CHI HA PAURA DI VOLARE?

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Nonostante il mio amore per i viaggi e la scoperta del nostro pianeta sia così profondo in me, ogni volta che si programma una vacanza, ho questa fastidiosa sensazione di paura che mi pervade il corpo nel momento stesso in cui realizzo che dovrò salire su un aereo.

Non è sempre stato così. Viaggio in lungo e in largo da quando sono piccola e fino a qualche anno fa, ho sempre adorato salire su quei magnifici miracoli tecnologici. Guardavo gli aerei da terra e immaginavo quale potesse essere la destinazione, chi potesse avere la fortuna di essere seduto a bordo e il motivo del suo viaggio. Prendere un aereo è sempre stato un mistico e romantico ponte temporale, che ci ricollega ai vecchi romanzi di avventura. Poi, come sempre succede con l’avanzare del progresso, sempre più persone hanno iniziato a volare e ormai al giorno d’oggi, si è persa la versione poetica di quello che era un viaggio aereo ed è diventato un gesto abitudinario quasi come salire su un treno.

Fin da piccina, una volta salita a bordo, mi godevo la preparazione al decollo, la spinta che ti faceva salire in alto, sopra le nuvole, lo spuntino servito da quelle impeccabili hostess, mi godevo il panorama mozzafiato e infine mi emozionavo per aver raggiunto la destinazione tanto desiderata. Ho sempre avuto un approccio così sereno che mi sembra quasi impossibile essere arrivata al mio comportamento attuale.

Cosa ha scatenato questa fobia e quando ha subdolamente incominciato a lavorare sulla mia psiche? L’unica cosa che ricordo, è che si è presentata la vigilia del primo volo che ho fatto con quello che poi sarebbe diventato mio marito. Secondo alcune ricerche che ho avuto modo di fare, la fonte scatenante potrebbe essere la paura di perdere qualcosa che si è appena conquistato. Magari in un momento felice, si ha il puro terrore che non possa durare per sempre e che prima o poi succeda qualcosa di brutto che ti privi di tutto: in quel momento l’aereo assume una responsabilità che non ha, diventando il fulcro della tua paura stessa. Tirando due somme, da non professionista, mi sento di dire che probabilmente per me è successo davvero in questo modo. Io per la prima volta ero davvero felice e in quel momento, l’aereo era ciò che poteva metter fine ad ogni cosa. Probabilmente, avessi dovuto prendere un treno, ora avrei intitolato questo pezzo con “chi ha paura di correre sulle rotaie?”.

Da quel momento, volare per me è un supplizio a cui mi sottopongo con forza e devo ringraziare che la mia voglia di viaggiare sia per ora, più forte della mia paura, altrimenti sarei limitata ai confini italiani. E a lunghe code in macchina. Che poi lo so. La macchina è a livello probabilistico più pericolosa di qualsiasi altro mezzo. Ogni volta le persone provano a dirmi che l’aereo è il mezzo di trasposto più sicuro al mondo: “sai quanti aerei volano ogni giorno?”, mi sento spesso chiedere. Eh, sì che lo so. So anche che gli incidenti aerei sono davvero una bassissima percentuale se si considerano le migliaia e migliaia di voli che transitano nei nostri cieli ogni giorno. “E se quell’aereo su un milione fosse il mio?” rispondo sempre. Nessuno (tranne me e i miei colleghi di fobia) pensa che il volo su cui sta salendo possa avere un incidente, eppure succede.

Ho provato con libri, video e training autogeno. Ho tentato di sentire musica rilassante, chiacchierare per non pensarci e chiudere gli occhi per tentare di dormire. Ma alla fine, al primo accenno di turbolenza, parte un panico interiore incontrollabile ed è solo perché ho ancora un minimo di filtro tra il pensiero e la parola, che riesco a trattenermi dal gridare “stiamo precipitando” in mezzo al corridoio. Ogni volta, stringo i braccioli fino a farmi male e maledico il momento in cui ho deciso di salire su quella “trappola infernale”.

Anni fa, eravamo in volo da Jackson Hole (Wyoming) verso Denver (Colorado) su un velivolo Delta. Una brutta turbolenza ci ha investito e l’aereo ha incominciato a ballare parecchio. Mio marito e miei amici ridevano e mi prendevano in giro per smorzare la pesante atmosfera, così io, per non sembrare sempre la solita lagna, facevo finta che andasse tutto bene. Tranne che per le mani viola a furia di stringere il sedile. Tranne anche per le lacrime che silenziose scendevano sulle mie guance nonostante mi sforzassi di simulare un sorriso tirato sul viso. Ammetto che in quel momento non ci stavo capendo più nulla e devo ringraziare la preparatissima assistente di volo che ha capito subito, con un’occhiata veloce al suo passaggio, che c’era un problema. Si è avvicinata e come se niente fosse ha iniziato a parlarci (soprattutto si rivolgeva a me) chiedendoci dove stavamo andando, di dove fossimo e quale fosse il nostro itinerario di vacanza. Io neanche mi accorsi di aver iniziato a chiacchierare con lei e dopo pochi minuti iniziammo la discesa per l’atterraggio. Uscendo le dissi quanto le fossi grata e la ringraziai dal profondo del cuore facendole i complimenti per come aveva gestito la cosa.

Quando prenoto un volo, mi faccio mille paranoie. “La compagnia è sicura? Quanti voli ha? Su che modello di aeromobile viaggeremo? No quella scartiamola, non mi fido. No i voli interni mi spaventano, non c’è un treno?”. Insomma, ogni volta un dramma e non voglio neanche stare qui a nominare la perfida coincidenza di trovarsi sempre di fronte programmi TV come “quei secondi fatali” o “indagini ad alta quota”. Insomma, già normalmente, la notizia di un incidente aereo è di per sé sconvolgente, quando poi si ha in programma un viaggio, niente ferma l’innesco di una serie di attacchi di panico con mille ripensamenti.

Un altro aspetto psicologico che mi sento di poter confermare nel caso della mia paura, è la sensazione inconscia di lasciare il posto sicuro, “casa mia”. Non fraintendetemi, non ho paura di andare in un posto nuovo, è il mio IO che parla per me. Io sono così entusiasta di visitare il mondo, eppure senza rendermene conto, questa fobia lavora ad un livello più profondo: il mio spauracchio di allontanarmi dal luogo protetto. All’inizio pensavo non fosse una ragione tanto plausibile, poi una professionista mi fece una domanda: “scommetto che hai più paura del volo di andata, piuttosto che del volo di ritorno”. Orca. Sì. Al ritorno ho meno paura. Diciamo che butto sempre la battuta:“è meglio cadere al ritorno, almeno mi sono goduta il viaggio”– in realtà, il mio IO, suggerisce inconsciamente che sto tornando a casa, nel luogo intimo e protetto. Ecco perché sono più tranquilla.

L’aereo è solo una scusa (il capro espiatorio) per una mia paura più profonda e prima riuscirò a capirlo, prima mi godrò questa parte integrante del viaggiare.

Soprattutto se, come previsto, il prossimo volo sarà di circa 12 ore. Temo che il gentil consorte e la mia amica stiano tramando di drogarmi a mia insaputa come succedeva a B. A. Barracus nella serie A-team…

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