Archivio mensile:maggio 2014

SI FA PRESTO A DIRE FITNESS…

fitness d'altri tempi

 

E’ arrivata l’ora della prova costume. Non so chi abbia inventato questo termine, ma lo odio profondamente, che lo sappia! Quando la leggo nei giornali, nei social network o la sento nelle odiosissime pubblicità (quelle con la donna taglia 38 che dice di vedersi grassa e risolve tutto con una tazza di cereali )mi si rivolta lo stomaco. Prova costume. Certo, vedere queste perfette Silhouette snodate che si fanno largo tra diete, esercizi fisici e litri di acqua buttati giù come se niente fosse, risveglia in noi, un motto d’orgoglio ed erroneamente ci fa esclamare:” da domani mi metto in forma anch’io“.

Eh ma non è mica così semplice. Non va tutto come si vede in tv.

Innanzitutto, raramente, abbiamo nell’armadio delle tenute ginniche così abbinate e visti i chiletti in più, il risultato finale, ci fa sembrare più somiglianti alle tutine di zelig che a delle atlete modelle. Ma pazienza, siamo solo al primo giorno, dovremo pur iniziare, no?

E allora, vai al supermercato e compra l’impossibile: cereali per la colazione, acqua per gli esercizi fisici, magari anche un carico di verdure per una miglior alimentazione – anche se al supermercato fanno un effetto così tanto carino, poi a casa nel piatto, daranno un filino di tristezza. Ma tant’è, siamo convinte. Dobbiamo tornare in forma. L’armadio ha troppe cosine carine che aspettano solo la taglia giusta.

E’ mattina e abbiamo puntato la sveglia prestissimo. Dobbiamo affrontare la nostra nuova vita fatta di fitness e benessere, di dieta e di duro esercizio. La notte abbiamo pensato e ripensato che non potrà essere così male. Ci immaginiamo il sole che splende al nostro risveglio, noi che dopo una tazza di cereali ci vestiamo armate di grinta e andiamo ad affrontare un duro allenamento.

Il cellulare squilla. E’ ora di darsi una mossa. Allora piene di fiducia (mal riposta), ci alziamo e scopriamo un’amara verità. Una di quelle che non ti mostreranno mai in televisione: abbiamo un sonno porco, la schiena a pezzi dalla posizione sbagliata nel letto, il clima è più freddo del previsto e il sole ancora sembra nascosto da nuvole impertinenti. Per un attimo ce lo diciamo, sotto voce, ma chi me lo fa fare? Dura solo un attimo però. Perché ti ritorna alla mente che DEVI entrare in quei jeans. Ti andavano bene solo qualche mese fa, quindi devi fare qualche sacrificio: purtroppo dopo i 25, ancor di più dopo i 30 anni, il metabolismo diventa il peggior nemico. Altro che qualche sacrificio. Per le meno fortunate, i sacrifici per rimanere in forma, dovrebbero durare per sempre. O ce ne freghiamo e ogni tanto ci rimettiamo a dieta. Il problema è che questo tira e molla durerà in eterno. Beati i vent’anni quando si bruciavano calorie anche solo dormendo. Non sarà più così facile, neanche con i cerealini che ti ammiccano e le verdure bollite. Si farà sempre il doppio della fatica. E sarà sempre più difficile.

Dopo aver tirato due somme, decidiamo che sì, oggi inizia il tanto schifato allenamento. Proviamoci, fa bene anche alla salute. E allora armate di pazienza, coraggio e lettore mp3, partiamo da casa con le migliori intenzioni. Sappiamo di non poter affrontare subito una corsa, quindi iniziamo con una camminata veloce. L’aria stuzzica la pelle del viso e ci sveglia di colpo. Sentiamo una forte energia che attraversa il corpo. “Allora funziona davvero?” e con tutto l’ottimismo di questo mondo, proviamo a correre, convinte che bruceremo tantissimi grassi e che se manterremo questo allenamento giornaliero, in men che non si dica, avremo di nuovo la nostra linea perfetta.

E INVECE NO. Perché dopo due, dico, due minuti di corsa, stiamo praticamente rantolando aggrappate al cancello di una casa, nella speranza che non ci veda nessuno. Il cuore sembra urlare pietà e il fiato sta cercando ossigeno anche nelle dita dei piedi. Proviamo ancora, e ancora ci fermiamo. Probabilmente è solo questione di allenamento, ma se son ridotta così, finirà che forse riuscirò a correre per settembre. Troppo tardi.

Così l’indomani, armate di speranza, tiriamo fuori l’impolverata e dimenticata bicicletta.

E’ ora di andare, se proprio non riusciamo a correre, proviamo con i pedali. Magari va meglio. Ma da quand’è che non usiamo le due ruote? Forse da troppo, perché già solo dal garage al vialetto, ci accorgiamo di non aver più equilibrio. Però non ci perdiamo d’animo, dicono spesso “è come andare in bicicletta“, quindi in qualche modo, si deve riuscire a dominare il mezzo. Piano piano, ritroviamo la pedalata sicura, l’aria addosso che si schianta contro noi nel bel mezzo di una discesa ( frenando, per la paura, non come quando si è piccini che si andava giù a mille all’ora ) e ci sembra finalmente di aver trovato lo sport per noi. Poi dopo una lunga pedalata ci fermiamo un attimo. Per assaporare la natura che ci circonda e sedute per terra, guardiamo la bicicletta con orgoglio: siamo delle sportive!

E INVECE NO. Non va tutto liscio, perché quando è ora di rimontare in sella, ci ritorna come un lampo alla memoria, una sgradevole sensazione di un dolore atroce: le chiappe sul sellino, anzi, ad esser precisi, le ossa delle chiappe sul sellino. “E ora? Non riesco neanche a sedermi, come torno indietro?
In qualche modo, tra una parolaccia e un gemito, ci rimettiamo in sella, già sapendo che domani sarà impossibile riprovarci. Ogni buca la facciamo in piedi sui pedali perché ogni buca è come un calcio. Se ci vedessero in questo momento, penserebbero immediatamente a Fantozzi. E il peggio deve ancora venire. Perché mentre siamo impegnate a non sentire il sellino che si sta impossessando del nostro posteriore, ci siamo completamente dimenticate che l’aria che tanto assaporavamo all’andata, era solo il risultato di una enorme discesa. Quindi, doloranti, stanche ed ansimanti, realizziamo troppo tardi di dover affrontare una salita che al momento sembra un muro. Nell’ultimo sprint di energia che abbiamo in qualche modo tirato fuori per orgoglio, ci buttiamo a capofitto nelle pedalate, ma per quanto possiamo cambiare o non cambiare marcia, arriviamo a metà e stramazziamo al suolo. Che figura, chi passa ci vede. Vede che stiamo trascinando la bicicletta lungo quella infernale salita, così nonostante tutto, fingiamo un’espressione divertita e soddisfatta.

Finalmente a casa, cotte e sconsolate, non ci resta che premiarci con una fetta di torta. Così le poche calorie consumate, vengono subito rimpiazzate. Ed è così che la nostra lotta con la prova costume durerà in eterno.

Fino alla prossima dieta.

 

 

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IPOCONDRIA PORTAMI VIA…

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Come se la mia paura di volare non fosse già abbastanza destabilizzante, potrei raccontarvi della mia alienante ipocondria che mi segue fedele da qualche anno a questa parte.

Ma cos’è l’ipocondria? Secondo la scienza (e il vocabolario) è un disturbo psichico che porta la persona a preoccuparsi eccessivamente o addirittura ossessivamente per il proprio stato di salute. Questo stato emotivo, demolisce ogni tentativo di vivere al meglio la propria vita. Se-solo-sapessi-da-chi-l’ho-ereditata-farei-una-strage, aggiungo io.

Cari miei colleghi di ipocondria, voi come la vivete? Io, ormai malissimo. In un momento di lucidità mentale, sono riuscita a cogliere indicativamente quattro tra i maggiori comportamenti e  abitudini che a questo punto, mi ritrovo a ripetere settimana dopo settimana. Vi ci ritrovate anche voi?

1. L’ACCOPPIATA SINTOMI – RICERCA SU GOOGLE

Dai, onestamente, chi non l’ha mai fatto?
La sfiga vuole però, che mentre una persona “normale” segue approssimativamente i risultati di una ricerca online, noi, gli ipocondriaci, facciamo di ogni ricerca, una tragedia greca. Innanzitutto, solo noi, riusciamo a trovare ogni volta, un collegamento tra la parola “mal di testa” alle parole tumore e morte. Non c’è niente da fare. Ogni ricerca che solitamente parte con nonchalance, finisce per diventare una estenuante ed ossessiva brama di voler sapere di più. Arriviamo addirittura a sfogliare la sesta o settima pagina dei risultati di Google. E questo fa capire quanto sia alta la disperazione.  Ovviamente non ci si ferma a leggere. Spesso, i sintomi che non abbiamo, compaiono improvvisamente qualche ora dopo. Simpatica la nostra mente, eh?

2. VOGLIAMO SAPERE TUTTO SULLE MALATTIE DEI CONOSCENTI

Eh sì, perché il miglior modo per combattere una fobia così stronza, è essere preparati su tutta la sfera medica. “Ti ricordi quell’amico di famiglia? Sai è morto di infarto settimana scorsa.” E allora noi giù a chiedere più dettagli possibili, sui sintomi, su come è successo e su come se n’è accorto. Insomma, passiamo per degli psicotici affamati di macabro, ma in realtà, è l’ipocondria che ci spinge a saperne di più. Come se potessimo difenderci qualora succedesse anche a noi. O solo per sfogare la nostra paura di “malattie” su quei sintomi comuni a tante patologie. Ho mal di pancia? Anche quella persona ce lo aveva, allora è sicuro, ho qualcosa anche io.
Perché non rendersi la vita più complicata, eh?

3. UN MEDICO NON BASTA

Quante volte usciti dal medico per l’ennesimo controllo, vi sentite liberi da qualsiasi peso? Il medico ci ha rassicurato. Il medico è stato ancora una volta pazientemente ad ascoltare le nostre fisime. Alla fine usciamo felici e sorridenti dallo studio pronti a raccontare a tutti quanto siamo stati avventati nel costruirci una malattia immaginaria.
Ma quanto dura, onestamente, eh?
Quanto tempo passa prima che di nuovo, la nostra mente perfida e ostaggio dell’ipocondria ci ributti dei malefici segnali di disturbo?
“Sì, ma ho in effetti dimenticato di dirgli questo sintomo. E se fosse importante?”
“Cavolo però, quante volte si sbagliano, magari ho ragione io. Anzi ho sicuramente ragione io. Andrò a fare un’altra visita.”
“Probabilmente non mi è nemmeno stato a sentire, ormai penserà che me le invento, invece io sto male davvero. Ecco, mi tocca far altre ricerche, devo essere sicura”.

A volte, sembra che vada tutto a posto, ma solo fino a quando non ricompaiono i sintomi. E allora ecco che precipitiamo ancora nel vortice ossessivo delle paure più intense e profonde. Ci immaginiamo senza futuro, ci immaginiamo morenti e sofferenti, mentre cerchiamo su google le parole chiavi. A volte da fuori non sembra nemmeno che stiamo così male. In realtà dentro si scatena l’inferno. Nei momenti di calma apparente, capiamo da soli di essere prigionieri di una fobia, ma al momento di massimo terrore, incappiamo nelle sue trappole.

“Ma se noi che non abbiamo niente, stiamo così male, come reagiremmo se fossimo realmente ammalati?” e non abbiamo una risposta. Non sappiamo nulla e la paura ci soffoca al pensiero che possa succedere. Anzi, che succederà, perché prima o poi capita a tutti. E noi pensiamo che sicuramente capiterà molto presto.

Quando vediamo amici e parenti scherzare sui sintomi e sulla malattia, noi vorremmo morire dentro. Perché sappiamo che non serve la scaramanzia nella salute e nel destino. Perché vorremmo essere così anche noi. Invece non ci riusciamo e ci roviniamo la vita. Giorno dopo giorno, a nutrire questa fobia interiore, che ci mangia lentamente, che non ci fa godere niente del presente perché temiamo che possa finire se siamo troppo felici.

Noi che un mal di stomaco non lo imputiamo alla mangiata della sera prima.
Noi che quel fiatone durante la corsa è un sintomo che il cuore non vada come dovrebbe.
Noi che dopo quel giramento di testa, prenotiamo una TAC immediata.
Noi che cerchiamo di rassicurarci chiedendo informazioni, senza immaginare che stiamo solo fomentando i tentacoli dell’ipocondria.

Noi che vorremmo iniziare a vivere.

 

Prima che sia troppo tardi.
( la vocina nella testa, sapete…)

MA CHE MALE VI HA FATTO L’ITALIANO?

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Ormai vecchia, triste e scontata battuta: proponiamo un minuto di silenzio per la lingua italiana che ci ha dunque lasciato.

Se come me, leggete spesso i forum o i gruppi sparsi in giro per il web, avrete anche voi notato, quanto ormai sia caduta in basso la media grammaticale degli utenti, soprattutto di quelli più giovani.

Capisco la voglia di ribellione, quindi non mi stupisce la pazza mania di sostituire le C con le K: che teenager trasgressivi, yeah! I più buffi, sono quelli che sostengono la teoria del “negli sms mi occupano meno spazio”. Tralasciando il fatto che in internet i caratteri non si pagano, mi soffermo sul curioso caso della Q scambiando per K. Se scrivi “kui”, non risparmi spazio, ci dai solo un pugno in un occhio. Se digiti “perkkè”, non vuoi abbreviare per la velocità, vuoi solo sentirti diverso sbagliando appositamente la parola. 

Che poi, vedendo sempre più scempi riferiti all’italiano, mi chiedo se ormai, anche a scuola, questi esemplari, non si mettano a “bimbominkiettare” la grammatica. Eh sì, perché daje oggi, daje domani, finisce che uno si scorda come dovrebbe essere regolarmente parlata una lingua. 

Ma non voglio far troppo la sofistica, nonostante sia un’abitudine estremamente fastidiosa per chi legge, una k al posto di una c, non mi crea particolari urti di vomito. Ciò che rasenta la mia sopportazione, sono quegli sproloqui incomprensibili che assomigliano a dei codici fiscali: “se t v pssm and a br qks”.  Mi si stanca la vista, mi servirebbe un traduttore “bimbominkia-italiano”, mi scoccio e finisco per mollare tutto ancor prima di aver cominciato il delicato compito di interpretare ciò che c’è scritto. Fate i bravi, il futuro di sto paese è in mano vostra, non vi sentite un minimo responsabili?

Se poi alla fine, sembra che il peggio sia stato raggiunto, ci si accorge che non si è arrivati nemmeno a metà barile. 

La grammatica italiana. Passata attraverso l’espressione di Dante, Petrarca, ora rudemente maltrattata in modi che neanche pensavo possibili. Congiuntivi che non vengono azzeccati neanche per sbaglio, verbi essere scambiati per congiunzioni, grafie di vocaboli completamente scorrette. E non stiamo mica parlando di come si scrive allorché, ma di come accidenti si possa sbagliare la parola incinta (in cinta, giuro, lo leggo in giro sempre più spesso…). Posso confermare di aver visto una fiera di mostri linguistici: all’ora? (inteso come quindi?), ce lo (addio verbo avere, è stato bello conoscerti), la complicatissima formula “ce n’è” che viene ribadita in versioni sempre più surreali (c’è ne, cè nè) e il mio odiato intercalare cioè, sul quale apro un capitolo. Se questi ragazzini hanno incominciato a parlare esprimendosi sempre più velocemente, non è colpa della parola cioè. Cosa vi ha fatto di male? Perché avete preso il vizio di dirlo e scriverlo “cè”? Fateci caso, vi prego, ormai se leggete un “ce/cè” messo a muzzo nel discorso, vi assicuro che era stato inteso come un cioè. Parlando con una fanciulla un giorno, le ho chiesto il perché di questa buffa/triste moda. La risposta è stata sconcertante: “ah, ma davvero si dice cioè?”, ecco appunto.

La scuola dell’obbligo esiste ancora? Se si leggono e vedono certi scempi con un’educazione scolastica obbligatoria, non voglio immaginare qualora ognuno fosse libero di scegliere se studiare o meno. 

La cosa che mi spaventa è che per quanto anche io sia stata a mia volta una “bimbominkia” (ogni generazione ha la sua flotta di ribelli), la mia fase da teenager stupida, è durata massimo fino ai 18-19 anni. Poi, piano piano, si cresce. Invece adesso,la media si è alzata. I ragazzini di 15-16 anni, a volte analfabeti come delle capre, diventano dei poco più che ventenni ignoranti e sbruffoni. Se non sai neanche parlare l’italiano o sbagli a dire che vai a Vienna convinto che sia in Spagna, non è ortodosso che tu rida come un beota se ti faccio notare l’errore. E’ il caso di spegnere quella musica assordante e aprire un libro. Un giornale. Un opuscolo. Anche Topolino può aiutarti se oltre non riesci ad andare. 

Questa lotta personale contro i distruttori della lingua e della cultura, è quasi una lotta contro i mulini a vento. So che dovrei passare oltre ed evitare di innervosirmi ogni volta, ma io lo faccio per il futuro. Già questo paese non ha un presente, continuiamo a ricordare quale glorioso passato possediamo. Ne sono felice, ma non possiamo dormire sugli allori solo perché tanto tanto tempo fa, eravamo la culla della storia e della cultura mondiale. Se le premesse per il futuro, sono quelle vedo in giro, non è forse il caso di resettare e ripartire daccapo?

Certo, poi leggi che ancora oggi, programmi come il Grande Fratello e uomini e donne vanno per la maggiore. 

Ma allora, di cosa stiamo parlando?