovrei rammaricarmi di averti incontrato oggi.

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Non so cosa spinge gli esseri umani a diventare così pedanti. Ovviamente non è rivolto a tutti i genitori, ma solo a chi crede di avere la verità in tasca e punta il dito con mille inquisizioni. Ho spesso avuto la sfortuna di incontrare gente così e di subire un lungo, lunghissimo terzo grado di questo genere. Una signora tempo fa, ha tirato fuori la foto del nipote e ha incominciato a sbattermela davanti agli occhi urlando: “come fa a non piacerti, come fai a non volerlo?”. Giuro. Non ho neanche saputo cosa rispondere quella volta. Forse avrei dovuto stringerla tra le mie braccia e gridare “esci da questo corpo!” ma avrei probabilmente peggiorato la situazione. Non capisco che fastidio suscitiamo. Se voglio vivere la nostra famiglia a due perché ritengo sia la miglior scelta per me, qual è il problema? Perché sentono di dovermi per forza convincere? Io, che sono sicura della mia scelta, vivo tranquillamente la mia vita incurante delle decisioni altrui. Perché non riescono a fare altrettanto? Ci sono forse cose che non dicono di proposito? Un codice non scritto per poi ritrovarci tutti nella stessa situazione: una sorta di “mal comune, mezzo gaudio”. Non ho altre spiegazioni sul perché uno debba passare un’ora a cercare di farmi cambiare idea. Magari sono così contenti che cercano di spiegarmi quanto potrei essere felice io se procreassi. “Se non hai figli non puoi capire”. Ma allora vi chiedo, perché pensate di sapere quale sia la cosa giusta per me se non vivete nei miei panni?

 

Starbucks e gli altri: perché in Italia no?

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Stamattina avevo in programma di farmi una passeggiata fino alla banca dove avevo appuntamento. Mentre stavo camminando, mi sono trovata a pensare che avrei tanto voluto godermi un bel bicchierone di caffè americano to go (da portar via), un po’ per riscaldarmi vista la freddina brezza del mattino, un po’ per svegliarmi visto il mio persistente stato comatoso. Così, ingenuamente e presto capirete perché, mi sono diretta in un bar per farmi dare una buona dose di caffeina calda e leggera. Non volevo una tazzina forte che durasse qualche secondo. Volevo proprio una bevanda da consumare con calma. Entro nel locale e mi faccio spazio tra gli avventori che occupavano il bancone. Appena mi sono avvicinata mi son chiesta se un caffè americano fosse contemplato in un bar italiano. In effetti credo di no. Mi è stato detto che non avevano bicchieri da asporto così grandi e quindi ho optato per consumarlo in loco. Poi ho visto la procedura per fare il caffè americano. In pratica, un caffè lungo messo in una tazza da cappuccino, allungato con acqua bollente. La mia faccia era un po’ perplessa, l’ho bevuto lo stesso, ma del caffè americano, neanche l’ombra. Pensare che io ho la macchina che lo fa e l’ho pagata non più di una trentina di euro. Visto l’alto tasso di turismo straniero, perché non prenderne una?

Uscendo non ho potuto fare a meno di pensare che rispetto al mondo, siamo indietro anni luce. Starbucks è solo una chimera per noi italiani? Ho letto e riletto le leggende metropolitane che spiegano, verosimilmente o meno, il perché dell’assenza di questa grande catena nel territorio del Bel Paese. Si vocifera di un acquisto del marchio da parte di Autogrill per avere l’esclusiva. Si parla di lobby del caffé (Illy e Lavazza) che si sarebbero categoricamente opposte per aver un mercato meno affollato. Si dice che Starcbucks non voglia entrare in un contesto così saturo di concorrenza. Ma perché? Sarebbe comunque diverso dall’abituale espresso, non un sostitutivo, semmai un’alternativa. Non so realmente quali siano i motivi di tale assenza, quello che so è che Starbucks è presente in ogni angolo del pianeta. Ma non da noi.

Ho sentito e letto di gente che si vanta di questo particolare record. “In Italia non lo vogliamo, noi qui beviamo il vero caffè, non quella schifezza e poi è carissimo, sono fuori di testa”. Ma a te, francamente, che ti frega se io bevo una “brodaglia”? Quale pezzo del tuo corpo viene amputato se pago 5 euro per un americano da bere a spasso? Come sempre, quando qualcosa non piace o si teme, si passa all’attacco. Nessuno vuole soppiantare i bar nostrani, semplicemente si desidera avere una scelta diversa. Scelta, non obbligo. Non ti piace? Passa oltre.

Un sabato pomeriggio, si prevedeva con amici di stare in casa a vedere un film. Classico da film, si stava scegliendo insieme cosa stuzzicare nel contempo. Chi ha proposto una pizza, chi ha proposto un Mc Donald’s. Storci qui, storci là, ci siamo resi conto che come alternative, qui da noi, ce ne sono ben poche. Avremmo tanto voluto andare da KFC e ordinarci uno scodellone di pollo fritto. Mmm. Ma qui da noi, indovinate un po’, qui non c’è.

E anche qui i soliti, prevedibili pregiudizi. “Meglio che non c’è, solo schifezze”. E ridaje. Ma te lo ordina il medico di andarci? Quando sento frasi come “il ragù è la salsa preferita degli italiani, non quelle schifezze americane” mi si accappona la pelle. NESSUNO sta dicendo di eliminare le lasagne dalla faccia della terra. Stiamo solo, timidamente, chiedendo di poter scegliere, anche noi, come il resto del mondo. Fa male? E’ cibo spazzatura? E’ un’americanata? Va bene, prendiamo atto e passiamo oltre. Molte persone hanno paura che questo cibo dannoso, diventi poi un’abitudine che porti al collasso fisico.Quindi, mi chiedo io, togliamo tutto ciò che è fritto dai nostri negozi? E le sigarette? E l’alcool? Perché loro sì, mentre io non posso andare a pranzo da Taco Bell, per esempio? O decidiamo di eliminare tutto quello che fa male (puzza di dittatura, però) o lasciamo che il buonsenso delle persone faccia il suo corso. Facciamo così, chi reputa tutte queste novità alimentari uno SCHIFO, continui tranquillamente la sua vita e la sua alimentazione come prima. Io e tutti gli altri, ci arroghiamo il diritto di poter decidere del nostro pranzo o della nostra cena.

O della colazione per esempio. Io amo il salato. Al bar, trovi solo dolce. Prova a chiedere un toast al mattino alle 8. Prova, coraggio. Se va bene aspetti un’ora. Se va male, cosa più probabile, ti rispondono che la cucina è chiusa. In Italia, al contrario del resto del mondo, la colazione è dolce. Punto. Niente scelta, a meno che non spadelli a casa tua. Nelle grosse catene, al mattino, puoi scegliere cosa mangiare, non ti viene imposto. Un bel bagel salato da Dunkin’ Donuts. Utopia. E anche per quanto riguarda il discorso dolciumi, io non so da voi, ma qui a parte qualche brioches che se avanza, dopo le 10, diventa un pezzo di cartone, altro non trovi. In pasticceria, non ci sono ciambelle o fette di torta. Se vuoi una torta classica, te la fai a casa. O te ne compri una intera, ma solo quelle dei compleanni. Altri tipi, zero. Non esistono caffetterie nel vero senso della parola. Ora vi chiedo, è così difficile accettare che qualcuno sia diverso dallo standard?

Quando apro il discorso con le persone, ci sono quelle che subito si infervorano dicendomi che la tradizione italiana è costituita da pasta, cucina mediterranea, cappuccino e brioche. E le tradizioni vanno mantenute. Io rimango perplessa e mi chiedo se allora tanto valeva tenersi il Colosseo aperto con gladiatori e leoni dentro. O possiamo ogni tanto andare avanti insieme al mondo anche noi? Sembra quasi che tu sia Satana. L’anti Cristo dell’Italianità. Ma chi la tocca l’Italia! Non vogliamo radere al suolo le trattorie nostrane. Ripeto, vogliamo solo una scelta. Giusta? Sbagliata? Chi se ne frega. A me non piace l’agnello, non piace la pecora e nemmeno la capra: nessun alimento ovino, ma non è che vado in giro sbandierando di eliminare tutti i cibi di questo tipo, semplicemente non li mangio!

“Mangiati una pizza che fa meno male ed è più buona”. E chi dice che sia cattiva. E’ questo che non sopporto e non tollero. I consigli non richiesti e le persone prevenute. Io non dico a te cosa fare, per quale bizzarro motivo, tu ti senti in diritto di decidere per me?

E’ quasi ora di pranzo, vorrei qualcosa di veloce, come magari un tramezzino da Pret-à-Manger. Come dite? Ah giusto. Son schifezze. Noi non siamo da fast food. Noi siamo lo slow food per eccellenza. Mi viene il dubbio che l’aggettivo slow, sia più riferito al passo dell’Italia nel mondo (e parlo in generale) che al tempo di consumo dei cibi, anche perché la pausa pranzo a lavoro, di media è tra la mezz’ora e l’ora. Ci facciamo una pasta e fagioli, giusto per addormentarci nel pomeriggio? O andiamo a prendere un boccone in un bar, dove spesso ti servono la nostra amatissima pasta surgelata in simpatiche confezioni monouso? L’idea generale non è quella di attaccare l’Italia e il nostro stile di vita, ma solo quello di dare una smossa affinché non si debba aspettare una vacanza all’estero per ordinare un tanto agognato Frappuccino.

Ci sarà chi mi dirà di essere felice che l’Italia si muova lenta rispetto al mondo, proprio perché non abbiamo niente da imparare a livello culinario. Mi sentirò rispondere “meglio che siamo indietro, guarda come si conciano gli altri, abbiamo la cucina migliore al mondo, non dobbiamo copiare niente da nessuno”.

A me fanno paura l’estremismo e la convinzione di essere perfetti. “Il mondo non ha niente da esportare nella nostra penisola, i nostri prodotti sono i più buoni”, mi diranno. Io penso che una cosa invece, ce la stiamo perdendo: la tolleranza. Se non posso neanche dire di voler qualcosa di diverso, e sto parlando solo di cibo, chissà cosa succede nelle cose più serie.

Niente è peggio della chiusura mentale e dell’ostinazione. Limitare le opinioni altrui è terribile, vietare la libertà di scelta è pericoloso.

CHI HA PAURA DI VOLARE?

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Nonostante il mio amore per i viaggi e la scoperta del nostro pianeta sia così profondo in me, ogni volta che si programma una vacanza, ho questa fastidiosa sensazione di paura che mi pervade il corpo nel momento stesso in cui realizzo che dovrò salire su un aereo.

Non è sempre stato così. Viaggio in lungo e in largo da quando sono piccola e fino a qualche anno fa, ho sempre adorato salire su quei magnifici miracoli tecnologici. Guardavo gli aerei da terra e immaginavo quale potesse essere la destinazione, chi potesse avere la fortuna di essere seduto a bordo e il motivo del suo viaggio. Prendere un aereo è sempre stato un mistico e romantico ponte temporale, che ci ricollega ai vecchi romanzi di avventura. Poi, come sempre succede con l’avanzare del progresso, sempre più persone hanno iniziato a volare e ormai al giorno d’oggi, si è persa la versione poetica di quello che era un viaggio aereo ed è diventato un gesto abitudinario quasi come salire su un treno.

Fin da piccina, una volta salita a bordo, mi godevo la preparazione al decollo, la spinta che ti faceva salire in alto, sopra le nuvole, lo spuntino servito da quelle impeccabili hostess, mi godevo il panorama mozzafiato e infine mi emozionavo per aver raggiunto la destinazione tanto desiderata. Ho sempre avuto un approccio così sereno che mi sembra quasi impossibile essere arrivata al mio comportamento attuale.

Cosa ha scatenato questa fobia e quando ha subdolamente incominciato a lavorare sulla mia psiche? L’unica cosa che ricordo, è che si è presentata la vigilia del primo volo che ho fatto con quello che poi sarebbe diventato mio marito. Secondo alcune ricerche che ho avuto modo di fare, la fonte scatenante potrebbe essere la paura di perdere qualcosa che si è appena conquistato. Magari in un momento felice, si ha il puro terrore che non possa durare per sempre e che prima o poi succeda qualcosa di brutto che ti privi di tutto: in quel momento l’aereo assume una responsabilità che non ha, diventando il fulcro della tua paura stessa. Tirando due somme, da non professionista, mi sento di dire che probabilmente per me è successo davvero in questo modo. Io per la prima volta ero davvero felice e in quel momento, l’aereo era ciò che poteva metter fine ad ogni cosa. Probabilmente, avessi dovuto prendere un treno, ora avrei intitolato questo pezzo con “chi ha paura di correre sulle rotaie?”.

Da quel momento, volare per me è un supplizio a cui mi sottopongo con forza e devo ringraziare che la mia voglia di viaggiare sia per ora, più forte della mia paura, altrimenti sarei limitata ai confini italiani. E a lunghe code in macchina. Che poi lo so. La macchina è a livello probabilistico più pericolosa di qualsiasi altro mezzo. Ogni volta le persone provano a dirmi che l’aereo è il mezzo di trasposto più sicuro al mondo: “sai quanti aerei volano ogni giorno?”, mi sento spesso chiedere. Eh, sì che lo so. So anche che gli incidenti aerei sono davvero una bassissima percentuale se si considerano le migliaia e migliaia di voli che transitano nei nostri cieli ogni giorno. “E se quell’aereo su un milione fosse il mio?” rispondo sempre. Nessuno (tranne me e i miei colleghi di fobia) pensa che il volo su cui sta salendo possa avere un incidente, eppure succede.

Ho provato con libri, video e training autogeno. Ho tentato di sentire musica rilassante, chiacchierare per non pensarci e chiudere gli occhi per tentare di dormire. Ma alla fine, al primo accenno di turbolenza, parte un panico interiore incontrollabile ed è solo perché ho ancora un minimo di filtro tra il pensiero e la parola, che riesco a trattenermi dal gridare “stiamo precipitando” in mezzo al corridoio. Ogni volta, stringo i braccioli fino a farmi male e maledico il momento in cui ho deciso di salire su quella “trappola infernale”.

Anni fa, eravamo in volo da Jackson Hole (Wyoming) verso Denver (Colorado) su un velivolo Delta. Una brutta turbolenza ci ha investito e l’aereo ha incominciato a ballare parecchio. Mio marito e miei amici ridevano e mi prendevano in giro per smorzare la pesante atmosfera, così io, per non sembrare sempre la solita lagna, facevo finta che andasse tutto bene. Tranne che per le mani viola a furia di stringere il sedile. Tranne anche per le lacrime che silenziose scendevano sulle mie guance nonostante mi sforzassi di simulare un sorriso tirato sul viso. Ammetto che in quel momento non ci stavo capendo più nulla e devo ringraziare la preparatissima assistente di volo che ha capito subito, con un’occhiata veloce al suo passaggio, che c’era un problema. Si è avvicinata e come se niente fosse ha iniziato a parlarci (soprattutto si rivolgeva a me) chiedendoci dove stavamo andando, di dove fossimo e quale fosse il nostro itinerario di vacanza. Io neanche mi accorsi di aver iniziato a chiacchierare con lei e dopo pochi minuti iniziammo la discesa per l’atterraggio. Uscendo le dissi quanto le fossi grata e la ringraziai dal profondo del cuore facendole i complimenti per come aveva gestito la cosa.

Quando prenoto un volo, mi faccio mille paranoie. “La compagnia è sicura? Quanti voli ha? Su che modello di aeromobile viaggeremo? No quella scartiamola, non mi fido. No i voli interni mi spaventano, non c’è un treno?”. Insomma, ogni volta un dramma e non voglio neanche stare qui a nominare la perfida coincidenza di trovarsi sempre di fronte programmi TV come “quei secondi fatali” o “indagini ad alta quota”. Insomma, già normalmente, la notizia di un incidente aereo è di per sé sconvolgente, quando poi si ha in programma un viaggio, niente ferma l’innesco di una serie di attacchi di panico con mille ripensamenti.

Un altro aspetto psicologico che mi sento di poter confermare nel caso della mia paura, è la sensazione inconscia di lasciare il posto sicuro, “casa mia”. Non fraintendetemi, non ho paura di andare in un posto nuovo, è il mio IO che parla per me. Io sono così entusiasta di visitare il mondo, eppure senza rendermene conto, questa fobia lavora ad un livello più profondo: il mio spauracchio di allontanarmi dal luogo protetto. All’inizio pensavo non fosse una ragione tanto plausibile, poi una professionista mi fece una domanda: “scommetto che hai più paura del volo di andata, piuttosto che del volo di ritorno”. Orca. Sì. Al ritorno ho meno paura. Diciamo che butto sempre la battuta:“è meglio cadere al ritorno, almeno mi sono goduta il viaggio”– in realtà, il mio IO, suggerisce inconsciamente che sto tornando a casa, nel luogo intimo e protetto. Ecco perché sono più tranquilla.

L’aereo è solo una scusa (il capro espiatorio) per una mia paura più profonda e prima riuscirò a capirlo, prima mi godrò questa parte integrante del viaggiare.

Soprattutto se, come previsto, il prossimo volo sarà di circa 12 ore. Temo che il gentil consorte e la mia amica stiano tramando di drogarmi a mia insaputa come succedeva a B. A. Barracus nella serie A-team…

I PARCHEGGIATORI COMPULSIVI

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Ieri ero in giro in macchina e tra una manovra e l’altra, cercavo di capire cosa c’era che non andava lungo la strada. Sembrava che fosse tutto normale, ma poi all’improvviso ho capito. La mia guida si è ormai adattata a quelli che io chiamo “parcheggiatori compulsivi”.

Se sono in una strada stretta e il simpatico di turno ha lasciato la macchina in mezzo, io sono costretta a fermarmi, ad aspettare che le macchine in senso opposto siano passate, a tentare un sorpasso veloce e a evitare di farmi la fiancata.

Se sono ferma allo stop e il proprietario del SUV (anche detto faccio-le-veci-di-un-camion) ha mollato il mezzo sulle strisce pedonali che stanno proprio in mezzo alla mia visuale, io sono destinata ad uno sbocco cieco. Quindi ecco che piano piano, centimetro dopo centimetro, guadagno la posizione e col muso della vettura, sporgo lentamente in avanti per capire se posso passare o no. Puntuale arriva chi mi suona da dietro, per esortarmi a muovermi, come se non avessi già abbastanza problemi, allora sudo e provo ad uscire, ma ecco pronto chi mi suona dal davanti per avvisare che sta arrivando e allora sconsolata inchiodo e mi blocco lì.

Se sto cercando parcheggio all’ora di punta e tu mi piazzi la macchina a cavallo tra due posti liberi, mi rendi nervosa al punto che vorrei entrarti nella fiancata. Perché io non ho capito una cosa: o non sei capace a parcheggiare o sei un incivile egoista. Io azzardo l’ipotesi che tu sia entrambe le cose. Tu sei arrivato (o arrivata) e hai visto un buco libero. Probabilmente non hai neanche messo la freccia, hai infilato la macchina con la velocità di Flash Gordon e poi sei sceso dalla vettura. Guardando con aria soddisfatta il risultato di tale botta di culo, ti sei accorto che hai occupato più del necessario, ma la fatica di trovare parcheggio ha avuto la meglio e hai beatamente ignorato il problema. Sì sì, dico proprio a te. Una volta ne ho beccato uno così, davanti ai miei occhi e io non sono mica stata zitta, “guardi che se tutti fanno così, i parcheggi da 20 diventano 10…” Ha chiesto scusa e rifatto manovra, credo di averlo preso di sorpresa…

Se hai fretta perché “tanto entro nel negozio solo un minuto”, ti assicuro che c’è altrettanta gente che va di corsa come te. Che non ha energie, voglia e tempo di aspettare che tu ti sia fatto i tuoi comodi. Che non ha intenzione di rischiare un frontale perché “dai metto un secondo le doppie frecce così capiscono”. Ma capiscono cosa? SPIEGAMI IL NESSO tra le tue doppie frecce accese e il fatto che blocchi il traffico.

Se in un parcheggio, tu mi blocchi l’uscita, perché all’ultimo hai deciso che andava bene parcheggiare esattamente a venti centimetri dal mio cofano, con una ruota sul marciapiede e mezza macchina davanti ad un passo carraio e non ti sei fatto remore a riguardo, lascia che ti spieghi una cosa. Per terra ci sono dei segni che non sono reperti di arte rupestre o vecchi graffiti. So che sei sconcertato, ma ti assicuro che quelle striscioline blu o bianche, sono fatte apposta per delimitare fin dove potete stare tu e la tua macchina; pensa cosa si scopre ogni giorno, eh?

E tu, mamma amorevole, che all’uscita da scuola per non rischiare di far camminare due metri in più quell’angelo di tuo figlio (come avremo fatto noi che a scuola ci si andava anche da soli) ti parcheggi in doppia o terza fila e osi guardare con aria di sfida chi ha qualcosa da dire. Tu, cara dolce mammina blocca traffico, pensi che io abbia la bat-mobile che con un tasto spicca il volo e ti passa sopra? Magari ce l’avessi, la bat-mobile. Passerei sopra a tanti. Senza spiccare il volo, però.

La cosa peggiore in questa baraonda di maleducazione ed egoismo, è che spesso, nelle vicinanze, ci sono dei parcheggi enormi, liberi e a volte anche gratis. Ma non vorrai mica far due passi a piedi? Sarà mica dannoso? E questo mi porta all’ultima categoria. La peggiore.

Se non trovi posto, stufo di girare, ti guardi intorno e alla fine hai un’illuminazione. Magari ti senti anche un po’ in colpa, ma alla fine ecco che lo fai. Ti piazzi bello tranquillo nei parcheggi per i disabili. Giusto per non saper né leggere né scrivere, ti dico subito che ti colpirei con un cric in mezzo agli occhi. Così, per sport. Tu dovresti alzare le tue chiappette sode o meno (anzi, se sei flaccido, magari sarebbe meglio alzarle sul serio ) e far due passi a piedi, perché guarda un po’, la persona a cui tu hai rubato il posto, invece NON RIESCE A FARLI QUEI DUE PASSI A PIEDI!  Al posto di ringraziare il cielo che tu sia in pieno possesso delle tue facoltà fisiche (su quelle mentali ho una mia idea) e farti una sana camminata, fai una delle peggiori azioni per garantirti il posto a 2 metri dalla tua destinazione. Egoista, pigro e fuorilegge! In questa bella paternale, includo anche chi ha l’autorizzazione perché solitamente accompagna in auto un disabile ma poi sfrutta il bel talloncino a proprio uso e piacere quando è in giro da solo. Ok, legalmente hai il permesso, ma eticamente, non ti fai un po’ schifo?

Insomma, proviamo a fare tutti un piccolo sforzo, non possiamo pretendere che tutto funzioni e fili liscio, se poi siamo i primi a cercare delle scappatoie per dei vantaggi personali. Soprattutto quando questi vantaggi vanno a discapito della libertà altrui.

“La tua libertà finisce dove inizia la mia”.

Capisco che nel mondo di oggi, la fretta e il condividere spazi già saturi, creino disagi. Non dico di non commettere anche io qualche peccatuccio, ma cerchiamo di evitare di peggiorare le cose. La vita quotidiana è vissuta in modo particolarmente nervoso, non aggiungiamo benzina sul fuoco, cerchiamo davvero nel nostro piccolo di agevolare il prossimo in questa convivenza comune.

E sì. Vale anche se piove.

BIG FAMILY: pro o contro?

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Stavo recentemente facendo zapping e mi sono imbattuta in un programma che parlava di grandi, anzi oserei dire, grandissime famiglie sparse nel mondo. Nuclei composti da numerosissimi membri, 11, 16 figli. Naturalmente, dopo lo shock iniziale, mi sono fermata a guardare con interesse, anzi, con morbosa curiosità.

La storia era sempre più o meno la stessa. La coppia ha iniziato ad avere figli e poi senza accorgersene (!!) si è ritrovata molto affollata. Tralasciando il dubbio che mi viene quando sento frasi come “avevamo deciso di smettere, poi non si sa come sono arrivati ancora e ancora” perché rimango perplessa a sentire che ancora oggi, ci siano persone che lasciano al caso un aspetto così importante della vita, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti. La comodità, la praticità e la qualità della vita. Vorrei provare a non giudicare chi fa scelte così estreme, anche perché non è prevista la mia convivenza con loro, ma cosa pensano i diretti interessati?

I genitori erano coppie abbastanza giovani e devo dire di non averli mai visti nel corso del programma, impazzire dal nervoso o dare di matto. Li ho notati molto calmi nella loro routine giornaliera. Routine ormai consolidata e schematizzata, a buona ragione, perchè organizzare una giornata con 18 persone che spaziano dai 2 ai 45 anni, deve essere un lavoro pianificato nei minimi dettagli, sennò, è il caos totale. Tutto è scandito dai risvegli, poi le code al bagno (1), infine le corse alle varie scuole. Dopodiché tantissime lavatrici ogni giorno e poi l’organizzazione dei pranzi, dei compiti, dei lavori da svolgere e ancora e ancora daccapo ogni giorno.

La cosa che mi ha colpito particolarmente è la totale assenza di privacy . Sarà che io ritengo la privacy un componente fondamentale nella mia vita, sono rimasta sbalordita di vedere che in quella casa (così come nella casa delle altre famiglie intervistate) dormono 5 o 6 persone nello stesso letto, convivono nello spazio insieme e mai nessuno ha un minuto di solitaria tranquillità .

Potreste rispondermi, ma se a loro va bene così, a te che interessa? Niente da dire, ma un conto sono i genitori, che consapevolmente o meno, sapevano a cosa andavano incontro, quello che mi chiedo è, cosa ne pensano i figli, che sono stati catapultati in quel delirio di sorelle e fratelli?

L’impressione generale è che apparentemente, questi cloni della famiglia Bradford, vivano come nelle riprese della Casa nella Prateria. I grandi aiutano i piccoli, i piccoli giocano tra loro e tutto fila liscio. Ma in realtà? I figli adolescenti e quelli più grandi, erano abbastanza esasperati e stanchi di dormire sui divani per la mancanza di spazio, di cercare ardentemente e inutilmente un attimo di solitudine, di studiare nel caos di gente che corre, urla e gioca. Intervistati i ragazzi, si sono detti stanchi e onestamente non mi sento mica di dar loro torto. Come avevo previsto, molti di loro, quasi tutti quelli a cui è stata posta la domanda, si sono espressi contrari a famiglie numerose e hanno ammesso che loro quasi certamente non vorranno figli. E io chi sono per biasimarli?

Ora io mi chiedo, è giusto obbligare i tuoi figli a sopportare quello che tu hai consciamente o inconsciamente scelto per la tua vita? Perché sottoporli ad un simile stress ogni giorno, alle ristrettezze economiche, ai sacrifici? Perché non siamo mica tutti Rockefeller e vivere, oggi, costa!
Qualcuno potrebbe dire che i sacrifici forgiano il carattere. Ma io ribatto. Perchè non fermarsi ad un certo punto? Perché non decidere di dare il meglio a quei pochi che si hanno, invece di dover dividere le risorse economiche per un sempre maggior numero di figli? Secondo voi è giusto imporre tutto questo a chi non ha scelto di venire al mondo?

Tacciano spesso di egoismo chi decide di non voler figli, ma il volerne come se non ci fosse domani, non è in fondo la stessa cosa? Non è egoismo soddisfare un desiderio che porta ad averne 16? Perchè scegliere di averne così tanti? Cosa spinge questi genitori a non fermarsi? Non si accorgono dell’insoddisfazione dei propri figli? Quei figli erano pronti a giurare con le pive nel sacco, che mamma e papà non si sarebbero fermati. Che avrebbero ancora procreato. Che si sarebbero trovati ancora a non poter vivere la propria vita per badare a quella degli altri. E’ egoismo anche questo? In effetti sì, perchè come cita il dizionario, egoismo è quando avvengono azioni o comportamenti finalizzati unicamente a beneficiare il diretto interessato, anche se ciò danneggia o limita la libertà altrui. Beh direi che ci siamo. I genitori vogliono altri figli, con buona pace delle rimostranze di quelli che hanno già.

Mi ero ripromessa di non puntare il dito, mi ero ripromessa di non lanciare accuse, ma non posso fare a meno di mettermi nei panni (strettissimi e affollati) di quei ragazzi e mi chiedo: “ma io riuscirei a sopportarlo?”. Io no. Assolutamente. Probabilmente impazzirei dopo un giorno. Ma voi? Ritenete troppo importante la vostra privacy e il vostro spazio vitale o adorate essere circondati da persone? Vi sentireste stipati o amorevolmente circondati?

Quelli che Groupon non l’hanno mica capito…

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Una bella invenzione Groupon. Per chi come me adora andare a cena fuori poi, è una manna dal cielo e una grandiosa boccata d’ossigeno per le proprio tasche. Certo, bisogna ricordarsi di prenotare con anticipo a causa dell’alta richiesta, ma si ha la possibilità di potersi sbizzarrire in località che probabilmente non avremmo mai considerato.

Groupon fa risparmiare parecchio e ti offre una vasta scelta di servizi. Acquisti vantaggiosi, viaggi, cene e trattamenti di bellezza. Insomma, un calderone di shopping che ogni giorno ha sempre nuove proposte con ormai migliaia di partners sparsi nel mondo. Insomma, tutto rose e fiori? Eh no. Come sempre quando c’è di mezzo il Dio Denaro e l’avidità intrinseca delle persone, non sempre fila tutto liscio. Io e i miei amici abbiamo ormai toccato i cento acquisti tramite questo sito e visto che la maggior parte di questi coupons, riguardano ristoranti, mi limiterò a parlarvi un po’ di un fenomeno che purtroppo, spesso, capita in alcuni locali.

Senza statistiche alla mano, così a naso, direi che un buon 60% dei ristoranti che abbiamo visitato, ci ha offerto un servizio ottimo, trattandoci con cortesia e professionalità, nonostante si spendesse quasi la metà del prezzo ufficiale, anche perché si suppone che questo sito di offerte, sia nato con una duplice funzione. Da una parte abbiamo il vantaggio per i clienti, che nonostante la crisi, possono comunque concedersi qualche uscita in più senza prosciugare il già non pingue conto corrente. Dall’altra ci sono i gestori, che oltre ad aver un nuovo flusso di clientela, possono sfruttare queste offerte per farsi un’abbondante pubblicità. Un modo per farsi conoscere.

Il nocciolo della questione è proprio questo: farsi conoscere e fare in modo che il cliente soddisfatto, torni poi altre volte e paghi il prezzo pieno. E vi assicuro che capita proprio così: un posto che magari hai sempre avuto a pochi chilometri da casa, conosciuto tramite Groupon, ti attira e ti piace così tanto, che viene immediatamente inserito nella lista di locali preferiti. Questo dovrebbe essere il meccanismo di funzionamento. Ma le cose non vanno sempre come le si immaginano. Purtroppo.

A noi è capitato di tutto.

A volte abbiamo ordinato una bevanda diversa da quella compresa. Ci è stato per esempio fatto pagare il prezzo pieno di una birra senza scontarci ( forse per rientrare nelle spese?) la bottiglia di vino (!) compresa nel pacchetto e non utilizzata. Spesso anche piccole aggiunte sono invece state offerte. E’ capitato  di essere sistemati in “zone separate” dai tavoli dei paganti reali (potremmo azzardare col termine “ghettizzati”) forse, pensiamo noi, per non far notare il cibo vero, dato a chi pagava il prezzo pieno, dal “cibo-mensa” di noi “morti di fame”. Eh si, ci siamo talvolta sentiti clienti di serie b. In un paio di occasioni, sembrava che il gestore, avesse raschiato il fondo della cantina per rifilare ai poveri “grouponisti”, le scorte di cibo in scadenza. O scaduto addirittura: ragazzi certi gusti e certi olezzi, che o il cuoco era sotto l’effetto di droghe pesanti o gli alimenti erano davvero al limite del marcio.

Poi ci sono quelli (e qui devo dire che sono la maggioranza) che nell’offerta piazzano un menu da far impallidire Gordon Ramsay descrivendo millemila pietanze e altrettanti sapori, ma quando arrivi, ti ritrovi una rivisitazione di piatti stile trattoria della stazione, con metà degli ingredienti promessi (siamo rimasti senza aragosta vi abbiamo messo il nasello, che sfortuna proprio oggi) e porzioni simili ai pinchos spagnoli.

In tutto questo bazar di avventure gastronomiche, noi devo ammettere, siamo molto accondiscendenti. Sappiamo di pagare pochissimo e non pretendiamo chissà che lusso. In molti locali, ci è capitato davvero di essere trattati come dei re e le altre volte, abbiamo incassato il colpo e reagito con l’unica arma a nostra disposizione: tripadvisor e porta a casa!

Quello che vorrei tentare di spiegare ai carissimi gestori, è che forse, hanno inteso male il senso di questa iniziativa. Nonostante abbia saputo col tempo, che il guadagno finale dei ristoratori in queste offerte, sia esiguo e a malapena sufficiente per coprire le spese, c’è comunque qualcosa che non mi torna. Perché promettere menu vastissimi, rischiando poi una brutta figura davanti al cliente, quando sul tavolo arriva la metà delle cose? Non è forse meglio, offrire meno da subito e fare in modo che quel meno sia curato e delizioso? Perché trattare in modo sbrigativo e spicciolo i clienti aderenti a offerte che VOI avete sottoscritto? Mica ve l’ha prescritto il medico di iscrivervi, non capisco perché devono rimetterci l’educazione, la professionalità e il cliente. Non dimentichiamo anche i furbetti che limitano l’uso di questi coupon ai pranzi settimanali; magari tu sei pronto a prenotare con mesi di anticipo (vi ricordo che spesso le offerte acquistate, hanno una validità di circa sei mesi) et voilà, la sorpresa. Il gestore ha limitato la prenotazione escludendo a piè pari i week-end e i serali: eh grazie, magari scriverlo? Ragazzi miei, non crediate di essere tanto furbi, perché se è vero che Groupon ci rimborsa, è anche vero che voi rasentiate le truffe a volte..

Infine, mi ricollego al discorso che ho citato prima e che riguarda tutti quelli che pensano che queste offerte siano un modo per fregare tutti rifilando vecchi e incomprensibili residui alimentari, lasciatemelo dire: NON AVETE CAPITO PROPRIO UN PIFFERO e oltre che in malafede, siete anche stupidi. Secondo voi non ci accorgiamo che ci state prendendo in giro? Secondo voi non vediamo che le persone di fianco a noi stanno mangiando del cibo commestibile mentre a noi avete servito dei piatti scaduti qualche Natale fa? Groupon se utilizzato nella maniera corretta, serve a fidelizzare un nuovo bacino di clienti, ma se questi “delinquenti” continuano per la loro strada, l’unico ritorno che avranno del cliente, sarà quello con a fianco l’ispettore dell’ASL.

In tutti i mestieri ci sono i professionisti e quelli che si inventano di esserlo. Come nella vita, ci sono coloro che rispettano il prossimo e quelli subito pronti a imbrogliarlo. I clienti soddisfatti, portano altri clienti. Quelli arrabbiati, invece, ne faranno scappare via il doppio.

“Ci vuole una vita per crearsi un cliente. Un secondo per perderlo per sempre”.

A VOLTE RITORNANO…CATS TOUR ITALIANO 2014 TRIESTE – MILANO

Quando sono andata nel 2008 al Teatro degli Arcimboldi a vedere questo meraviglioso musical, non avrei mai pensato di poterlo vedere una seconda volta. Sì, probabilmente avrei potuto beccarlo in qualche teatro estero, ma ormai, mi tenevo stretto il ricordo di quella che pensavo sarebbe stata l’unica volta. Fin da piccola ero rimasta affascinata dai cartelloni a Broadway quando ero stata negli Stati Uniti con i miei. Ma loro non erano tanto per il teatro ( ma come si fa?) e quindi non ero potuta andare. Crescendo, in vacanza con le amiche, avevo addocchiato il musical a Londra, ma a quei tempi (beata ignoranza da giovin donzella) ero troppo occupata a far casino per locali e seppur con rammarico, avevo dovuto rinunciare. Immaginate la mia grande sorpresa quando vidi nel 2008 che la produzione di Cats avrebbe raggiunto Trieste e Milano (nel nord Italia) in un tour mondiale. Ringraziando il destino, riuscii a trovare due biglietti per lo spettacolo di Milano (anche perché sospetto che il gentil consorte mi avrebbe accompagnato a Trieste, ma non tanto volentieri…).

A distanza di 6 anni, lo rivedo. Sapete quando sembra proprio un segno del fato? Estate 2013 (sì, netto, nettissimo anticipo) stavo gironzolando su ticketone per un concerto quando ecco che mi appare il logo classico di questo storico musical. Due occhioni felini gialli, scintillanti, con pupille sagomate a forma di ballerini dai profili sfumati e sfuggenti. Ho piantato un urlo assurdo e ho incominciato a farfugliare :” noncicredononcicredo” e un minuto dopo, stavo già prenotando i posti. La prima volta, col maritozzo, trovammo solo posti in “piccionaia” (come la chiamo io) e fummo comunque in grado di goderci lo spettacolo. Questa volta ci vado insieme ad un’amica che sperava prima o poi di riuscire a vedere i “micetti“. Ci siamo svenate e abbiamo speso 88 euro a testa per posti da sborrone in poltronissima, è un sogno che si avvera di nuovo, tirerò la cinghietta in altri campi, non posso credere che li vedrò da vicinissimo questa volta. Abbiamo prenotato con 8 (!) mesi di anticipo. Non arrivava più il momento. Ed oggi, eccoci qui. Meno 8 al grande evento.

A Trieste, presso il Teatro Rossetti, il musical ha già esordito il 19 marzo e rimarrà in scena fino al 23. Dopo tocca noi, a Milano al Teatro degli Arcimboldi dal 26 al 30 marzo. Non vedo l’ora di essere lì, di entrare e vedere il palco in silenzio, allestito e pronto a ricevere le acrobazie dei Gatti Jellicle. Se anche questa volta ci sarà lo stand con  i gadget ufficiali del musical, sarò lì in fila per qualche acquisto a tema.  L’ultima volta mi emozionai talmente tanto che ebbi i brividi per quasi tutta la durata dello show. Quando entrò Grizabella, se non ricordo male interpretata da Chrissie Hammond, cadde il silenzio. Quel  “Memory” fu straordinariamente eseguito, lasciando il pubblico a bocca aperta e qualche lacrima (le mie poi, furono un fiume in piena) sui volti delle persone.

E ora ci risiamo, meno 8 giorni e vi rivedo. Non so se sia positivo avere un ricordo così intenso, così profondo, perché ora il paragone con il nuovo cast, è dietro l’angolo.  In ogni caso sto già sfogliando il vecchio programma, sto spulciando i video su youtube e come previsto, mi sto già emozionando.

Meno 8 giorni e sarò di nuovo nel vostro magico mondo felino, fatto di scherzetti, giochi, salti, balli e canti.  A volte ritornano e con loro, portano il bagaglio di una lunga tradizione teatrale che rimarrà nella storia per sempre.

LA DOMENICA ALLO STADIO (il tifo di una bambina diventata adulta)

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Ti ricordi com’era, la domenica allo stadio? Già il sabato notte non riuscivi a dormire, eri emozionata, agitata, non vedevi l’ora e quindi provavi ad addormentarti in fretta, perché più velocemente il sonno arrivava, altrettanto velocemente giungeva il risveglio.

E allora via ad addobbarti di sciarpe e bandiere, qualsiasi cosa potesse far vedere a tutti che tu stavi andando allo stadio. A seguire la tua squadra. A sostenere i tuoi colori.

Il papà, ormai abituato, non aveva fretta di partire da casa, perché “già aspetteremo tanto là, è inutile arrivare ore prima”. E invece tu facevi i capricci, pretendevi di partire prestissimo, volevi subito essere presente, anche fuori dai cancelli, ma volevi esserci. In autostrada guardavi tutte le macchine nella speranza di individuare qualche tuo fratello tifoso e di scambiare dei cenni di saluto.

Poi c’era lui. Enorme, affascinante, immenso: lo stadio. I ricordi ti riportano ad allora.

Senti già in lontananza qualche coro , il profumo delle bancarelle alimentari. Tutto è tempestato e pieno di quei colori che ami così tanto.

Camminando hai paura che quella giornata finisca troppo presto, vorresti che durasse un’eternità. Poi entri e vedi l’erba verde brillante, gli spalti che piano piano si riempiono. Ti godi ogni coro, lo urli a squarciagola, cerchi di individuare i tifosi ospiti e speri che non si siedano vicino a te, non vuoi che il papà litighi per colpa tua…

In un attimo, inizia la partita, dimentichi tutto quello che ti è successo in una settimana perché per quelle due ore, ci siete solo tu e lei, la tua squadra. Esulti, ti arrabbi, piangi, gridi e ridi. Poche cose nella vita danno tutte queste emozioni insieme, “si cambia moglie, si cambia fede politica, ma la squadra del cuore, quella no, quella non cambia mai”.

Avete vinto, avete perso o pareggiato, si ritorna alla macchina, si parlerà di questa partita per tutta la settimana. La ricorderai per un po’, fino alla prossima volta, dove daccapo, farai tutti questi piccoli grandi gesti che piano piano diventano automatici ma che non perdono quel calore che ti trasmette.

E quelle domeniche in cui giocavano in trasferta, quelle dove eri troppo piccola per farlo, per chiederlo, ma lo hai pensato e lo avresti voluto. E allora non importa, mentre tutti i ragazzini erano in discoteca con gli amici, tu eri a spasso con la radiolina e la tua sciarpa, per sentirti anche da lontano, vicino a chi era là.

Poi crescerai. Incomincerai ad andarci da sola allo stadio. Come quella prima volta a 14 anni in cui a momenti a tua madre veniva un infarto dalla preoccupazione. La sua bambina da sola con il pullman e si continuava a chiedere “ma perché non ho una figlia meno scalmanata?” E tutte le raccomandazioni che neanche andassi nel Bronx di notte. E copriti, e non litigare, e non perdere il pullman… E tu che avevi il cuore gonfio di gioia, sapevi che non ascoltavi, la tua mente era già là. E nonostante le promesse fatte, scappavi in curva appena potevi. Dove c’era il vero tifo, dove potevi cantare e gridare tutta la partita, dove facevi parte di un gruppo.

E più crescevi, più aumentava quell’amore, non potevi farne a meno, dovevi esserci sempre. Cambiavi abitudini e compagnie, ma la domenica eri sempre lì.

Passano gli anni e trovi un lavoro che ti porta a far salti mortali per andare allo stadio, com’era facile quando eri bambina. Poi ti sposi, ma metti subito in chiaro che la domenica è sacra, ma non per la passeggiata sul corso; la domenica è ancora e da sempre solo vostra: tua e della tua squadra. Chi ti ama lo accetta e tu continui questo viaggio matrimoniale a tre, perchè chi sposa te, sposa anche i tuoi colori. E’ parte integrante della tua vita, non un vago passatempo.

La domenica allo stadio alle 15 era così familiare, così confortevole, come una morbida coperta. E invece adesso saltano i piani per un intero weekend. Non sai se sarà il venerdì, il sabato, la domenica o il lunedì. Puoi star certa che le vedrai tutte di sera. Prima il serale era una cosa grossa. Una partita di coppa, un derby. Era pura emozione. Adesso il pomeriggio lo vedi solo quando entri, perché quando esci è già notte. E via con il freddo, le ore piccole e il sonno che salta. Ma nonostante ci abbiano provato in tutti modi, tu dalla televisione non la guarderai mai. Tu sarai sempre sugli spalti. Non la tradirai così.

E poi ci sono quei momenti bui, quelle stagioni che proprio non vanno. E tu sei lì, con tutti gli altri a gridare la tua rabbia, a cercare di capire cosa non va anche se sai che non potrai far mai niente, se non… esserci per lei. La criticherai come un amante tradito, ma lo potrai fare solo tu, guai a chi te la tocca. Perché quella fede ti è entrata nell’anima e lì rimarrà fino alla fine e nessuno si potrà mai permettere di insultarla davanti a te.

La relazione tra un tifoso e la propria fede, è un po’ come quella tra due amanti di lunga data. Puoi litigare, puoi criticare, ti sentirai tradito, puoi addormentarti nelle emozioni e crederti ormai senza quella passione iniziale. Puoi passare momenti meravigliosi, sentirti invincibile e innamorato pazzo. Potrai addirittura arrivare a dire “basta, con te ho chiuso!” ma è solo un momento, sai benissimo che non succederà mai e che tu ci sarai sempre. E che lei sarà sempre nei tuoi pensieri. E’ un amore incondizionato, va oltre al pensiero umano, non si può spiegare e solo chi lo prova è in grado di capire. Ed è per questo che sei ogni volta in quello stadio, con i tuoi amici, con le compagnie che col tempo si creano. Perchè è insieme a loro, insieme a quelli che davvero capiscono, che ti senti vivo.

Passano ancora altri anni, sei adulta ormai e quando allo stadio vedi una bambina, ripensi a questi ricordi e le auguri di poter provare le stesse emozioni crescendo anche se il mondo del calcio è inesorabilmente cambiato. Il tifo ha subìto grosse e inutili restrizioni, la televisione si è insinuata violentemente e i calciatori…

I calciatori ormai sono degli dei che raramente distolgono lo sguardo dal loro olimpo. Non si rendono conto che se sono lì è grazie a gente come te, che ogni maledetta volta è al loro fianco a sostenerli. Gli stipendi sono diventati spropositati e loro sembra che ti facciano un favore a scendere in campo, come se non dovessero neanche provare a sudarsi uno stipendio. L’appartenenza alla maglia è tragicamente una memoria lontana. Trasferimenti da una squadra all’altra, magari squadre rivali, un tempo impensabili, ora sono all’ordine del giorno. Non ci si rende neanche più conto di quello che significava giocare per quei colori, appartenere fisicamente e psicologicamente a quello stemma.

Se loro capissero, se solo si sforzassero di capire cosa realmente vuol dire per noi tifosi questa fede. Se provassero almeno una volta a mettersi nei nostri panni, nei nostri sacrifici, nella nostra gioia o nel nostro dolore, se davvero, per un solo, unico istante riuscissero a comprendere il valore e la fortuna che hanno ogni santo giorno e ci mettessero la metà dell’impegno che ci mettiamo noi…beh saremmo tutti vincitori.

Nessuno mi ha obbligato a seguire questa passione, perché soffrire tanto e farsi il sangue avvelenato per undici che tirano calci ad un pallone, potreste ribattere.

Già, sarebbe così semplice. Ma non ho scelto io di amare così intensamente questa squadra, è successo e basta e adesso non ci rinuncio. Mi terrò stretti i ricordi, stringerò i denti per i futuri insuccessi e mi armerò di pazienza nei momenti no, perché per questa storia d’amore, anni fa, ho pronunciato il mio Sì.

Finché morte non ci separi.

MAGICO VIAGGIARE: LE MIE OPINIONI SULLA PIANIFICAZIONE, L’ATTESA, LA PARTENZA, IL VIAGGIO, IL RITORNO.

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Viaggiare è da sempre un sogno per moltissime persone. Basti pensare alla domanda “cosa faresti se vincessi la lotteria?”e alle conseguenti risposte che nella maggiorparte dei casi comprende “viaggiare”.
Conoscere luoghi lontani, popoli e culture, modificare il proprio stile di vita, adattarsi all’ambiente che ci ospita e saziarsi di esperienze.
Ogni singola parte del viaggio va assaporata e vissuta perché ognuna ci arricchisce e ci insegna.

LA PIANIFICAZIONE

Io sono una maniaca di viaggi. Vorrei aver due vite per godermi ogni singolo angolo del mondo. Purtroppo ne ho una sola e mi tocca scegliere ogni anno (a volte ahimè uno si e uno no) una meta che possa rientrare nelle mie finanze, ma che possa allo stesso tempo stupirmi. Solitamente partiamo stilando una lista delle mete papabili, dopodichè passiamo a valutare la situazione climatica luogo per luogo, in modo da non aver brutte sorprese all’arrivo. Oddio, è anche vero che non si può mai sapere con il clima, ma andare per esempio in Islanda a gennaio, può creare dei problemi logistici…

A quel punto, stilata una TOP TEN di destinazioni preferite, si fanno delle ricerche nel web per la scrematura ufficiale. Eh già, perchè per quanto “volere è potere”, le Hawaii o l’Antartide che tanto desiderei vedere, rimangono al momento off-limits causa mancanza di grana in tasca e tempo illimitato per le vacanze. La cernita va fatta indicativamente, cercando quanto potrebbero incidere i costi dei voli e degli alloggi e spulciando attentamente, vedrete che sarà facile (sigh!) ridurre ulteriormente la lista dei desideri.
Fatto questo, dopo il voto generale, vince la maggioranza (ovviamente per i viaggi con amici o di coppia )e la destinazione è scelta. In questa circostanza, abituatevi e preparatevi a tentennamenti, riflessioni e piccole discussioni perché ognuno ha un luogo preferito.
Scelta la destinazione e scelto il periodo migliore per la visita, non resta che pianificare il programma di viaggio!
Ognuno di noi vive il viaggio come meglio crede. Chi adora starsene rilassato in riva al mare a non fare assolutamente nulla, chi vuole esplorare ogni angolo del paese che sta visitando. Se appartenete alla seconda categoria, assomigliate a me. I miei amici pensano che io sia un po’ perversa perché i miei viaggi sono dei tour de force assurdi, ma de gustibus non est disputandum e quindi le mie vacanze (che proprio vacanze non si possono chiamare) sono sempre molto frenetiche.
Occorre comprare ogni guida e ogni opuscolo sulla meta prescelta, leggere, documentarsi e conoscere ogni angolo di quel paese e apprendere le informazioni da coloro che ci sono stati prima di noi. Innanzitutto è bene decidere in anticipo cosa vedere , primo per ottimizzare i tempi e secondo perché assaporare ciò che si andrà a visitare prima di esserci, è già parte del viaggio in sé. Immaginare come sarà dal vivo, pregustarne i sensi, capire come arrivarci: è come vivere una lunga anteprima che ci porta per mano fino all’incontro finale.
Un buon suggerimento è quello di lasciare sempre dei tempi morti che possano salvarci da imprevisti, proprio per non rischiare di dover far saltare qualche programma. Ad esempio, io non prenoto mai visite, escursioni o prosecuzioni il giorno dell’arrivo: fidarsi è bene, ma un volo cancellato o ritardato all’ultimo, può mettere alla prova il sistema nervoso, soprattutto se si incatenano una serie di piani crollati a domino da far impallidire anche il più serafico dei viaggiatori.
Cercate di capire quale potrebbe essere il vostro punto di partenza e immaginate un itinerario, poi controllate le offerte dei voli, degli autonoleggi e degli hotel, tenendo presente che a volte basta poco per ottenere prezzi più vantaggiosi. Basta provare tutte le combinazioni: se ad esempio volete atterrare a Madrid e ripartire da Barcellona noleggiando la macchina tra una città e l’altra, provate a fare il contrario, magari i voli per quelle destinazioni a date invertite sono più convenienti. Insomma, provate e riprovate; viaggiare può essere un lavoro a volte, ma volete mettere la soddisfazione di organizzare tutto voi? Utilizzate TripAdvisor per la scelta dei soggiorni. Scremate un pochino le recensioni perché non sempre, specie se sono poche, possono essere totalmente affidabili, lasciatevi guidare dal buon senso e fate una media delle valutazioni: può essere estremamente comodo avere delle opinioni in più. Preferite alloggi vicino a stazioni della metropolitana, anche se un pochino distanti dal centro, avranno senza dubbio prezzi inferiori e se son ben collegati con i mezzi, non perderete troppo tempo.

L’ATTESA

Avete prenotato, avete letto ogni cosa e adesso? Come faccio ad aspettare magari due o tre mesi prima di partire? Non passa più il conto alla rovescia!
Gotthold Ephraim Lessing diceva: “L’ATTESA DEL PIACERE È ESSA STESSA PIACERE..” e vi assicuro che è così! Dai diciamocelo, non aspettate altro che incontrare quel conoscente che non vedete da tempo per buttare lì la frase: ” eh si sono preso perché tra un po’ parto….” o diniegare un invito di parenti con un : “mi spiace ma a settembre sarò in Sud Africa”. Ora, tralasciando l’aspetto poetico che ci fa sentire un po’ come Marco Polo quando esponiamo agli altri i nostri itinerari di viaggio, ammetterete che tutti noi, proviamo un senso di soddisfazione personale (leggi=me la sto tirando) nel dire che andremo in vacanza. Non lo stiamo facendo come dispetto, non la stiamo davvero buttando sul personale, giuro che non c’è cattiveria, ma tant’è, lo facciamo sempre.
Fate una lista di cose da mettere in valigia qualche giorno prima e godetevi le farfalle nello stomaco alla vigilia della partenza, ma non andate in paranoia. A meno che non siate destinati a volare verso l’isola di Pasqua, vi assicuro che si può comprare quasi tutto anche se dimenticate qualcosa. Ricordatevi il passaporto (ora che ci penso, avete controllato le informazioni sui visti e le restrizioni del paese ospite? eheheh ops) e i soldi.

LA PARTENZA

Ok, state partendo. Avete fatto i social-addicted taggandovi in ogni tratto autostradale, in ogni sala dell’aeroporto e fotografandovi con carte d’imbarco, valigie e affini? Bene, ora salite sul quel volo/treno/autobus/macchina e godetevi il viaggio. State andando a conoscere delle nuove persone, delle culture diverse e dei paesaggi indimenticabili, non scordate queste sensazioni, fanno già parte del bagaglio di ricordi che ogni viaggio porta con sé.

IL VIAGGIO

Godetevi ogni momento, non sclerate se piove (ok, se siete su un’isola tropicale e il vostro scopo era l’abbronzatura, lo smadonnamento è accettato) o se all’inizio non capite neanche dove siete girati. Tenete il vostro programma come una linea guida, ma lasciatevi sorprendere dai piacevoli contrattempi, come assaporare qualche bevanda locale o perdervi nelle stradine affollate, lasciatevi scorrere il luogo addosso e anche se saltate la visita di qualche museo, niente fa più unico del vostro viaggio, che fermarsi a chiacchierare con le persone del posto in un piccolo locale fuori dalla portata turistica. Fotografate, immagazzinate e memorizzate il più possibile. Ogni vacanza, ogni destinazione avrà nella nostra memoria una sua immagine, un suo profumo e un suo sapore.

IL RITORNO

Qualcuno una volta scrisse: ” non si capisce quanto ci manchi la propria casa, finché non si torna”. 

PALLE.

Io quando sono via, non vorrei mai tornare… Anzi, a volte, mentre sono in giro, conto i giorni che mi mancano al rientro e quando sono in prossimità della fine, mi sento come in una domenica pomeriggio: gradevole, eh, ma con quella fastidiosa sensazione che l’indomani sarà di nuovo lunedì!

A parte questo, è facile trovare delle cose piacevoli anche nel ritorno da un viaggio: disfare la valigia e lavare chili di roba, per esempio? Scherzi a parte, un viaggio per quanto possa sembrare finito, non lo sarà mai del tutto. Il pensiero torna sempre a cosa avremmo fatto a quella data ora se fossimo ancora in viaggio e subito ci torna un sorriso con una punta di malinconia. A me piace molto riorganizzare le milioni di foto fatte, sistemare e scegliere i souvenirs che abbiamo comprato per noi e per chi è rimasto a casa, sfinire di racconti gli amici che ormai non ne possono più di sentirci parlare e infine chiudere la guida turistica che ci ha fatto così tanta compagnia e sistemarla sul ripiano insieme alle altre.
Un viaggio in più, una meta diversa. Un altro tassello che si aggiunge alle nostre esperienze. Un sorriso e un “ti ricordi?” quando in tv passano come dei lampi le immagini di un posto che voi avete visto dal vivo, una foto guardata a distanza di anni che in un secondo vi riporta alla mente mille emozioni.

“Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.”
Edgar Allan Poe

VEGANI VS CARNIVORI: QUAL E’ LA SOLUZIONE?

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Proprio mentre già mi pregusto e mi lecco i baffi in vista della costata succulenta che ho in programma di mangiare questa sera, ecco che mi compaiono link e articoli sulla dannosità e sugli effetti negativi che l’alimentazione ha sulla salute umana. Ovvio, dico io, che mangiare cibo spazzatura tutti i giorni non fa senz’altro bene, ma il resto? Allora quasi spinta da una forza interiore che morbosamente ne vuole sapere di più, mi ritrovo ad aprire pagine su pagine elencanti i benefici di una dieta vegana.

Io non so nulla su questo argomento, quindi mi limiterò ad un racconto di quelle che sono state le mie sensazioni.
Curiosità, incredulità, paura, convinzione, perplessità.
Ho incominciato a leggere ogni sorta di articolo riportante le parole “cancro e alimentazione“. Ho dovuto sopprimere il senso di ansia che mi è venuto nel leggere tutto quell’elenco di cibi proibiti e dannosi che io invece ingurgito senza pietà. Ho incominciato un pochino a sudare freddo e mi son detta: “mah proseguiamo, vediamo dove mi porta“.
La carne rossa fa male, anzi malissimo. Le proteine animali sono nocive. Le carni cotte alla griglia, poi, sono pericolosissime: la mia costata tanto sognata di stasera, sta assumendo la forma di un teschio nella mia mente. Oddio e ora?
Verdura, frutta, fibre, pesce. Una serie infinita di alimenti che aiutano l’organismo.
Fritti, carni, insaccati. Una serie infinita di adorabili cibi che danneggiano il corpo.
La mia mente esplora nei ricordi. Ma io, come ho mangiato nel corso della mia vita? Inesorabile risposta del mio cervello ormai fuso dalle informazioni: “lasciamo perdere“.
Ho mangiato sempre male e troppo? Si.
Ho abusato di aperitivi, grigliate e latitato di verdura e vitamine? Si.
Sto sudando freddo, ve lo giuro. E mi chiedo: “è ancora possibile fare una retromarcia immediata per contrastare i casini alimentari che ho combinato?”
Non so ancora praticamente nulla su questo argomento, ma quello che più mi sta lampeggiando davanti agli occhi è : “la paura è abbastanza forte per potersi dare una svegliata o basta che mi si presenti davanti un piatto fumante di patatine fritte, per dimenticarmi di quanto siano nocive?”.
Io mi conosco. Rinuncerei sul serio, da ora e per sempre alle buone e profumate grigliate estive con gli amici? Sono una delle cose che più adoro al mondo. E poi ancora penso che io di carne, in effetti, non ne mangio molta, devo eliminare anche quell’unica scarsa bistecca che mi concedo quella volta al mese? Inconsciamente comincio a rassicurarmi. Una volta al mese è poco, sarà mica quella che fa male?
La mia forza di volontà è così forte da impormi tali limiti o finirei col pensare che tanto di qualcosa si deve pur morire?
Filosoficamente parlando, è meglio aggiungere giorni alla vita o vita ai giorni?
Questo perché, onestamente parlando, potrei giurare di non essere in grado di vivere da qui fino al resto dei miei giorni rinunciando a ciò che più mi piace. Non dico di mangiarsi un bue al giorno o di buttare giù litri di alcool e schifezze varie. Ma sarei pronta a dire per sempre addio a quei deliziosi manicaretti tanto buoni ma anche tanti cattivi?

Poi, come sempre succede quando ci si deve liberare da una dipendenza, il mio cervello incomincia a formulare delle attenuanti: altro non sono che delle piccole scuse per sentirsi meno in colpa? Allora mi ritrovo a pensare, che forse, se durante la settimana, incominciassi a mangiare più verdura e meno grassi, magari una volta ogni tanto, potrei sgarrare. Cosa potrebbe succedere? Mi sento come un drogato che inventa qualsiasi eccezione pur di confermare la regola: “sto benissimo senza, ma oggi ne ho voglia e non c’è niente di male“.
Finirà così? Sarò per sempre giudicata dalla mia parte vigile che sarà il giudice in ogni scelta alimentare che farò da oggi? Sarò nuovamente libera di godermi i miei pasti o avrò sempre il pensiero che quello che sto facendo è profondamente sbagliato?
Saprò trovare una giusta via di mezzo o in questo caso le vie di mezzo non funzionano? O mangi bene o basta quell’unica eccezione per rovinare tutto il lavoro fatto?
Carnivori incalliti, vegetariani convinti: parlatemi e spiegatemi. Come vivete la vostra quotidiana alimentazione? La rinuncia porta piano piano alla consapevolezza di aver scelto bene o niente al mondo può convincermi di vivere il momento senza rimpianti?
Al momento sono ancora frastornata da tutte le informazioni, dovrò con calma metabolizzare tutto quello che ho letto finora. Ma alla fine, metabolizzerò anche la costata di stasera o finirò per ordinare qualcos’altro?

Probabilmente mi comporterò da irresponsabile. Mangerò la mia costata, ma ogni boccone sarà un pensiero fisso. E magari, sarà con quel tarlo in testa, che incomincerà la mia ascesa alimentare nel regno del cibo per la salute.
Come un tossicodipendente in cerca della sua dose, troverò qualche scusa adatta alla situazione o spingerò via quel menu succulento come se fosse uno spacciatore con il quale ho deciso di chiudere i conti?

L’educazione è davvero passata di moda?

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Avendo io 36 anni (20 per chi legge NdA) ho potuto vedere un pezzetto delle generazioni che passano e popolano questo nostro pianeta e mi sono accorta da parecchio, che piano piano l’atteggiamento delle persone si è modificato col tempo. Non è una cosa che ti svegli la mattina e BOOM ti colpisce in pieno viso lasciandoti senza parole. No, è una trasformazione lenta ma inesorabile. E’ come se il mondo avesse preso troppa confidenza con se stesso e cosa succede quando prendi troppa confidenza? Semplice. Dai per scontato tutto, diventi sfacciato e non hai più quei filtri che delimitano la linea tra gentile imbarazzo e decisa sfrontataggine. Ecco cosa deve essere successo alla popolazione mondiale: ha probabilmente scavalcato quel limite. Non so, magari sono io ad essere esagerata, ma ultimamente poi, noto davvero tantissima arroganza in giro e la cosa peggiore, è che ormai è diventato un vanto. “Mi ha guardato troppo e allora io sono andato a chiedere che problema avesse e mancava poco che gli metttevo le mani addosso”. Ormai si sente spesso parlare cosi, solitamente la frase viene accompagnata da risa e gridolini di incitamento.

Una volta andare al supermercato era probabilmente noioso, si, ma quantomeno non era la battaglia che si appresta ad essere combattuta oggigiorno. Gente che ti spinge il carrello sulla schiena, che occupa tutta la corsia costringendoti a fare l’equilibrista per passare e che neanche si degna di spostarsi leggermente, che è subito pronta a passarti davanti se ti distrai un attimo. La cosa che mi sconvolge di più in tutto questo, è non sentire neanche una sola, misera volta, la parola “mi scusi” : ma attenzione non perchè ci si dimentica come dirlo, purtroppo ci si dimentica come si vive con il prossimo. Ormai le scuse sono diventate un lusso per pochi, perché la cosa grave, è che la maggior parte di questi maleducati, sono convinti di essere dalla parte della ragione!!! E forse è questo l’aspetto più grave. Come si educa qualcuno che è convinto di far sempre la cosa giusta?
Le code in Italia, sono sempre state degli imbuti aggrovigliati, ma ultimamente, si aggiunge anche la componente aggressiva in tutto questo. Gente che ti passa davanti e che quando viene gentilmente redarguita, fa spallucce o peggio ti risponde in maniera arrogante che non si era accorta o che ha fretta. Quindi, tu, con la tua educazione, rimani lì basito alzando gli occhi al cielo e chiedendoti dove abbiamo sbagliato.

Mamme che difendono i loro pargoli anche di fronte all’evidenza, che litigano con i professori e che minacciano querele e denuncie (quando ero piccola, io avevo sempre torto, i più grandi sempre ragione. Magari avrà un pochino abbassato la mia autostima, ma non ha prezzo il guadagno che ne ho avuto nel rispetto altrui e nella consapevolezza che il mondo non gira intorno a me; i genitori non saranno sempre li a giustificarti!).
Non parliamo nemmeno di cosa succede nelle strade quando sei al volante. La gente ormai si ammazza per una precedenza o un parcheggio (!!!) e nonostante tutti si sdegnino quando si sentono fatti del genere, sono pronta a scommettere, che le stesse persone, ore dopo, si comportino in maniera aggressiva e violenta alla prima svolta senza freccia. Perchè alimentare questo odio recondito? Perchè vivere con questa rabbia repressa che è pronta ad esplodere appena la nostra routine subisce una variazione? Senza entrare nella ragione psicologica di questo comportamento, sarebbe il caso di soffermarci a riflettere. Dove ci porterà tutto questo? Le persone arriveranno ad ammazzarsi per strada come nel far west? Retrocederemo invece di progredire? Una volta ho visto un film. Si chiama La Notte del Giudizio:http://www.youtube.com/watch?v=W5jGKGo_6Ok

Sebbene sia solo un film e forse neanche del tutto riuscito, l’idea di base è spaventosamente tremenda, da far venire i brividi. Sarà questo il nostro futuro?

Non rimpiango i tempi in cui ci si dava del voi o dell’apertura delle porte delle autovetture alle donne. Assolutamente. Ma ad esempio, sarebbe carino, aspettare che la gente esca dall’ascensore prima di entrare e incastrare chi era già dentro. Se nelle scale mobili tutti stessimo a destra, si potrebbe agevolare chi ha fretta e farlo passare a sinistra. Nessuno vuole degli automi, ma se tutti agissimo secondo regole non scritte, la convivenza nelle nostre affollatissime città, non sarebbe più facile? Leggo spesso nei forum e nelle discussioni, frasi del tipo “se non c’è scritto, non devo farlo“. Eccoci qui. Spesso a noi esseri umani, serve qualcuno che ci dia delle regole. Non siamo in grado da soli, di stabilire delle piccole norme di base. E spesso, ahimè, anche quando c’è la regola, facciamo degli sforzi sovrumani solo per cercarne la scappatoia. Questi sprechi di energia, non sarebbero più utili se li incanalassimo in qualcosa di buono? Ci si riempe spesso la bocca con frasi come “questo mondo è diventato un disastro” o “non ci sono più le buone maniere” ma noi, realmente, al di là di parlare, facciamo per primi qualcosa affinché queste brutte abitudini possano smettere? Nel nostro piccolo, ci sforziamo davvero di cambiare le cose o siamo solo spettatori che ogni tanto lasciano qualche critica, come se fosse solo un film e non la vita reale che ci passa sotto gli occhi?