Archivio mensile:aprile 2014

QUELLE CHE … MA TUO MARITO TI AIUTA?

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Non sono mai stata una grande fan di quelle donnine perfette che vivono nella loro casina perfetta. Mi sono sempre dedicata alla cura della casa con distacco, noia, scazzo e parecchio snobbismo.

Non fraintendetemi, non ho mai vissuto in un letamaio, ma riguardo al bordello sparso in giro per casa, posso dire di esserci andata parecchio vicino. Ho sempre preferito un aperitivo all’idea di rinchiudermi in casa per pulire. A volte io e mio marito ci siamo perfino chiesti ogni quanto tempo era considerato “politically correct” lavare le tende di casa.

Devo ammettere, però, che da quando ci siamo creati un piccolo rifugio tutto nostro, abbiamo incominciato a dedicare qualche attimo in più per rendere la casa pulita ed accogliente. Forse solo perché ora è nostra e la sentiamo tale, forse prima rifiutavamo ogni legame con la bettola che avevamo in affitto. Sta di fatto che ad oggi, sentiamo quasi spontaneamente il piacere di accudire la nostra piccola oasi di intimità.

Sono però due le cose che non vedrete mai in casa nostra: una donna che suda e smadonna tra stracci e polvere come Cenerentola e un uomo svaccato sul divano con birra e telecomando stile Homer Simpson.

Io e mio marito abbiamo da sempre suddiviso i compiti da svolgere e senza neanche metterci a tavolino a stilare una lista di cose da fare. Semplicemente, chi ha tempo e voglia la fa, l’altro si riposa e farà qualcos’altro dopo. Oppure, insieme, uno incomincia a pulire il bagno, l’altro parte dalla cucina: musica a palla e coccole fra una passata e l’altra di mocio. L’abbiamo sempre fatto e sempre lo faremo. Per anni, parlando con persone al di fuori, mi sono quasi sentita una miracolata: “che fortuna che hai”, mi dicevano e mi dicono tutt’oggi. Io non riuscivo a capire di cosa stessero blaterando. O azzarderei il termine “di che cosa mi stessero accusando”, viste le occhiate di odio e le frecciatine che mi venivano lanciate. Soffermandomi a pensare, ho trovato cosa suona strano in queste mezze frasi.

Care le mie signore che per anni mi avete ammorbato su quanto io abbia avuto la fortuna di incontrare un uomo come il mio. La mia non è fortuna. Non ho pescato a caso un marito infilando la mano in un sacchetto pieno di nomi ed estratto uno fra tanti. Quella sì, sarebbe stata fortuna. Io l’ho scelto e lui ha scelto me. Voglio dire, voi invece? Non avevate il sentore che il vostro uomo fosse un nullafacente? Non avete mai fatto una vacanza insieme? Una persona non può cambiare da un momento all’altro; se prima era coccolato, viziato e riverito da mammà, per quale strana coincidenza degli astri, pensavate che da sposati fosse poi differente?

Ho sentito cose talmente assurde da farmi strabuzzare gli occhi. Uomini che spargono indumenti in giro per casa, che pretendono la biancheria pronta e stirata e la cena in tavola e mariti che non sanno nemmeno farsi un primo piatto se lasciati da soli in casa.

Ma seriamente?

Dobbiamo quindi presupporre che questo uomo sia passato direttamente dalla casa dei genitori alla vostra. Senza passare dal via dell’autonomia nel vivere da solo. Quindi, ok per giovani uomini sui vent’anni, ma intorno ai trenta, scusate, gli appuntamenti intimi erano svolti in macchina? Io da 36enne, mi sarei posta un dubbio nel vedere un mio coetaneo vivere ancora in casa dei genitori, se ci pensate, poi,  succede solo nel bel paese, visto che all’estero, spesso, dopo il college e il primo lavoro, i figli diventano indipendenti e vanno a vivere da soli.  A volte in Italia, purtroppo, subentra il non trovare un lavoro che permetta le spese di vivere da soli. Spesso, ho il dubbio però, che sia una scelta di comodo per questi eterni teenager che si trovano troppo bene a casa dove tutto è pronto e fatto dalla mamma. E anche queste mamme, con la loro fissa di dover far da zerbino agli uomini di casa, convinte poi, che troveranno la nuora giusta a cui passare il testimone di “balia del piccolino”. Signore mie, lasciate che questi figli crescano, tagliate quel cordone ombelicale, fate dei vostri cuccioli degli uomini pronti e autonomi. Non perpetuate le usanze ereditate dalle zie e dalle nonne. Le ragazze ve ne saranno grate.

Tralasciando questo particolare, passiamo al fatto che entrambi i coniugi, si trovino a vivere da soli per la prima volta insieme. Odio quando sento frasi come “poverino, il mio mi aiuta tantissimo”. Aiuta tantissimo. Quindi stiamo dando per scontato che il compito sia mio e lui si degna di aiutarmi. Eh no. La casa è di entrambi, ci si aiuta, semmai.

Neanche mi soffermo sugli esemplari che non sanno fare niente. Ma come? Smontate e ricostruite motori, muri e impianti e vi fermate di fronte ad una pentola di acqua che bolle o al pulsante di una lavatrice? O siete stupidi o siete pigri. Proviamo a pensare che non siate del tutto rincoglioniti, allora forse siete solo degli scansafatiche. Di quelli furbi.

Una lancia a favore dei mariti volenterosi. Esistono donne martiri che vogliono fare tutto a modo loro, perché come lo fanno loro, non lo fa nessuno e guai ad aiutarle. Tanto non sareste in grado di compiere il miracolo di perfezionismo che raggiunge il lavoro della vostra psicotica consorte: “meglio che non gli faccio far niente, sennò poi mi tocca rifare tutto daccapo”. Ecco, lasciatele lì a lavorare, evidentemente, non hanno di meglio da fare che salire in cattedra, sono i guru delle casalinghe disperate, quelle che non escono se non hanno pulito anche l’ultimo stipetto, che non cucinano fritto sennò poi si sente in casa e che urlano se lasciate una goccina di acqua per terra dopo la doccia. Lo trovo un modo molto patetico di viversi la propria dimora. La propria esistenza tutta dettata dalla pulizia della casa senza riuscire a godere degli aspetti più profondi e belli che la convivenza porta. Ma, che dire, contente loro, contenti tutti.

Leggendo nel web, sentendo parlare in giro, mi accorgo che sempre di più, oggi come ieri, le categorie tendono ad essere ancora ben delimitate. La donna fa la donna e l’uomo fa l’uomo. Esistono fortunatamente uomini che si stupiscono quando sentono di mariti fannulloni e ridono pensando che forse neanche i loro nonni erano così inutili in casa. Molti si sentono giustamente adulti e pensano che essere autonomi sia una parte essenziale del crescere come persone e che così deve essere. Dio li benedica.

A tutti gli altri, auguro fortemente di trovare un clone della dolce mammina. Anche se trovo che non sia del tutto romantico vivere con una donna che vi intima di andare a lavarvi perché è pronta la cena.

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IL PARANORMALE: scettici o sostenitori?

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Tutti noi, prima o poi, ci siamo ritrovati con gli amici a parlare di fantasmi. Seduti da piccoli in cerchio, o da grandi intorno ad un bicchiere di vino, ognuno di noi, ha sentito o raccontato storie che parlavano di paranormale. Solitamente sono storie che vengono raccontate e tramandate, di cui, in effetti, non si ha certa provenienza, più raramente si sente qualcuno che ha una storia vissuta in prima persona.

Sono sempre storie che includono vecchie case abbandonate, morti violente, quadri misteriosi, rubinetti che si aprono e passi trascinati durante la notte. Da piccoli ci hanno terrorizzati obbligandoci a dormire con la testa sotto le coperte, ma una volta cresciuti, siamo rimasti terribilmente paurosi o siamo ormai disincantati e non ci crediamo più?
Io ho sempre guardato con occhi ammiccanti il mondo del paranormale, tanto è vero che ho visto moltissimi video e letto tanti articoli. Purtroppo c’è sempre da tener presente che nel web girano un sacco di bufale e il 99% dei video che si vedono sono dei fake assurdi. Alcuni fatti anche molto bene, ma tant’è, tragicamente falsi.

Qualche anno fa, mi sono imbattuta in un docu-reality show chiamato “Ghost Hunters” che segue le vicende dei membri della TAPS (the atlantic paranormal society) in giro per gli Stati Uniti – in qualche puntata anche in Europa – durante le loro avventure nel paranormale. Come loro spesso dichiarano, non sono pagati per svolgere le loro investigazioni, anche se ad oggi, grazie ai palinsesti della televisione, credo ne abbiano tratto un adeguato compenso.

MA COSA FA UN INVESTIGATORE DEL PARANORMALE?

Prima di tutto, dopo aver ricevuto la chiamata, organizzano la squadra e partono alla volta del luogo “infestato”, dove incontreranno il cliente che spiegherà loro le cose strane che stanno succedendo nella sua proprietà. A volte sono case private, spesso sono luoghi pubblici, più raramente si sono imbattuti in ambienti militari, come vecchie basi e portaerei.
Dopo aver avuto un colloquio conoscitivo ed essersi fatti spiegare dove, quando e come avvengono gli strani episodi descritti, la squadra comincia a tappezzare il luogo con ogni tipo di attrezzatura possibile: telecamere, registratori, sensori. Spente le luci, inizia il vero e proprio salto nell’ignoto. Premetto che pur sapendo che si tratta di uno show, mi lascio sempre attirare dalle loro avventure e rimango convinta che ci sia qualcosa di vero. Magari viene accentuato per fare un pò di spettacolo, ma a volte, succedono davvero cose inspiegabili, perlomeno, per noi che siamo a casa ignari di tutto.

L’essere umano ha da sempre cercato delle risposte su “cosa c’è dopo la morte”. Per i credenti c’è una vita eterna, per gli atei non c’è assolutamente nulla. A me, spaventata dall’idea di morire, piace pensare che ci sia qualcosa, ma credo sia dovuto al fatto che ho paura che tutto finisca per sempre. Non voglio immaginare che in un attimo, sia GAME OVER. Forse perché avendo perso persone a me molto care, amo il pensiero che un giorno potremmo incontrarci di nuovo. Questo show mi aiuta a credere, anche se inconsciamente, che dall’altra parte ci sia l’esistenza di un nuovo mondo.
Spesso durante questo programma, si vedono ombre inspiegabili e si odono voci che sembrano arrivare da mondi lontani. Si percepiscono chiaramente delle risposte a domande poste e si sentono distintamente suoni surreali che sembrano avvalorare la tesi che qualcosa in quel momento, stia interagendo con i vivi.

Si potrebbero scrivere milioni di parole sull’argomento e sui metodi usati per la ricerca, sugli strumenti utilizzati e sul valore etico di questi esperimenti, ma io mi limito a far da spettatrice a quello che osservo (o per dirla da scettica, quello che vogliono farmi osservare).

Non ho mai avuto esperienze paranormali, ho provato a volerci credere, ma ogni fatto accaduto ha QUASI sempre avuto la sua spiegazione logica. A volte anche la suggestione fa da padrona nelle sensazioni e io non riesco a scindere le due cose: razionalità ed emozione. I Ghost Hunters, invece, cercano sempre una spiegazione logica ai fatti accaduti e solo dopo averle provate tutte, se il fatto si ripete, viene catalogato come “evento paranormale”.

Ci sono e ci saranno sempre tante discussioni tra chi ci crede e chi pensa sia tutto falso. Tra chi sostiene di aver visto e chi supporta la tesi dell’auto convinzione, ma io che sono ancora nel limbo tra il si e il no, voglio dare una possibilità a questo “universo ignoto” e tentare di capirci di più. Non avrò mai abbastanza coraggio per approfondire il discorso da sola e forse avrò troppo rispetto per rompere quel filo che tiene distanti i due mondi, non sono una professionista del settore e non mi inventerò di esserlo. Tante volte ho chiesto agli amici di provare a fare qualche esperimento, ma spesso sono la prima a non voler rischiare brutte esperienze. La cosa che mi lascia a volte scossa sul mio piccolo divano, è che per quanto io parli e dica, non credo che alla fine riuscirei davvero a gironzolare per corridoi bui, con l’ausilio di una piccola torcia, a far domande per attirare gli eventuali fantasmi presenti. Al primo rumore sospetto, probabilmente pianterei un urlo e scapperei a gambe levate…

Nonostante il mio NON Cuor di Leone, vorrei almeno una volta, provare a percepire l’emozione unica di un’esperienza paranormale. Pur spaventandomi, pur sapendo che nessuno crederebbe a quello che ho vissuto, sarebbe un evento in grado di cambiare le mie percezioni sul mondo che mi circonda.

Purtroppo, ancora oggi, qualcosa mi blocca.

Una sciocca paura di qualcosa che non c’è o un ambiguo timore di vedere davvero oltre?

 

 

Aggiornamento: non riuscirò mai davvero a buttarmi in sopralluoghi e avventure nel paranormale, se solo per scegliere la foto per l’articolo, ho dovuto chiudere un occhio e scacciare i brividi da tutto il corpo. E sono seduta alla mia scrivania. Ed è pieno giorno.

EBOOK O LIBRO TRADIZIONALE? LA PARTITA E’ INIZIATA!

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Avete presente quella bramosa sensazione di voler a tutti i costi un libro?
Beh, per quanto possa sembrare assurda, a me è capitato recentemente una sera di qualche settimana fa. Mi era venuto in mente un titolo e dopo aver cercato ovunque in casa, nonostante sapessi con certezza che quel libro io lo avevo da qualche parte, non sono riuscita a trovarlo. La prima sensazione è stata di disappunto, poi mi son detta che sarei uscita il giorno dopo a comprarlo. Invece no, perché come sempre quando mi metto in testa qualcosa, non c’è verso di levarmela di mente e quindi l’unico modo per poter avere quello che volevo, era scaricarmi l’applicazione del lettore Kindle per il mio smartphone e comprarmi la versione Ebook del mio tanto desiderato testo.

Così ho fatto. In un attimo avevo il libro che volevo. Non ero dovuta uscire, non avevo dovuto cercare per ore sugli scaffali e soprattutto non avevo dovuto aspettare l’apertura dei negozi il giorno seguente. Lì per lì, mi sono sentita una traditrice. Io che ho sempre detestato questa nuova tecnologia nel campo editoriale. Io che su questo punto avevo sempre discusso con chi provava a dirmi che un libro ormai era cosa vecchia.

Ignorando la sensazione di sentirmi stupida per aver dato battaglia all’Ebook,  ho incominciato, tutta felice, la mia lettura; intanto avevo il mio prezioso libro tra le mani, in seguito avrei potuto davvero capire se questa “cosa” avrebbe potuto funzionare con me.

L’applicazione Kindle per Nokia non è stata implementata ai massimi livelli, va detto. Le pagine si inceppavano, spesso al posto di andare avanti di una facciata, saltava a piè pari un capitolo intero e così mi trovavo costretta a cliccare avanti e indietro, a trovare le pagine perdute e buonanotte alla sacra lettura. Insomma, quello che un è un rito di assoluto piacere, si era trasformato in uno sclero totale. Naturalmente pur di finire il libro ormai cominciato, sono scesa a compromessi con la pazienza e dopo neanche due giorni, ho potuto archiviarlo come “letto e finito”. Dettaglio non trascurabile, ho ritrovato quasi subito dopo il libro che cercavo così ardentemente quella sera. Tipico.

La mia avventura nel mondo del libro elettronico, non si è fermata lì. Ho dovuto comprare una guida turistica che esisteva, solo in inglese, in quel formato. Sto  cercando ancora adesso di capire come fare a stamparlo: è impossibile da leggere, riferimenti a destra e a sinistra, link all’interno del fascicolo che se cliccati ti portano centinaia di pagine avanti o indietro, insomma una tortura. Non riesco a capire come si possa leggere un libro in condizioni così stressanti. Vuoi per l’applicazione che fa i capricci, vuoi perché io sono abituata a sottolineare e fare note a margine, io con questa novità proprio non riesco ad andare d’accordo. Parlando con gli altri, mi sono resa conto che è un mio limite, un’abitudine tramandata da anni e anni che faccio fatica a modificare e abbandonare.

Sono perfino nati dei dibattiti tra me e gli estimatori di questa tecnologia e anche se sospetto che siano lettori di fresca data, mi hanno dato degli spunti di riflessione dai quali però, il libro tradizionale, ne è uscito vincitore.

Parlavo prima del fatto che non sono dovuta andare per ore tra i labirinti delle librerie. Beh? Io adoro vagare per ore tra i ripiani zeppi di libri, è una della meraviglie che completano in sé l’esperienza di un nuovo libro. Annusare le pagine (sfioro il feticismo, lo so), cercare tra libri sepolti dietro la polvere, farti attirare da una copertina bizzarra: perdere tempo cercando il libro perfetto, partire con l’idea di comprarne uno ben preciso e poi tornare a casa con cinque o sei titoli sconosciuti. Volete mettere con la ricerca fredda e suddivisa per categorie di un catalogo multimediale?
L’unica parte in cui sono d’accordo con gli “Ebook-iani” è il vantaggio di poter avere un libro nel preciso istante in cui lo si desidera. L’assoluta immediatezza segna un goal per la versione digitale e riporta il risultato sull’1 a 1.

Il libro però non si incastra. Ok, a volte quando sei nel letto, lo pieghi e lo adatti alla posizione del momento, lo strizzi e lo stropicci. Ma non si inceppa mai. So che questa accusa potrebbe essere derivata da un malfunzionamento del mio dispositivo, ma tant’è, mi ha talmente fatto uscire di testa in quei giorni, che assegno un goal  a tavolino in favore del buon vecchio libro cartaceo.

La carta stampata, inoltre, non si scarica. Non è che stai leggendo tranquillo e di colpo tac, batteria scarica e il libro si chiude proprio sul più bello.  Altro piccolo difettuccio dell’elettronica e poiché mi conosco e SO (mea culpa) che non metto mai nulla sotto carica finché batteria non ci separi, mi ritroverei sempre con una  voglia matta di lettura e un libro spento.

Un ebook lo puoi portare ovunque. Perché un libro no? Ora, capisco che se ti vuoi rileggere tutta la divina commedia in dodici libri con parafrasi e commenti, verrebbe scomodo da infilare in borsa, ma un semplice libro, è nato per stare nelle borse. Credo di aver un libro dentro a quasi ogni borsa, per ogni evenienza. E anche questo so che potrebbe essere un ulteriore passo verso la mia infermità mentale conclamata, ma fate i bravi, cercate di capirmi. Inoltre un libro lo posso portare ovunque. Pensate alla spiaggia: non credo che un libro possa essere rubato mentre si è lontani a fare il bagno, mentre non sarei così sicura di lasciare un lettore ebook incustodito.

Purtroppo, devo dire che i libri tradizionali ancora oggi, costano delle fucilate mentre le versioni digitali costano parecchio, ma parecchio meno. Se come me, fate incetta in ogni libreria che visitate, vi ritrovate ad avere una fortuna stipata su mobili e scrivanie. Altro tasto relativamente dolente (perché io adoro una casa piena di libri), è la mancanza di spazio utile che col tempo si deve affrontare. Libri sul comodino, libri sulla scrivania, all’entrata, nelle librerie, nei mobili in sala, in scatoloni ancora da sistemare, in garage su altri ripiani, in macchina (sì, anche lì ne ho): insomma un delirio di copertine colorate che invade ogni angolo del focolare. Con l’ebook questo “problema” non esiste: i libri sono tutti archiviati nello stesso posto, facili da trovare e difficili da smarrire.

Sfogliare le pagine vs strisciare il dito. Dai, non si può sentire. Scegliere un segnalibro e metterlo tra i fogli quando è arrivato il momento di chiuderlo vs  cliccare con il dito sull’angolo dello schermo. No, orribile.

La partita è finita, per me non c’è stata storia fin dall’inizio. Dirò per sempre addio alla versione digitale? No, per mio carattere, non escludo mai a priori una possibilità. Diciamo che la mia preferenza rimane sulle gialle, ruvide e profumate pagine vere, ma non chiudo la porta in faccia a qualcosa che potrebbe tornarmi utile nel cuore della notte.

La cosa più importante non è scegliere quale formato preferire o quale modalità di lettura sia la più giusta. La cosa importante è leggere. I libri sono il nostro patrimonio, insieme ai viaggi, sono l’unica cosa che compri che ti fa sentire più ricco e dio solo sa quanto bisogno di libri ci sia in questo paese. Spesso girovago nei forum su internet. Non mi capacito di come sia potuta cadere così in basso la nostra lingua: una serie inenarrabile di orrori grammaticali e parole abbreviate che sembrano il risultato di una mente perversa.

Ma questa è un’altra storia -cit.

SELFIE, BRIDGE, AFTERSEX: quando una foto è di troppo

selfiemiao La mia gatta in un selfie sul divano

 Il “selfie” potrà anche essere una nuova tendenza, ma l’autoscatto è sempre esistito.

Chi di noi non ha mai usato l’autoscatto per immortalarsi in un posto nuovo. Io e mio marito nel nostro primo viaggio negli USA, avremo fatto un centinaio di “selfie” anche perché essendo in due, o fermavi di continuo qualcuno o rinunciavi alle foto di coppia. Certo, alcune erano storte, altre le abbiamo rifatte per chissà quante volte, sicuramente un dispendio inutile di energie, ma perché ora il selfie è diventato un fenomeno così famoso?

Adesso con i social network in pieno boom, questo semplice e scontato gesto, ha assunto un ruolo di importanza surreale: tutti ne parlano, tutti fanno a gara a chi fa lo scatto più divertente; insomma una tendenza che sta prendendo piede in maniera incontrollata.

Esci dal parrucchiere e tac, un bel selfie da pubblicare per mostrare ad amici e parenti il nuovo look. Foto con il sorriso. Foto con il broncio. Primo piano di lato, di fronte, con gli occhi socchiusi, con i capelli sciolti o con le trecce. Un domino fotografico che a volte rasenta l’assurdità. Anche io mi tiro dentro, ma spesso sono foto stupide fatte per ricordare il momento, come un diario di bordo. Credo di avere più foto con un drink in mano, che scatti da sola e so che c’è poco da vantarsene…

Un recente studio rivela che se hai un quantitativo enorme di selfie nel tuo profilo sul social network ( si parla di più di sei foto pubblicate al giorno), soffri di un disturbo della personalità in cui emerge una bassa autostima. Anche se  probabilmente arriverà la smentita sull’esistenza di questo studio (già si vocifera che sia una bufala) anche noi, qualche volta, ci siamo fatti prendere dal dubbio vedendo certi profili zeppi di auto miniature in tutte le forme. Ammettetelo. L’amica che si fotografa in ogni situazione, con ogni tipo di abito e con espressioni così sexy da farti venire dei dubbi sulla natura del suo profilo. Chi di noi non ha mai pensato tra sé :“ma quanto è megalomane?”. Le foto delle adolescenti (rigorosamente nel bagno) con pose da vamp, la foto del parente allo specchio. Tutte con quel braccio tirato verso l’alto per reggere il cellulare nello scatto. Che poi a volte ti chiedi come fanno, a stirarsi così tanto i muscoli del braccio e riuscire allo stesso tempo a mantenere una posa seria o un sorriso suadente.

Così alla fine, anche una semplice fotografia, ha cambiato il suo ruolo. Oggi nei social network è diventata qualcosa di più di un semplice click. E’ ormai un rito di gruppo nei viaggi, una palese esibizione di sé, un modo per far vedere quanto si è “cool” in quel momento. Un semplice autoscatto che prima era quasi scontato e divertente, sta diventando a volte irritante e fuori luogo? Pensiamo alla moda dell’estate scorsa: il “bridge“, la gettonatissima moda di fotografarsi da sdraiati e rigorosamente in bikini, immortalando le gambe e la parte inferiore dell’addome, creando, una sorta di ponte (da qui bridge) con il pezzo sotto del costume. Ovviamente, il ponte, si crea solo se hai una pancia piattissima, alla faccia di quelli come me che al massimo potranno creare un percorso di dossi; più che un “bridge”, direi un vallo di Adriano

Ma se pensate che ormai abbiamo toccato il fondo, vi dirò che vi sbagliate. C’è di peggio, perché come sempre le persone vogliono trovare qualcosa per spiccare: chi se ne frega se è triste quanto ridicolo. Come diceva la mia cara nonna, “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli”. E allora via, cosa possiamo ulteriormente aggiungere di diverso dalla solita e ormai scontata foto sul social? Una bella foto dopo aver fatto sesso! Eh già, con mio stupore e rassegnazione, l’ultima trovata è scattarsi una foto a letto (o dove la fantasia del momento vi ha portato) e poi pubblicarla come #aftersex…. MA VI SEMBRA NORMALE? Voglio dire, immaginate i primi che hanno avuto questa assurda idea. “Amore siamo stati meravigliosi, è stato stupendo, peccato non poterlo far sapere a tutti…aspetta, perché no?” e via con gli autoscatti del dopo piacere. Giuro, per quanto sia social addicted, non vedrete mai una mia foto del genere. Prometto che ve la risparmierò. Ma quello che mi spaventa (anche no, diciamo incuriosisce) di più, è che una volta vista una foto del genere, dove si è quasi nella maggior intimità che una persona possa avere, che si inventeranno dopo? Una foto auto-celebrativa del durante? Un click dopo una bella sessione a tu per tu con il water?

Sapevamo di rasentare il limite nel momento in cui iniziammo a pubblicare  foto in cucina ai fornelli, in spiaggia con una birra, ma quand’è che abbiamo deciso di ammorbare le persone con mille scatti ritraenti ogni singola azione della giornata? Cerchiamo di lasciare che gli amici immaginino qualcosa, sforziamoci di non rivelare ogni nostro segreto. A me personalmente non è ancora capitata la coppia esibizionista, ma non credo sarei in grado di assistere in silenzio e voi? Qualche battuta la tirereste? Anche un semplice “perché?” per far capire l’incredulità che stiamo provando?

E allora saremmo complici di questo fenomeno.
Perché ricordate: “l’importante è che se ne parli”.

 

COPPIE SENZA FIGLI VS GENITORI: L’ETERNA SNERVANTE DISCUSSIONE

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Questo pezzo era nato inizialmente con lo scopo di dare una voce a chi come me si subisce costantemente domande sulla propria vita a due. Poi, mentre scrivevo, mi son resa conto che son stufa di dare sempre le stesse spiegazioni e quindi il tutto ha preso una piega semi-seria e piuttosto ironica, chiamiamolo uno sfogo
L’idea mi è venuta leggendo questa pagina dove un confronto tra childfree e genitori è finito per diventare un monologo accusatorio.
Qui c’è un sunto delle pedanti idiozie che ci son state dette durante gli anni e le risposte che spesso, per educazione, evitiamo di dare.
Ma che forse, da oggi, potremmo prendere in considerazione…

1. E voi? Niente figli? Come mai?
Dunque, partendo dal presupposto che quando mi annunci l’arrivo del tuo nuovo pargolo, io non ti chiedo il perché, sarebbe carino che tu ti facessi la stessa dose di affari tuoi. Per tua conoscenza, sappi che esistiamo noi, i CHILDFREE (senza figli per scelta) e i CHILDLESS (che non riescono ad averne). Se chiedi a noi perché non abbiamo figli, noi tentiamo ogni volta di spiegare perché non ne vogliamo. Se lo chiedi a chi non riesce ad averne, lanci una bomba di dispiacere nell’intimità di quella coppia. Io mi arrabbio perché non riesci a capire le mie ragioni, poi vado a casa e mi dimentico di te e della tua indiscrezione. L’altra coppia, magari, va a casa e piange. Non ti sembra arrivato il momento di chiudere la bocca? Il cervello dovrebbe avere un filtro tra ciò che passa per la testa e quello che si esprime a parole. E’ arrivato il momento di attivarlo.

2. Ma non ti sembra di esser egoista?
L’egoismo è, cito dal dizionario, una serie di atteggiamenti e scelte finalizzati al benessere e agli interessi di chi lo compie. Tradotto: io scelgo di non mettere al mondo figli, perché sto bene così. Tu scegli di concepire perché VUOI avere dei bambini. Sono entrambe scelte mirate al benessere, quindi non vedo differenze. Ah e no, il tuo non è esclusivamente altruismo. Continua a leggere.

3. Io mi sentivo vuota prima di partorire, voi come fate?
Vuoto? Fammi capire, tu senti un vuoto e fai un figlio? Wow, questo sì che è altruismo. Soprattutto una valida motivazione.

4. Ma come farete da vecchi?
Sempre più altruismo, eh? Che bello, concepire il proprio badante. A parte il fatto che mi sembra estremamente egoistico mettere al mondo degli esseri umani solo per aver compagnia o qualcuno che si prenda cura di noi quando saremo vecchi. I figli crescono e devono essere lasciati liberi di andare a conquistare il mondo. Senz’altro far da badante ai genitori è un gesto nobile, ma non deve essere dato per scontato o addirittura incluso nel pacchetto come obbligo. Infatti, son quasi scerta che io e te ci ritroveremo nella stessa casa di cura. Scommettiamo?

5. Cosa dicono i nonni?
Chi ci vuole bene davvero, approva le scelte che ci permettono di stare meglio, indipendentemente dal loro desiderio. Inoltre non mi metto a far figli per far piacere agli altri. O tu sì?

6. E non lascerai nemmeno un pezzetto di te al mondo?
Oddio, capirei se fossi Einstein. Ma ti assicuro che il mondo potrà sopravvivere anche senza il mio DNA sparso in giro. Me ne farò una ragione…

7. Una donna non è tale se non concepisce.
Benvenuti nel 2014, dove la gente si è evoluta e i pregiudizi si sono estinti. Ah no, mi sbagliavo. Ma tu lo sai che Margherita Hack e Rita Levi Montalcini non sono mai diventate madri? Donne proprio da niente, vero? Rivolgiti a me come persona, non come un utero, please.

8. Ma come fanno a non piacerti i bambini? Piacciono a tutti!
A noi no. E neanche a molti altri. Fattene una ragione. A te piace passare delle ore allo stadio, al freddo, a vedere gente che rincorre una palla? A me molto ma non ti chiedo di andarci solo perché piace a me.

9. Pensa a chi non li può avere e tu che puoi invece…
Quindi secondo il tuo ragionamento, io dovrei farli per beneficenza? Come dire che uno che ha i soldi, dovrebbe comprarsi uno yacht perché a qualcuno piace tanto ma non può permetterselo.

10. Anche a me non piacevano, ma quando poi sono tuoi è diverso.
Cioè io dovrei comunque tentare per sentito dire? Ma sì proviamo! Al massimo se proprio non ci piace, poi, lo ridiamo indietro entro 7 giorni!

11. Ma ci avete pensato bene?
No, aspettavamo te per tirare le somme.
Senz’altro ci abbiamo pensato molto di più noi, che tanti genitori incoscienti che li hanno avuti solo perché lo fanno tutti.

12. Poi vi pentirete.
Magari sì, ma quasi sicuramente no. L’importante è esser sicuri di prendere le decisioni migliori per noi stessi in un preciso momento. Ma se proprio insisti, parliamo di te: che fai se ti penti tu?

13. Siete superficiali e immaturi, degli eterni Peter Pan.
Parliamo per stereotipi? Tieni, tutta per te.

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14. Sareste ottimi genitori
Ma come? Hai appena detto che siamo egoisti, superficiali e degli eterni Peter Pan. O sei pronta a rimangiarti tutto qualora iniziassi a pensarla come te?

15. E tuo marito che dice? Glielo hai detto?
No, aspettavo di toccare i vent’anni di matrimonio…
Secondo te una scelta del genere la prendo da sola? Oh aspetta. Tu sei rimasta incinta mentre dicevi di prendere la pillola… Capisco.

16. Come? Vuoi prenderti un gatto? Ma hai idea di quanto dia da fare un gatto? Ma sei sicura?
Uhm. Ma se mi hai appena detto di fare un figlio

17. Se tutti la pensassero come te, il mondo si sarebbe già estinto
E se tutti la pensassero come te, il pianeta sarebbe già imploso a causa della sovrappopolazione. La natura è equilibrio: preda per un predatore, il sole e la pioggia, yin e yang, un childfree e un genitore. Compensazione.

18. Io divorzierei all’istante se lui mi dicesse che non vuole figli!
VIVE L’AMOUR! Che basi solide sulle quali costruire una famiglia…A te non serve un compagno. Tu sei in cerca di un donatore di sperma. E dillo prima!

19. Tutti hanno diritto di nascere e vivere.
Sì, penso lo dicessero anche i genitori di Hitler e di Charles Manson.

20. Un figlio ti cambia la vita
Sono estremamente felice per la tua vita e per la piega che ha preso. Lo sono ancora di più quando realizzo che è la tua e non la mia. Come quando ti risvegli da un brutto sogno e ci metti un attimo a capire che non è successo davvero.

21.Intanto i miei figli da grandi pagheranno la tua pensione
E io con le mie tasse sto pagando la loro la scuola. Si chiama società.

22. Ma poi cambierai idea
La mia preferita. Me la sento dire da quando ho vent’anni e ho il timore che la sentirò ancora. Finché menopausa non ci separi.

23. E se succede?
E’ vero che a scuola ai miei tempi educazione sessuale non era granché, ma credo di aver capito come funziona: NON SUCCEDE.

24. Un giorno ti lascio i miei, vedrai che dopo te ne innamorerai
NON.CI.PROVARE.NEMMENO.

25. Se i tuoi l’avessero pensata come te, non saresti qui
E non dovrei rammaricarmi di averti incontrato oggi.

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Non so cosa spinge gli esseri umani a diventare così pedanti. Ovviamente non è rivolto a tutti i genitori, ma solo a chi crede di avere la verità in tasca e punta il dito con mille inquisizioni. Ho spesso avuto la sfortuna di incontrare gente così e di subire un lungo, lunghissimo terzo grado di questo genere. Una signora tempo fa, ha tirato fuori la foto del nipote e ha incominciato a sbattermela davanti agli occhi urlando: “come fa a non piacerti, come fai a non volerlo?”. Giuro. Non ho neanche saputo cosa rispondere quella volta. Forse avrei dovuto stringerla tra le mie braccia e gridare “esci da questo corpo!” ma avrei probabilmente peggiorato la situazione. Non capisco che fastidio suscitiamo. Se voglio vivere la nostra famiglia a due perché ritengo sia la miglior scelta per me, qual è il problema? Perché sentono di dovermi per forza convincere? Io, che sono sicura della mia scelta, vivo tranquillamente la mia vita incurante delle decisioni altrui. Perché non riescono a fare altrettanto? Ci sono forse cose che non dicono di proposito? Un codice non scritto per poi ritrovarci tutti nella stessa situazione: una sorta di “mal comune, mezzo gaudio”. Non ho altre spiegazioni sul perché uno debba passare un’ora a cercare di farmi cambiare idea. Magari sono così contenti che cercano di spiegarmi quanto potrei essere felice io se procreassi. “Se non hai figli non puoi capire”. Ma allora vi chiedo, perché pensate di sapere quale sia la cosa giusta per me se non vivete nei miei panni?

 

Starbucks e gli altri: perché in Italia no?

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Stamattina avevo in programma di farmi una passeggiata fino alla banca dove avevo appuntamento. Mentre stavo camminando, mi sono trovata a pensare che avrei tanto voluto godermi un bel bicchierone di caffè americano to go (da portar via), un po’ per riscaldarmi vista la freddina brezza del mattino, un po’ per svegliarmi visto il mio persistente stato comatoso. Così, ingenuamente e presto capirete perché, mi sono diretta in un bar per farmi dare una buona dose di caffeina calda e leggera. Non volevo una tazzina forte che durasse qualche secondo. Volevo proprio una bevanda da consumare con calma. Entro nel locale e mi faccio spazio tra gli avventori che occupavano il bancone. Appena mi sono avvicinata mi son chiesta se un caffè americano fosse contemplato in un bar italiano. In effetti credo di no. Mi è stato detto che non avevano bicchieri da asporto così grandi e quindi ho optato per consumarlo in loco. Poi ho visto la procedura per fare il caffè americano. In pratica, un caffè lungo messo in una tazza da cappuccino, allungato con acqua bollente. La mia faccia era un po’ perplessa, l’ho bevuto lo stesso, ma del caffè americano, neanche l’ombra. Pensare che io ho la macchina che lo fa e l’ho pagata non più di una trentina di euro. Visto l’alto tasso di turismo straniero, perché non prenderne una?

Uscendo non ho potuto fare a meno di pensare che rispetto al mondo, siamo indietro anni luce. Starbucks è solo una chimera per noi italiani? Ho letto e riletto le leggende metropolitane che spiegano, verosimilmente o meno, il perché dell’assenza di questa grande catena nel territorio del Bel Paese. Si vocifera di un acquisto del marchio da parte di Autogrill per avere l’esclusiva. Si parla di lobby del caffé (Illy e Lavazza) che si sarebbero categoricamente opposte per aver un mercato meno affollato. Si dice che Starcbucks non voglia entrare in un contesto così saturo di concorrenza. Ma perché? Sarebbe comunque diverso dall’abituale espresso, non un sostitutivo, semmai un’alternativa. Non so realmente quali siano i motivi di tale assenza, quello che so è che Starbucks è presente in ogni angolo del pianeta. Ma non da noi.

Ho sentito e letto di gente che si vanta di questo particolare record. “In Italia non lo vogliamo, noi qui beviamo il vero caffè, non quella schifezza e poi è carissimo, sono fuori di testa”. Ma a te, francamente, che ti frega se io bevo una “brodaglia”? Quale pezzo del tuo corpo viene amputato se pago 5 euro per un americano da bere a spasso? Come sempre, quando qualcosa non piace o si teme, si passa all’attacco. Nessuno vuole soppiantare i bar nostrani, semplicemente si desidera avere una scelta diversa. Scelta, non obbligo. Non ti piace? Passa oltre.

Un sabato pomeriggio, si prevedeva con amici di stare in casa a vedere un film. Classico da film, si stava scegliendo insieme cosa stuzzicare nel contempo. Chi ha proposto una pizza, chi ha proposto un Mc Donald’s. Storci qui, storci là, ci siamo resi conto che come alternative, qui da noi, ce ne sono ben poche. Avremmo tanto voluto andare da KFC e ordinarci uno scodellone di pollo fritto. Mmm. Ma qui da noi, indovinate un po’, qui non c’è.

E anche qui i soliti, prevedibili pregiudizi. “Meglio che non c’è, solo schifezze”. E ridaje. Ma te lo ordina il medico di andarci? Quando sento frasi come “il ragù è la salsa preferita degli italiani, non quelle schifezze americane” mi si accappona la pelle. NESSUNO sta dicendo di eliminare le lasagne dalla faccia della terra. Stiamo solo, timidamente, chiedendo di poter scegliere, anche noi, come il resto del mondo. Fa male? E’ cibo spazzatura? E’ un’americanata? Va bene, prendiamo atto e passiamo oltre. Molte persone hanno paura che questo cibo dannoso, diventi poi un’abitudine che porti al collasso fisico.Quindi, mi chiedo io, togliamo tutto ciò che è fritto dai nostri negozi? E le sigarette? E l’alcool? Perché loro sì, mentre io non posso andare a pranzo da Taco Bell, per esempio? O decidiamo di eliminare tutto quello che fa male (puzza di dittatura, però) o lasciamo che il buonsenso delle persone faccia il suo corso. Facciamo così, chi reputa tutte queste novità alimentari uno SCHIFO, continui tranquillamente la sua vita e la sua alimentazione come prima. Io e tutti gli altri, ci arroghiamo il diritto di poter decidere del nostro pranzo o della nostra cena.

O della colazione per esempio. Io amo il salato. Al bar, trovi solo dolce. Prova a chiedere un toast al mattino alle 8. Prova, coraggio. Se va bene aspetti un’ora. Se va male, cosa più probabile, ti rispondono che la cucina è chiusa. In Italia, al contrario del resto del mondo, la colazione è dolce. Punto. Niente scelta, a meno che non spadelli a casa tua. Nelle grosse catene, al mattino, puoi scegliere cosa mangiare, non ti viene imposto. Un bel bagel salato da Dunkin’ Donuts. Utopia. E anche per quanto riguarda il discorso dolciumi, io non so da voi, ma qui a parte qualche brioches che se avanza, dopo le 10, diventa un pezzo di cartone, altro non trovi. In pasticceria, non ci sono ciambelle o fette di torta. Se vuoi una torta classica, te la fai a casa. O te ne compri una intera, ma solo quelle dei compleanni. Altri tipi, zero. Non esistono caffetterie nel vero senso della parola. Ora vi chiedo, è così difficile accettare che qualcuno sia diverso dallo standard?

Quando apro il discorso con le persone, ci sono quelle che subito si infervorano dicendomi che la tradizione italiana è costituita da pasta, cucina mediterranea, cappuccino e brioche. E le tradizioni vanno mantenute. Io rimango perplessa e mi chiedo se allora tanto valeva tenersi il Colosseo aperto con gladiatori e leoni dentro. O possiamo ogni tanto andare avanti insieme al mondo anche noi? Sembra quasi che tu sia Satana. L’anti Cristo dell’Italianità. Ma chi la tocca l’Italia! Non vogliamo radere al suolo le trattorie nostrane. Ripeto, vogliamo solo una scelta. Giusta? Sbagliata? Chi se ne frega. A me non piace l’agnello, non piace la pecora e nemmeno la capra: nessun alimento ovino, ma non è che vado in giro sbandierando di eliminare tutti i cibi di questo tipo, semplicemente non li mangio!

“Mangiati una pizza che fa meno male ed è più buona”. E chi dice che sia cattiva. E’ questo che non sopporto e non tollero. I consigli non richiesti e le persone prevenute. Io non dico a te cosa fare, per quale bizzarro motivo, tu ti senti in diritto di decidere per me?

E’ quasi ora di pranzo, vorrei qualcosa di veloce, come magari un tramezzino da Pret-à-Manger. Come dite? Ah giusto. Son schifezze. Noi non siamo da fast food. Noi siamo lo slow food per eccellenza. Mi viene il dubbio che l’aggettivo slow, sia più riferito al passo dell’Italia nel mondo (e parlo in generale) che al tempo di consumo dei cibi, anche perché la pausa pranzo a lavoro, di media è tra la mezz’ora e l’ora. Ci facciamo una pasta e fagioli, giusto per addormentarci nel pomeriggio? O andiamo a prendere un boccone in un bar, dove spesso ti servono la nostra amatissima pasta surgelata in simpatiche confezioni monouso? L’idea generale non è quella di attaccare l’Italia e il nostro stile di vita, ma solo quello di dare una smossa affinché non si debba aspettare una vacanza all’estero per ordinare un tanto agognato Frappuccino.

Ci sarà chi mi dirà di essere felice che l’Italia si muova lenta rispetto al mondo, proprio perché non abbiamo niente da imparare a livello culinario. Mi sentirò rispondere “meglio che siamo indietro, guarda come si conciano gli altri, abbiamo la cucina migliore al mondo, non dobbiamo copiare niente da nessuno”.

A me fanno paura l’estremismo e la convinzione di essere perfetti. “Il mondo non ha niente da esportare nella nostra penisola, i nostri prodotti sono i più buoni”, mi diranno. Io penso che una cosa invece, ce la stiamo perdendo: la tolleranza. Se non posso neanche dire di voler qualcosa di diverso, e sto parlando solo di cibo, chissà cosa succede nelle cose più serie.

Niente è peggio della chiusura mentale e dell’ostinazione. Limitare le opinioni altrui è terribile, vietare la libertà di scelta è pericoloso.