Quel giorno che non scorderò mai, quel giorno ad Hiroshima

IMG_9209

Quando ho programmato il viaggio in Giappone, sapevo da subito che anche a costo di allungare le tappe, avrei voluto vedere con i miei occhi quella città della quale tanto si parla sui libri di scuola: Hiroshima.

E alla fine quel giorno arrivò. Ricordo che era un giorno un po’ nuvoloso, quasi come a ricordare gli eventi di 70 anni prima. La città ad un primo impatto però, sembrava diversa da come l’avevo immaginata. Forse perché nella mia mente, l’avevo vista grigia, spoglia e deserta. Tutto il contrario. Era viva, luminosa e colorata. Quasi come a voler urlare al mondo che lei era andata avanti, nonostante tutto,  e che come una fenice era risorta dalle sue stesse ceneri.

Eppure.
Eppure il sentore di trovarci in un posto diverso da tutti gli altri,  era dentro di noi forte come un pugno. Osservando le persone intorno, non potevo fare a meno di pensare che la maggior parte di loro probabilmente, non aveva mai avuto dei nonni. Guardando gli anziani camminare per strada, mi chiedevo se l’avevano vissuta, la bomba.

Il Museo della Memoria si trova in una piazza enorme, fiorita ed adornata da una maestosa fontana.
Quel giorno non siamo soli e con noi una grande scolaresca chiassosa che forse, data l’età, si preoccupa più di scherzare con gli amici che di assaporare davvero quello che stanno per vedere.

Pelo sullo stomaco, lacrima pronta e tangibile emozione, siamo pronti ad immergerci negli ultimi istanti di quella città perduta.
Non ho fatto neanche la metà del percorso nel quale siamo stati introdotti dalle guide audio disponibili rigorosamente in tutte le lingue possibili, che già avevo un nodo gigantesco alla bocca dello stomaco.
Le immagini di quelle vite spezzate all’improvviso, i resti di ciò che è rimasto e la storia della vita di alcune delle vittime, hanno preso il sopravvento e neanche dopo 10 minuti stavo lì in un angolo a piangere.
Qualche giapponese mi ha guardata curioso. Chissà, magari ha pensato che fossi un’americana con forti sensi di colpa. Che poi, da amante del popolo a stelle e strisce, se fossi un’americana, io neanche avrei avuto il coraggio di farmi vedere nell’intera provincia di Hiroshima, figuriamoci al museo.

La visita continua tra i filmati originali e la riproduzione di quello che deve essere stato il momento più crudele e doloroso della storia di una intera popolazione.
Scarpine bruciacchiate, foto di resti umani neanche riconoscibili, terra bruciata per chilometri e chilometri e residui da toccare con mano, per capire.

Alcune teche racchiudono oggetti ancora radioattivi tanto che ogni postazione ha degli appositi geiger per constatare di persona l’alto tasso di radiazioni ancora presenti.

Il percorso si affaccia poi sulle gru di carta colorate. Gli origami di Sadako Sasaki che ti colpiscono al cuore come una freccia avvelenata di speranza.

E poi ancora, la Cupola.

IMG_9216

Il punto d’impatto della bomba bastarda. Quell’edificio che rimane, diroccato e ridotto a scheletro ma che, imperterrito e fiero, svetta ancora come simbolo di ribellione.

Un corridoio lungo ci conduce alla zona delle firme. Un piccola firma che chiede al mondo di abolire le armi nucleari.
Un firma che mai ho messo con così tanta convinzione. Perché solo chi ha visto il danno, la morte e ciò che ne rimane, può spiegare il vuoto che si prova dentro. Una rabbia ed un rammarico che solo a causa di un lutto si prova così intensamente.

Poi il negozio dei souvenirs. Un piccolo spazio per contribuire alla manutenzione del museo e del sito storico. Non potevo passare oltre. Anche un piccolo contributo è un passo avanti per non dimenticare. Una maglietta con gli origami di Sadako. Semplice. Nera. Economica. Ora la guardo e vedo ancora quella sofferenza.

Una sensazione talmente intensa da lasciarti stordito per qualche ora.
Cavoli, Hiroshima, mi hai colpito, commosso, affascinato ed insegnato una storia.

Una storia da raccontare. La tua. La tua versione. La tua ribellione.

Annunci

La nuova, vecchia moda del Victim Blaming

E’ tornata di moda, o forse, non è mai andata via.

La cosa peggiore è che ci conviviamo da sempre e a volte sembra anche normale.

Sto parlando del Victim Blaming, la colpevolizzazione della vittima.

Non so quando mi si siano effettivamente aperti gli occhi, ormai ero abituata anche io ad aspettarmi un discorso del genere.

Mettiamo il caso. Una ragazza viene stuprata di notte in periferia. La ragazza tornava da una festa. Buttiamo un carico da novanta: la ragazza era magari stata vista bere durante la serata.

Un ragionamento normale, civile e sensato, porterebbe tutti a capire quanto sia ancora difficile per le donne uscire di casa in totale tranquillità.

Eppure.

Eppure niente da fare. Basta leggere i commenti nei vari social network o conversare con le persone fuori di casa per accorgersi di una spaventosa tendenza. La colpa è della vittima.

“Una che va in giro di notte se le cerca”.

“Bevi, provochi e poi ti lamenti”.

Capite? Il violentatore di colpo è sparito dalla lista dei sospettati. Lui è un uomo e si sa, gli uomini quando provocati reagiscono. Fa niente se tu dici no. Se indossi la minigonna lo stai tentando ed invitando. Cosa c’entra che tu abbia urlato con tutta la voce un no grosso come una casa. Se hai bevuto e magari hai flirtato con lui durante la serata, è il minimo che ti possa succedere. Provochi, sei una troia, ti vesti succinta e vai in giro di notte.

La cosa che mi fa sorridere è che spesso, le stesse persone che sputano sentenze di questo tipo, sono quelle che disprezzano il mondo arabo per l’incivile maniera con la quale trattano le loro donne.

La cosa invece che mi fa più schifo, è che molti di questi sprezzanti ammonimenti arrivano proprio dalle donne stesse. Come se fossero sempre in competizione. Una competizione triste e becera nella quale devono spiccare per il loro essere sante e pure. Puntare il dito contro quella donna che magari ha il coraggio di uscire da sola. Perché nel 2015 ci vuole coraggio, a quanto pare. Una donna che vive la propria libertà sessuale nella totale consapevolezza di poter gestire le sue relazioni come meglio crede. E invece viene demonizzata. Loro, le sante, le scagliano la pietra del disonore. Lei, la puttana che la da a tutti. E non si soffermano a pensare che se anche fosse vero, sarebbe solo affar suo. Perché non puntano le loro dita accusatorie e crepate dalla malignità contro quegli uomini che tanto sperano di colpire con le loro frasi ad effetto?

Spiccare tra le altre. Voler far capire a tutti gli uomini presenti che le donne vere hanno ancora dei valori. Eh già, loro, le brave donnine di casa che mai si sognerebbero di trovarsi in periferia di notte. Perché naturalmente non basta vivere in un paese considerato civile per essere libere e sicure. No. Se esci di notte da sola, alla fine, un po’ te lo meriti.

Le frasi sottovoce. Le dita che indicano e le bocche che si contorgono. La colpa è sua.

No, proprio non le tollero. Sembrano in fila per essere applaudite da quegli uomini che per come la pensano, potrebbero violentarle il giorno dopo solo perché a loro gira così. Eppure, sono tutte lì a prendere le difese del mostro e come nel passato, pronte a mettersi in cerchio per schernire la vittima.

Altro che maschilismo bieco. La donna maschilista è forse addirittura peggio.

Colpevolizzare la vittima sta diventando un fenomeno sempre più diffuso. Dobbiamo addirittura cercare un termine inglese per trovare dei riscontri. Il Victim Blaming è da sempre materia di studio e movimenti per la donna cercano in tutto il mondo di contrastarlo e combatterlo.

In Italia non esiste un termine effettivo. Quasi non si conosce questa dicitura, segno che è talmente normale da non dover essere investigato.

Una donna dice no. Non importa se ha il bikini, se son le tre di una notte buia o se ha scherzato con il mostro per tutta la sera. Ha detto no.

Può essere incosciente, sovrappensiero e temeraria. Quello forse. Ma la colpa non è mai sua e chi commette una violenza DEVE pagare. E chi la subisce DEVE ricevere solidarietà.

E tu uomo, che pensi che sia la tua natura provarci ed andare fino in fondo, mi fai schifo.

Se non hai potere di autocontrollo sui tuoi istinti, sei una bestia.

Sei un pericolo per la popolazione, per tutti. E se hai bisogno di violentare una donna per averla, sei ancora quanto di più sfigato e patetico possa esistere su questo pianeta.

Scommetto però che su una cosa voi giudici e giustizieri sareste tutti d’accordo.

Ipocrisia, razzismo e chiusura mentale.

Se lo stupratore fosse stato straniero, allora…ALT. Tutti in piedi a gridare allo scandalo.

“Dobbiamo proteggere le nostre donne, ci vuole la pena di morte”.

Che cambio repentino di vedute.

Un italiano può stuprare se lei è la provocatrice satanica che lo tortura seducendolo nelle sue fantasie morbose. Se è straniero, invece che diritto ha?

Priorità strane, le vostre.

Uno stupro è uno stupro. Neri, bianchi, gialli. I violentatori devono pagare. Tutti.

E piantatela con quei vostri modi di salvarvi la coscienza.

“… non dico che sia giusto MA…”

“… non dovrebbe succedere MA…”

MA COSA?

Sempre le attenuanti. Sempre le scusanti. Sempre rendere ridicola la vittima attribuendole colpe che NON ha.

Che non vi capiti mai, che non dobbiate mai lottare anche contro alle dicerie, oltre che alle ferite fisiche e psicologiche di una violenza sessuale. Che non vi capiti mai di dover difendere la vostra libertà personale e dover anche leggere e sentire che in fondo, se vi hanno violentato, tutto sommato chissà cosa avrete combinato per meritarvelo.

Amore: aforismi e poesie

IMG_1740

“Se l’amore non ti ha mai fatto commettere qualche piccola follia, vuol dire che non ha mai amato.”
– Shakespeare

“Mentre la baciavo, con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso, mi fuggì.”
– Masters

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.”
– Hesse

Drammaturghi, poeti, musicisti e scrittori. Tutti loro nella storia, hanno speso chilometri di carta e litri d’inchiostro per raccontare l’amore. Lo hanno raccontato come una penitenza struggente, un dono emozionante e travolgente. Qualcosa che ti spezza il fiato, annulla i pensieri e le azioni non hanno più un padrone.

Leggende, storie, miti. Le tragedie più famose raccontano amori non corrisposti, amori contrastati e amori che durano per sempre.

Anche la filosofia, naturalmente, ha trascorso secoli cercando di capire e di spiegare l’amore.

“Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non vi era distinzione fra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale, torna all’antica perfezione”.
– Platone, simposio sull’amore.

Se sfogliamo il libro delle poesie d’amore di autori famosi, capiamo quanto nessuno di noi, neanche il più stoico ed imperturbabile personaggio, possa essere sfuggito alla dolce tortura dell’innamoramento.

Poesie struggenti, richiami d’amore disperati, serenate scritte con inchiostro roseo, uomini e donne persi dentro la magia di un sentimento così persistente e così profondo.

“Uno sguardo dai tuoi occhi nei miei,
un bacio dalla tua bocca alla mia;
chi come me ne sa qualcosa
può ancora in altro trovare gioia?
Lontana da te, separata dai miei,
i miei pensieri girano in tondo,
e sempre tornano a quell’ora,
quell’unica ora; e piango.
Poi d’improvviso si secca la lacrima;
il suo amore, penso, raggiunge questa quiete,
e tu non dovresti spaziare lontano?
Senti come sussurra questo soffio d’amore,
l’unica mia gioia è il tuo volere.”
– Goethe

“Ma il cuore non ascolti le ragioni
Questo nostro amore, vita mia
lo prospetti felice
destinato a durare per sempre.
Dei del cielo, fate voi che lei dica il vero,
che lo prometta sincera e dal cuore,
che si possa per tutta la vita
mantener questo patto inviolabile.”
– Catullo

In ogni fiaba, in ogni storia raccontata, in ogni film, in ogni libro, l’amore persiste radicato a fondo nelle trame.
L’amore ci completa, ci dà speranza, ci sprona e ci sostiene.
Ci tiene per mano, ci punisce, ci logora e ci sfinisce.

“L’amore chiede tutto, ed ha il diritto di farlo.”
– Beethoven

I video più divertenti che abbia mai trovato su Youtube

Salve ragazzuoli, settimana assurda tra influenza, lavoro e cazzimazzi, quindi per farvi sorridere un po’, ho deciso che invece di un post semiserio, vi avrei proposto una serie di video che da sempre mi sono rimasti impressi per le risate che mi hanno suscitato.

Buona visione!

Oh, come non iniziare questa rassegna con la versiona satanica del mago Otelma. Abbiate pazienza, il video arriva da un vecchio vhs e anche se l’audio slitta e l’immagine a volte salta, vale davvero la pena di gustarsi questa spassosa/orrenda scenetta. Notare che l’ideatore dello scherzo è ancora vivo e vegeto e ogni tanto aggiorna gli utenti del Tubo per rassicurare tutti. Guardatelo e capirete perché!

Anche se non capite l’inglese, seguite il video perché riderete anche se è una lingua sconosciuta per voi. Per abbreviare i tempi, andate pure al secondo 0.30, da lì in poi, sarà difficile non ridere di gusto!

Piccola vendetta contro quelle splendide creature che sfilano altezzose nei loro 40 kgs bagnate: al di là della caduta in sé che già fa ridere di suo, la parte migliore arriva dal giornalista americano, che senza ritegno e remora non prova nemmeno a trattenere il ridere in diretta tv!

Ok lo ammetto: guardo American Idol, ma solo le audizioni. Non so se adoro di più Simon nel suo essere così’ antipatico o la dolce Paula Abdul che spesso si sente in dovere di nascondere il suo disgusto… ma queste sono le migliori audizioni mai registrate prima. And the winner is… Isadora, la numero 8, lei è la mia preferita

Dai filmati si capisce che questi simpaticoni girano in Italia… Io probabilmente sarei schiattata d’infarto secco, ora forse sapendolo, potrei anche stare al gioco. Ho detto forse. Bisogna vedere il contesto, voi che reazione avreste?

Ebbene sì, qui serve un minimo di inglese per capire meglio il vuoto totale che ci deve essere nella testa di sta benedetta ragazza.

Lei è spaziale. Una donna coi controcoglioni e un’infinita ironia. Sottotitoli alla mano, godetevi lo show di questa ragazza americana che racconta la sua vita da disabile in un modo tutto suo. Grande Ragazza, così si fa!

Ok questo potrebbe sembrare noioso. In effetti un po’ lo è pure. Ma guardate il contesto ed è quello che farà ridere. In 10 minuti, il tizio in questione ha bloccato la via del paese creando un ingombro. Sembra la scena di un film, perché ad un certo punto arrivano altre macchina, poi un corteo di moto ed infine pure una processione: tutti fermi per il signore che non riesce a far manovra.

Ami-nemiche: che carine! O_O

LE NEWS DEL 22/2/2014

Settimana ricca di simpatiche vicende, spulciate dal web per farvi divertire un po’…

Simpatico Win della virgin social, che sta conquistando punti su punti in ambito di social network. Alla fine, se ve lo state chiedendo, GIURO che la Virgin ha davvero mandato qualcuno nella carrozza del tipo che aveva finito la carta… Cercate online le trovate dei geni del web content di Virgin. Ogni giorno ne combinano una da premio Oscar.

50 Isteria per l’uscita di questo film che io chiamo “tromba tu che trombo anch’io”. Non solo i cinema sono esauriti da settimane, ma l’ultima notizia che si è rincorsa in giro per l’Europa riguarda il cosa succede durante la proiezione di questo film. Preservativi usati, vibratori sequestrati, donne beccate in gesti intimi e coppie allontanate per aver fatto sesso in sala. Io capisco che il film possa essere un pochino tanto erotico, ma … dio santissimo, premeditare di portarsi i gingilli di piacere in una sala gremita di gente? MA NESSUNO VE L’HA DETTO CHE YOUPORN E’ GRATIS? – cit
Pensate che io avrei voluto portarmi un Cosmopolitan all’uscita di Sex and the City, ma poi ci ho rinunciato: dilettante che non sono altro!

Ha fatto scalpore la famiglia numerosa che ha partecipato come ospite a Sanremo. Non tanto per l’ottusità religiosa con la quale il marito sostiene che avere figli è una decisione che spetta a Dio, ma perché tutti si sono chiesti come diavolo fanno a mantenersi. Orbene, il caro capofamiglia, fa il bidello in una scuola. Fin qui tutto bene. Il problema è che tra bonus ed incentivi, la simpatica famiglia arriva a percepire circa 3000 euro al mese. Cifra che neanche un laureato che si è fatto un culo tanto riuscirà probabilmente a raggiungere. La petizione va proprio a puntare il dito sul fatto che nonostante non si possano permettere di fare 15 figli ( non lo so, non li ho nemmeno contati), prima li fanno, poi chiedono grazie a Dio, poi arriva lo stato e questi si mantengono con le tasse di tutti. Riassunto: fai quanti figli vuoi, ma poi te li devi mantenere tu!

Un giubilo di risate e applausi quello che sentite nell’aria. E’ stata reintrodotta la penale di cambio operatori in ambito di telefonia mobile. Sì, quella tolta dal decreto Bersani, da oggi grazie al ddl concorrenza appena varato, tornerà con i suoi bei 100 euri, a penzolare come una falce sopra le teste dei consumatori. E’ da un bel po’ di tempo, ma davvero tanto… che ho una discussione con il mio maritozzo sulla differenza tra USA e Italia riguardo ai telefoni cellulari e i gestori. Io sostengo che sia meglio come fanno negli Stati Uniti, cioè telefoni prepagati: entri, compri un telefono con tot di ricarica, poi come nei film di spionaggio, quando non ti serve più butti via e passi al prossimo. Lui dice che è corretto invece, dover stilare contratti con tanto di codici fiscali e documenti anche solo per una ricaricabile: “si evitano i giri strani, è fatto per contrastare la criminalità”. Sì, sarei anche d’accordo, ma ho come l’idea che i criminali un telefono “pulito” lo trovino comunque e chi si deve sbattere per poi cambiare operatore, siamo sempre noi, i comuni mortali.  Contratti, dati sensibili, multe e penali. Dai, seriamente?

Ed eccoci per il breve riassunto delle novità di questa settimana. Evitando di parlare di cose ormai trite e ritrite (e certo, avendo deciso per il post al venerdì, che vi dico a fare una notizia vecchia e letta mille volte?) questa rubrica svolgerà il ruolo di “SCOVANEWS” più irriverenti e strane prese dal web.

Il papa degli ombrelliHa fatto notizia ( e io non riesco per quanto mi sforzi a capirne il motivo) il gesto umanitario (?) di Papa Francesco che preso dalla carità verso tutti i senzatetto di Roma, ha deciso di donare a queste persone sfortunate ed infreddolite, un carico di ombrelli per dar loro modo di proteggersi dalla pioggia. Gesto che mi lascia perplessa, oltretutto per il fatto che gli ombrelli erano di tutti quegli sbadati turisti che hanno dimenticato tali oggetti durante le visite in Vaticano. Ora, pur apprezzando il regalo, credevo che tali atti “eroici” non solo fossero scontati, ma dovessero pure contenere donazioni un pochino più consistenti. Cibo, acqua, rifugi. No, signori. Ombrelli. Ombrelli usati. E che lodi per tale impresa!

foto: wikipedia
 foto: wikipedia

Trambusto su un volo Korean Air partito da New York per Seoul. La per-nulla-viziata figlia del mega iper presidente della compagnia aerea coreana (sì, quello con le sedie in pelle umana)  è entrata in modalità sorellastra di Cenerentola, quando a suo dire, durante il rinfresco in prima classe, le sono state servite in maniera sbagliata delle … noccioline. Secondo i testimoni, la pacata rampolla 40enne, tra l’altro vicepresidente Korean Air (e vi risparmio cosa si dice in rete per questa qualifica) addetta alla qualità di servizio, deve aver preso troppo sul serio la sua posizione, perché non solo non ha gradito il servizio degli assistenti di volo, ma pare che abbia fatto inginocchiare il colpevole e lo abbia ripetutamente colpito in testa con il manuale facendoglielo ripetere a memoria davanti a 250 passeggeri. Passeggeri molto incazzati, con lei, però. Perché in tutto questo show, ha fatto ritardare l’aereo di parecchio. E qui potremmo aprire una parentesi dedicata alle priorità di questa tipa= noccioline vs volo in orario…
La gentil signora, avrebbe persino preteso che il comandante facesse retrofront (erano ancora a spasso per il terminal) e tornasse al gate per licenziare in tronco l’addetto e farlo scendere. Il comandante ha fatto lo gnorri e seppur con ritardo il volo è partito. Voci dicono di aver visto uno steward con una lettera A rossa ricamata sulla divisa.
Fossimo in Italia, la vicenda si sarebbe conclusa così: tra le nostre angherie, le scuse della compagnia e migliaia di commenti riprovevoli e pure un poco incazzati. Per fortuna la vicenda si è svolta all’estero e per la felicità di tutti noi, (si sa noi plebe facciamo comunella contro i capricciosi nobili)  la signora è stata ARRESTATA per violazione delle norme sulla sicurezza in volo. Una soddisfazione? Certo, vederla cadere a terra mentre si passa una notte in gattabuia dà le sue porche soddisfazioni.
Ah e per chi se lo chiedesse, il licenziamento poi c’è stato davvero, purtroppo.

amanda

Tra poco si ritorna in aula per l’ennesima e si spera ultima sentenza sull’omicidio di Meredith Kercher. Ovviamente siamo tutti particolarmente toccati da questa vicenda, ma sono quasi certa che la domanda che ci stiamo ponendo sia: MA LA CARA AMANDA VOLATA COME UN CONCORDE VIA DALL’ITALIA, TORNERA’ MAI QUI SE FOSSE DICHIARATA COLPEVOLE?
Mais NON, mes amis! Non credo, e voi?
Spalleggiata e ampiamente idolatrata da molti personaggi influenti, tra cui la Clinton, crediamo che Amanda non si sogni nemmeno lontanamente di varcare l’uscio del suolo statunitense, figuriamoci entrare in territorio verdebiancorosso. Sono andata a leggermi un po’ di commenti nei vari giornali USA e devo dire, che nonostante pensino che la giustizia italiana sia una chiavica (e ti do torto mo’?) sono quasi tutti favorevoli all’estradizione della bella fanciulla. Fanciulla che ad oggi, ha scritto un libro, flop che di più non si può, ma che le ha comunque fruttato un bell’assegno di 4 milioni di dollari. ESTICATZI. Oltretutto ora, è una giornalista per una rivista di Seattle con buona pace di chi si fa un culo così per trovare lavoro. Chissà se alla bella americana verrà ogni tanto in mente il suo italian boy, colui che alla fine, se butta male, pagherà per entrambi, l’amletico Stasi?

fired

Trovare lavoro ( se non sei una probabile assassina) oggi giorno diventa sempre più difficile, ma anche per i datori, a quanto pare, trovare una persona non del tutto idiota, si sta rivelando altrettanto arduo.
E’ vero, la liberta di stampa nel mondo sta precipitando, ma certe persone dovrebbero imparare che la libertà di parola ha un prezzo. Sbandierare su twitter che l’indomani avresti iniziato quel “Cazzo di Lavoro” , potrebbe essere anche considerato uno sfogo personale e non punibile, ma se non hai ancora neanche iniziato e ti sei pure dimenticata di aver aggiunto il tuo datore tra i followers, tu sei scema. Un po’ eh? Però lo sei. Ora, licenziata in tronco e qui sopra vedete la risposta dell’ormai ex-quasi-datore di lavoro, ci sono due correnti di pensiero. Una, secondo la quale, se una è così incazzata con un lavoro che deve ancora cominciare, non se lo merita. La seconda teoria, punta sul diritto d’espressione, ovvero, saranno cazzi miei quello che scrivo in privato, dove per privato intendo tra me e i miei 250 mln di followers? Intanto che decidete da che parte stare, sappiate che il botta e risposta è diventato virale e la tipa è ormai più famosa della farfalla di Belen. La farfalla però purtroppo per noi, durerà per sempre, mentre la signorina in cerca di occupazione, sarà sull’onda del successo mediatico giusto il tempo di trovare un tweet peggiore del suo.

UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO

Poniamo che tu abbia così tanti soldi da poter visitare il mondo nel lusso più sfrenato, quanto ci metteresti a far le valigie?

Ma così è troppo facile. Poniamo invece che tu abbia tempo illimitato ma un budget ridotto. Quanta comodità sei disposto a sacrificare pur di girare il pianeta in lungo e in largo?

Sto leggendo un libro in questi giorni, Lost Girls, che parla di una storia vera nella quale tre ragazze, libere da ogni impegno lavorativo (leggi=licenziatesi di spontanea volontà) pianificano di girare il globo nel corso di un anno intero.
Ben 365 giorni da utilizzare per vedere i posti sognati da sempre.
Il libro è una perla e ve lo consiglio. Ti fa vedere ed immaginare posti lontani, assaporare avventure esotiche e ti fa venire una voglia matta di partire.

Devo dire che ho provato anche io a stilare un elenco di posti che da sempre sogno di visitare, spalmando la visita sui 365 giorni. Un sogno. (In realtà son stata presa dall’euforia e ho sforato di quasi due mesi. Non mi bastava un anno…ma che rimanga tra noi).

Ma i soldi?

Certo, per rimanere in viaggio un intero anno, bisogna aver messo da parte una somma consistente di denaro e nonostante ciò, ci si rende conto presto, che per realizzare un progetto del genere, oltre ai risparmi di una vita, devi procedere con una mentalità totalmente differente dalla quasi maggioranza di turisti. Infatti non sarai più un semplice turista. Uno di quelli che “preferisco star meno tempo ma viaggiare comoda e al pulito”. No, tu sarai quello che in gergo si chiama BackPacker. Zaino in spalla, trasporti pubblici, niente tour organizzati e ostelli di ogni tipo: l’obiettivo è visitare il più possibile con la minor spesa.

Bisogna avere spirito di avventura, capacità di adattamento (fondamentale) e una mente che più aperta non si può.
Il backpacker è forse il non plus ultra del viaggiatore. E’ colui che respira la vera cultura dei popoli che incontra, che assimila conoscenze e sperimenta avventure che il classico turista da “gruppovacanzepiemonte” neanche si sogna. E’ lui che entra in contatto con le vere realtà locali e colleziona bagagli di esperienze da far invidia a Marco Polo. E’ il tipo che prenota solo il minimo indispensabile  per seguire la scia del momento. Se si trova bene in un luogo, ci rimane più a lungo per esplorarlo meglio e lo può fare grazie al programma aperto, senza paletti o limiti.

Essere un viaggiatore indipendente comporta accettare tanti compromessi, ma non deve essere un’imposizione, deve diventare uno stile di vita. Altrimenti, non farai altro che lamentarti e pentirti di essere partito. I compagni della camerata di un ostello, la pulizia latitante nell’angolo sperduto di una comunità di recupero in Kenya, la corrente elettrica a singhiozzi perché nelle ore di punta è utilizzata da tutta la popolazione di quel villaggio nell’India del Sud. Sono vere esperienze di vita, ma devono essere fatte con consapevolezza, altrimenti ti rovini l’eperienza tu e la rovini a chi ti sta intorno.

Io non sono ancora riuscita a sbloccarmi del tutto quando prenoto un viaggio. Una camera singola e un bagno privato sono purtroppo ancora costi imprescindibili nei miei preventivi vacanzieri. Certo, cerco di evitare i circuiti turistici e mi tengo lontana da ristoranti “alla moda” prediligendo luoghi dove probabilmente un ufficio di igiene non è mai entrato neanche per sbaglio, ma me ne frego, e se i locali mi hanno consigliato quel posto, inghiotto la perplessità e ci entro.

Eppure. Eppure il budget destinato ai viaggi è sempre meno. Le spese giornaliere nella vita qui, sono sempre più alte. Cosa faccio? Smetto di viaggiare? Ma neanche per sogno.
Ci sono molti aspetti che potrò andare a limare per contenere il budget finale, ma qui stiamo considerando un lungo viaggio. Non una semplice vacanza estiva. E quindi?

Sapete che esistono anche esperienze di viaggio che permettono di mantenersi mentre si è via? Il famoso au-pair ad esempio, mica è solo per i ragazzini. Ci sono fattorie e aziende agricole sparse per il mondo, nelle quali basta lavorare come “raccogli arance” per un paio d’ore al mattino e ti offrono vitto e alloggio. Perché non provare? Metti un viaggio in Australia, dove questa pratica è più usata e hai trovato da dormire. Certo, ci vuole un minimo di impegno e di serietà. Devi lavorare. Punto.
Ma se altrimenti facendo, l’Australia rimanesse solo un sogno, perché non prendere in considerazione questo modo diverso di viaggiare?

Certo, da qui, comoda a casa con tutti i comforts è facile parlare. Bisognerebbe vedere quanto ci metterei a “sclerare” una volta in viaggio in posti sconosciuti e in stretta convivenza con gente mai vista prima. A far i conti con un lungo periodo lontano da casa ( il minore dei problemi) e un saldo bancario che piano piano si dilegua ( il maggior dei problemi) mentre conti che ti mancano ancora mesi di viaggio (la parte figa dell’esperienza) e non sai verso quali avventure stai andando.

Certo è che un’esperienza del genere non è da tutti. Al momento non conosco nessuno che abbia mollato la vita qui per dedicarsi alla scoperta del mondo.

Ci vuole un po’ di incoscienza. Ci vogliono le palle. Ci vuole menefreghismo ( di quello che ti dice la gente) e grande rispetto per i propri sogni.

 

 

 

LE NEWS DELLA SETTIMANA SU LODICOQUI.COM 6/2/2014

Vecchia foto (LazyLens 20150206 124357 normal) (1)

Ed eccoci finalmente alla prima “edizione” di queste news settimanali.
Vediamo in breve quali sono le notizie e gli avvenimenti più significativi di questa settimana sfogliando le pagine di questo articolo. Buona lettura!

LUTTO NEL CINEMA ITALIANO

foto: mymovies

E’ morta all’età di 59 anni la famosa attrice italiana Monica Scattini. Ha lavorato per importanti registi come Dino Risi, Ettore Scola e Mario Monicelli aggiudicandosi una parte importante nella storia del cinema italiano. E’ passata da film drammatici a commedie, dal grande al piccolo schermo. Ha lavorato anche per progetti internazionali ed è ha anche realizzato un cortometraggio in qualità di regista.

L’ITALIA HA IL SUO PRESIDENTE

fonte foto: Nuova Venezia

Dopo estenuanti fumate nere e liti interne come solo i politici italiani sanno fare, il 12° Presidente della Repubblica Italiana è stato eletto con 665 voti e si tratta Sergio Mattarella.

INCIDENTE AEREO NEL SUD EST ASIATICO

foto: Ansa

Impressionate incidente aereo a Taipei. Il velivolo, un ATR 72 della TransAsia era da poco decollato da Taipei per Kinmen, quando inaspettatamente perde quota e si per poco non si schianta su una strada trafficata come si vede in questo video amatoriale. Il velivolo ha poi finito la sua corsa in un fiume accanto al ponte. Delle 58 persone a bordo, almeno 40 sarebbero i morti  e più di 10 i feriti, mentre sale ancora il numero dei dispersi. Secondo la compagnia, l’aereo aveva meno di un anno di vita ed era stato revisionato completamente il 26 gennaio scorso. Un altro incidente ha recentemente colpito questa sfortunata compagnia asiatica, quando sempre un ATR 72 si era schianto al largo di Taiwan provocando la morte di 49 persone. Ancora sconosciute le cause dell’incidente.

ALTRE PROVE NEL CASO DI LORIS STIVAL

FOTO: Tgcom
FOTO: Tgcom

Un ulteriore tassello nella triste vicenda di Loris Stival. Il padre ha trovato in casa una cintura che a quanto pare era proprio la preferita del bambino e un paio di forbici da elettricista. Portate subito in questura, gli inquirenti stanno procedendo alle verifiche e alle analisi scientifiche.  Secondo l’avvocato di Davide Stival, il padre di Loris e marito dell’unica imputata fino a questo momento, Veronica Panarello, questi nuovi elementi potrebbero portare finalmente ad una svolta nelle indagini.

ATTENZIONE, ATTENZIONE, ATTENZIONE…NOVITA’ NELL’ARIA!

Ho deciso che per tenere ben aggiornato questo mio piccolo blog, d’ora in poi sarà mia abitudine fare settimanalmente, un aggiornamento “mediatico” delle notizie più significative, stravaganti e d’impatto che il mondo ci ha raccontato nell’ultima settimana. Penso che l’articolo uscirà sempre il venerdì per raccogliere più informazioni possibili e sarà, soprattutto all’inizio, un work in progress. Insomma, l’ho pensato stanotte, quindi ci vorrà pazienza (la vostra) e tempo per ottenere un buon risultato! Stay tuned  🙂

 

I gatti, quelle meravigliose creature indisponenti…

178948_4108466590736_1870875541_n560640_4104425889721_545541496_n Questo pezzo lo dedico ai “gattari”. Chi ha un gatto, si ritroverà probabilmente nelle righe che seguono. Chi ha un cane penserà che siamo degli schiavi e che il gatto sia il nostro padrone e non il contrario. Ti svelo una cosa. Hai ragione! Chi non ha animali… beh, non solo non capirà, ma scuoterà la testa in segno di disapprovazione. Pazienza. Fatti una risata comunque. Ci stavo pensando l’altro giorno, a quanto queste creature siano così sfuggenti ed attraenti allo stesso tempo. Avete mai sentito parlare del Musical Cats? Beh, andate a leggere la parte dove si parla dei nomi dei gatti. Suggestivo. Cosa adoro di questi fantastici felini? Beh innanzitutto, c’è da dire che ogni gatto è a sé. Io ne ho due e hanno caratteri così squisitamente differenti. La più giovane è una di quelle gatte che si DEGNA di lasciarsi amare. Lei te lo concede, come un dono divino. E non fa niente per nasconderlo! La seconda, la più anziana, è di una dolcezza estrema. Starebbe ore a farsi coccolare e non smette di guardarti con quegli occhioni spalancati e affettuosi. Non ti graffierebbe neanche se stesse per morire e fossi tu ad ucciderla. L’altra invece, ti graffierebbe nonostante stesse per morire e tu la stia solo salvando. In ogni gatto c’è un qualcosa di incomprensibilmente affascinante e che te ne fa innamorare. Ma al di là di tutte queste smancerie, i gatti non sono mica solo cosetti pelosi che ti girano intorno. A volte, sono così snervanti. Vero? 1) La chiami. E la richiami. E vieni. E dai. E su. Amore. Pulcino. Patatina. Dai, vieni. Il nulla più totale. Quando ormai non ci pensi più, ecco che arriva. Con quel muso da schiaffi e quella coda dritta in aria mentre cammina che sembra (sembra?) quasi se la tiri da morire. Arriva, un miagolio, come a dire…”dicevi?” e tu nonostante ti fossi giurata che “no, ora non ti guardo io”, un nanosecondo più tardi, sei già lì che pendi dalle sue vibrisse. 2) Ci ha messo mezz’ora a decidere se andare in giardino. Ora è fuori che miagola, esausta dalle corse nell’erba e vuole rientrare. Ti avvicini, apri la finestra già scazzata per la tarantella che sta per succedere. Apri. Lei miagola tutta coccolosa. Si struscia sulla porta. Ma non entra. Anzi, si gira e si sdraia al sole. Allora incomincia il ballo: “dai muoviti” e lei nulla. E andate avanti un’altra mezz’ora. Quando poi stufa, decidi che “basta, ora si arrangia rimane fuori” e chiudi per andartene, lei riparte a strusciarsi alla finestra chiusa miagolando disperata.. Lo fa apposta? Sì, penso di sì. Per dispetto? Non lo so. Ho paura a scoprirlo. 3) Stai tagliando una fetta di pollo. Senti del pelo che si avvicina e si struscia. Ne vuole un pezzo, chiaramente. Allora per non sporcare in terra, glielo passi dalla mano. I gatti sono esseri diffidenti, nevvero? L’annusa per cinque lunghissimi minuti. Ti guarda. Miagola. L’annusa ancora. Nel frattempo sei lì tutta storta che la guardi e ti chiedi quanto ci possa volere per mangiarlo. E’ pollo. Non cianuro. Poi succede finalmente. Lei prova a fidarsi e allora inizia a leccare, piano piano. Dai che ci siamo. Fa per mordere il pezzo allora tu lo butti in terra sollevata e la esorti “dai mangia”. Fine? No. Non sarebbe un gatto. Ora il pezzo è in terra. Lei l’ha assaggiato, l’ha trovato di suo gusto. Ora lo guarda. Lo annusa (ancora!!!) e ti guarda. Si siede. Lo guarda. Se ne va. Che l’abbia fatto apposta per farti sporcare il pavimento? Mmm interessante teoria. 4) Sei andata via un paio di giorni. Lei aveva tutto. Sabbietta pulita, cibo in abbondanza e acqua in quantità esorbitante. Torni a casa e credi che ti stia anche salutando come se gli fossi mancata. Te la coccoli, te la sbaciucchi e ripeti come un’ebete “anche tu mi sei mancata amoruccio”. Vai in camera e vedi per terra la tua borsa preferita. Quella che non hai portato perché era troppo elegante per l’occasione. Quella per la quale hai dilapidato mezzo stipendio. In un attimo ti si gela il sangue. “Perché l’ho dimenticata in terra? Posso essere così stupida?”. L’hai lasciata lì perché quel giorno tra ombrello e tacchi era la cosa più veloce. Ma poi non l’hai raccolta. Ti avvicini e lo senti. Lo riusciresti a sentire anche a distanza. Ecco cos’era quell’odore. Ci ha pisciato sopra!!! Una persona normale sarebbe furibonda. Tu in effetti lo sei, ma non riesci ad incazzarti più di tanto perché… “allora le sono mancata davvero!!!” e “in fondo la colpa è mia se semino le cose in terra”. Poi mentre svuoti la valigia un pensiero ti assale. Ci tieni troppo a quella borsa. Non puoi averla lasciata per terra. Era sulla scrivania. L’avevi raccolta. La gatta ti guarda. Dal suo sguardo capisci che lei sa che tu sai. Spalanchi gli occhi e non fai in tempo a gridare il suo nome. Vedi solo una coda che gira l’angolo di corsa. 5) Sei palesemente a svacco sul divano in una di quelle posizioni che morissi in quel momento potresti rimanerci in eterno anche in un’altra vita. La comodità più assoluta. Lei ti vede. Hai la coperta e lei adora le coperte. Sale miagolando la leccaculo. Ti si struscia sul viso. Ti fa le fusa. Tu ti sciogli e piano piano, dicendo addio a quella magnifica posizione paradisiaca, ti sposti per farle spazio. Lei gradisce e aumenta l’intensità delle sue fusa. La esorti a muoversi perché vorresti continuare a guardare quel film. Lei ti guarda, si struscia e se ne va. Va sull’altra poltrona. Quella che era libera anche prima. 6) Richiamando il punto 5 quando hai un gatto, c’è una certezza in fatto di posizioni e divani. Se sei comoda da morire, lei non rimarrà MAI. Quando sei storta e scomodissima, quando ti si sta formicolando il braccio o ti si è addormentata una gamba, un gatto si inchioderà fisso e non si muoverà per molto, molto tempo. 7) Hai comprato una di quelle magnifiche costruzioni pelose fatte a mo’ di trono dove da una parte può accoccolarsi e dall’altra può sbizzarrirsi a giocare e a farsi le unghie. Lo sai già nel momento in cui sei alla cassa a pagare. Lo sai che non lo userà mai. Ma tant’è ci provi. E guardi su internet “i 10 modi per convincere il gatto a non distruggerti il divano” e ti sdrai di fianco facendo il gesto di farti le tue unghie su quell’affare per farle vedere come si fa, sei la sua mamma no? Poi le prendi le zampine e glielo fai con le sue e con vocina dolce le dici “vedi è qui che si fanno, brava amore”. Poi la lasci sola e senti un rumore di unghie attaccate alla stoffa. Con orgoglio corri contenta per vederla all’opera con il suo nuovo giocattolo. Giocattolo che giace inerme solo. La gatta è appesa al divano. Un gatto è una creatura mistica. L’ho già detto e lo ripeto. Non potrei vivere senza uno di quei paffuti felini che mi gironzola intorno. Perché a loro modo ci amano davvero. A loro modo, con quella puzzetta sotto il naso, ci fanno davvero le coccole e quando hai capito di aver la sua fiducia, quando ti guarda con quegli occhioni e ti risponde con una musatina sulla tua faccia, è a quel punto che capisci di averlo conquistato. E starete insieme per sempre. Con i suoi modi e i suoi tempi, ovviamente. Bisogna solo capire che esseri straordinari siano. Spesso sento dire che i gatti stanno sulle palle a molte persone. E’ perché è un gatto, non un cane. Non ti ama incondizionatamente e non è neanche vero che non si affeziona al padrone ma alla casa. Un gatto è come un amore irraggiungibile. Va corteggiato e conquistato. Che poi, alla fine, non sono proprio gli amori più difficili quelli che danno più soddisfazione?

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.500 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 25 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

IL DIRITTO DI AMARE

gay-marriage

Fin dall’inizio, ho voluto dare un tocco ironico e divertente a questo blog, ma da qualche tempo, c’è un particolare argomento che mi sta a cuore e alla fine eccomi qui. A dare una svolta seria a questo caleidoscopio di pensieri.

Mai come in questi tempi, la parola gay fu più usata. Ormai sta diventando un argomento di discussioni, confronti e spesso, liti tra conoscenti, giornalisti, amici e blog.

Si discute sulle unioni gay, sul loro diritto a unirsi in matrimonio, sul poter adottare dei figli e mai come in questo periodo, ho visto tanta cattiveria, ignoranza e bigottismo celato velatamente sotto una sottile ipocrisia chiamata ” difesa della famiglia naturale”. Naturale? Mi chiedo. Ma cosa o chi ha stabilito cosa fosse naturale e cosa contro? NOI. VOI. LORO. Le persone, insomma. Non di certo la natura.

Come può un amore essere contro natura? Contro natura, lo dice la www parola stessa, è qualcosa che viola le leggi del cosmo. Il sole che nasce ad ovest e tramonta ad est. La pioggia che sale invece di scendere. Le lancette degli orologi che girano al contrario. Questo è contro natura. Non l’unione di due persone.

La gente ha sempre deciso cosa fosse contro natura. Negli anni 50, era considerata contro natura anche l’unione di un bianco e di un nero. La cosa oggi ci sembra tanto assurda, c’è la speranza che tra una trentina di anni (ahimè, non ci spero prima) anche queste inutili lotte contro le unioni gay, siano solo il ricordo lontano di una popolazione poco evoluta. La storia è piena di leggi che oggi sembrano scontate che però una volta erano motivo di scontri. I divorzi, il voto alle donne, i delitti di onore. Davvero siamo tornati a quel punto?

In altre parti del mondo, la questione si è già risolta positivamente da tempo. Lo stesso periodo in cui i sindaci di Roma e di Bologna hanno trascritto alcuni matrimoni gay celebrati all’estero e repentinamente annullati o in procinto di esserlo dal prefetto (la legge, purtroppo è quella, speriamo in un aiuto della Corte Europea), negli Stati Uniti, un governatore ha negato l’annullamento chiesto da qualche gruppo cattolico. La differenza è palese e allo stesso tempo deprimente. Qui si annullano, là si confermano. Ma qui abbiamo la Chiesa. E i fascisti. E tutti sembrano non aver altro da fare che lottare contro queste unioni. Guarirà mai questo paese da anni di danni psicologici fatti da gente con paraocchi e intrisi di ipocrisia e cattiveria da far rabbrividire?

C’è poi la nuova moda. Le sentinelle in piedi. Difendono il diritto ad una famiglia tradizionale. Ma perché?

Dai, onestamente. Ma a loro, cosa interessa? Cosa tange, effettivamente al di là di tutto, se due persone dello stesso sesso si sposano? Non vogliono mica obbligare tutti a diventare di colpo gay! Se il mio vicino di casa, si unisse ad un uomo, o una mia amica si unisse ad una donna, a me, cosa cambierebbe? Il vederli felici, eventualmente. Fine.

Hanno persino denunciato due ragazzi perché SI BACIAVANO. Siamo alle comiche. Non credete? Chi o cosa dà loro il diritto di poter andare in giro abbracciati all’amante, mentre puntano il dito contro chi fa uguale ma con una persona dello stesso sesso? E’ triste, non pensate, che una coppia gay non possa, ancora oggi nel 2014, camminare in pubblico e scambiarsi affetto come noi etero facciamo da tempo. Allora non siete tanto diversi da quegli estremisti che nei paesi arabi vietano le effusioni in pubblico. Siete la medesima cosa, solo che avete scelto un bersaglio che fino a poco tempo fa era ancora un mondo sconosciuto. E quindi quando non si conosce qualcosa o quando quel qualcosa è diverso da noi, quella cosa fa paura. E allora la si attacca.

Nel nome di “tutelare” la famiglia tradizionale, si passa ad un razzismo che più becero non si può. Nel loro mondo immaginario, due gay crescerebbero OVVIAMENTE dei figli gay. Ma come? Da dove sono usciti tutti i gay del mondo? Per forza di cose, cari miei, un gay è nato dall’unione di una coppia etero. O non ci avete mai pensato?

“Da che mondo e mondo i bambini nascono da una donna ed un uomo, quindi la loro unione è contro natura”. Ok, va bene, Per coerenza allora, quando c’è sterilità in una coppia etero, fate il favore di non ricorrere alla scienza pur di diventare genitori. Evidentemente la natura HA DECISO per voi. Niente cure di fertilità, niente inseminazioni, niente adozioni: sareste contro natura. O per voi è diverso?

Tutelare la serenità dei bambini. Certo, mai successo che una famiglia etero abbia problemi di soldi, che i bambini non riescano nemmeno a mangiare, che non ci siano padri puttanieri o violenti, madri infanticide, genitori separati. Perché non siete così pignoli quando si tratta di una famiglia tradizionale?

Non sono i bambini ad aver problemi qualora vadano a scuola a dire di avere due madri. Il problema sono i vostri figli, che non educati ad accettare chi è diverso, ma istigati ad alimentare odio e cattiveria, incominciano a prenderli in giro. Quindi quando mi dite che a scuola passerebbero le pene dell’inferno, non chiedetevi cosa un gay possa evitare di fare, chiedetevi che educazione vorrete impartire ai vostri figli. Nessuno nasce razzista. Ci diventa. E’ la stessa storia del nesso tra l’avere una minigonna ed essere stuprate. Non sono io che mi devo coprire, sono quegli animali che devono essere puniti ed educati. La stessa cosa.

E ricordatevi, che ogni figlio adottato da una coppia gay, è un figlio ABBANDONATO da una coppia etero. Così, giusto per.

E trovatevi qualcosa da fare. Adesso arriva l’inverno. Fa freddo.

Non vorrei che poi, per scaldarvi, andaste a bruciare qualche libro in piazza…

Maleducazione e scarsa professionalità: BUROCRAZIA CONTRO IL CITTADINO

bureaucrat_2

 

 

 

Pensavo di aver maltrattato la burocrazia italiana. Pensavo di averne parlato male e pensato peggio. Invece quando sono andata a rifare il passaporto elettronico, ho scoperto che la procedura della prenotazione per evitare inutili code, funzionava. Eccome. Quindi in quattro e quattr’otto, ho risolto la pratica con velocità e senza troppe menate.

Ma mai dire mai.

E’ arrivato il momento di andare a ritirare in comune il fatidico passaporto e bella fresca ci vado con tutto l’entusiasmo del mondo.

“Ma, mi scusi, è normale che la foto sia così?”

Una bella riga blu in pieno fronte. Già la foto, fa schifo di suo (non sorridere, niente frangia, con mia rassegnazione, un risultato deprimente, ma tant’è), ora ha anche un fantastico scarabocchio che mi fa assomigliare ad un’attempata Pocahontas.

La ragazza del comune non sa che dire, mi da il numero della questura di Novara.

Prevedo un disastro. Senza dubbio uno sbattimento inenarrabile a mie spese.

Magari, mi dico, te lo rifanno e ti chiedono scusa.

Compongo il numero, e già nel momento in cui mi rispondono, capisco di avere davanti un problema. Buongiorno, buonasera, mi dica: nulla di tutto ciò, silenzio assoluto anche in risposta al mio educato saluto. “Cazzi acidi, questa è già sclerata di suo”.

Espongo il problema dicendo che il passaporto probabilmente è inutilizzabile.

“Signora, dal telefono cosa ne so, venga qui che vediamo”.

“Sì, ecco. Il problema sono i 50 km andata e ritorno che mi devo fare, che già ho fatto una volta e che volevo evitare ulteriormente”

“Mica è colpa nostra se abita lontano”

“No, ma mica è colpa mia se avete fatto un lavoro fatto male”

“E’ ancora da vedere di chi è l’errore”

“Mi scusi, ma mica l’ho stampato io a casa

“Non so cosa dirle (odio questa formula, ti mandano a cagare dietro a questa frase), sarà stato un errore di stampa, mica mio”

“E senza dubbio neanche mio. Ma se la stampa viene male, di chi è la colpa? Sta davvero incolpando la stampante? Non controlla nessuno prima di spedire?”

“E’ già tanto che le abbiamo fatto il favore di spedirlo, se veniva a ritirarlo, lo controllava”

“A parte che la spedizione è una pratica, non un favore, ma quindi adesso è colpa mia? Mi scusi ma può cambiare il tono? Oltre che il danno, la beffa”

“E’ lei che deve cambiare il tono,  se le interessa il passaporto venga e rifacciamo”

“Sì carino il ricattino sottile che sottintende che ho bisogno io e non il contrario, ma mi interessava anche la prima volta che sono venuta, almeno capisce che è un problema che avete creato e che ve ne state praticamente fregando?”

“Noi non abbiamo creato nessun problema, sarà stata la stampante (!!!), torni qui e rifacciamo”

“Quindi devo anche aspettare ancora?”

“Eh certo, ma insomma cosa vuole che le dica per telefono senza vedere il passaporto, gliel’ho detto, deve venire e basta”.

La telefonata è finita con un mio epiteto non gentile e con una cornetta che ho chiuso dal nervoso.

Non mi aspettavo rose e fiori. Ma non mi aspettavo così tanta maleducazione, un tono così arrogante che se non fossi stata così sicura di me, avrei pensato di aver scarabocchiato la foto durante un attacco di psicosi.

Non mi piace la maleducazione e mi dispiace di esserci caduta con tutte le scarpe dentro. Purtroppo la mia è stata una reazione di difesa. Ti senti come se lottassi contro un mulino a vento. Tanto hai bisogno tu, cazzi tuoi. Tanto gli errori te li devi smazzare tu, cazzi tuoi. Tanto a noi che ci torna? Chi si deve sbattere sei tu. Non solo. Il tutto condito da un tono accusatorio, accondiscendente e ironico. Un minimo di empatia per il disguido creato, sarebbe stato plausibile. Io ho lavorato per anni con il pubblico. Mai mi sono permessa di reagire così. Anche se l’errore fosse stato del mio diretto interlocutore. Figuriamoci se l’errore fosse stato nostro.

Non tollero che questi personaggi nascondano la mancanza di professionalità e la loro supponenza dietro all’intricato iter che snerva il cittadino. Tanto tu non puoi reagire, tanto tu devi subire. In un altro posto di lavoro, chi ha fatto l’errore, avrebbe pagato le conseguenze. In ambito statale, no. Un muro di gomma contro cui rimbalza il povero malcapitato. Dagli uffici, ai tribunali, dalle questure alle agenzie delle entrate.
Vuoi qualcosa? Inseguici. Vogliamo qualcosa noi? Ti prendiamo quando vogliamo.

Ora dovrò, con armi e bagagli, ritornare in quel surreale ufficio, probabilmente segnata dal fatto che ho “OSATO” ribattere alla loro superficialità lavorativa, e sperare che non si vendichino creando appositamente ulteriori disagi o ritardi.

Capito? Uno prova a far valere i propri diritti e le proprie ragioni, e l’unico pensiero che poi ti viene in mente è che quegli incompetenti si rivalgano dall’alto (basso) della loro presuntuosa posizione.

 

 

VERGINITA’, POLIGAMIA, MASCHILISMO E ALTRE COSE SINGOLARI IN NOME DELLA RELIGIONE

simboli

 

Non sono mai stata credente praticante. Ora forse, non sono neanche più credente. Non nel termine che si intende solitamente. Diciamo che ho dei conti sospesi con qualcuno in alto, ma vorrei parlarne a tu per tu, senza tramiti, senza interpreti inaffidabili. Insomma, senza la chiesa e tutto il corteo che si porta dietro.

Non sono quindi un’esperta di cultura religiosa e non so neanche esattamente quali sacrifici dovrebbero essere compiuti per rientrare nella categoria del “perfetto fedele” ma spesso mi trovo di fronte a notizie che faccio fatica a digerire. Molte religioni consentono la pratica della poligamia. In particolare,  guardando un documentario, ho potuto constatare che in alcuni gruppi appartenenti alla Chiesa Mormone, la maggior parte dei quali vive nello stato americano dello Utah, è non solo consentito, ma praticamente obbligato, il matrimonio poligamo. Ufficialmente i Mormoni, negano questa pratica e il suo utilizzo, ma allora perché in alcune comunità è seguita come legge di Dio?  Sarà mica una scelta di comodo fatta dagli uomini per gli uomini e che per questo continua tranquillamente a diffondersi? Certo, gli uomini intervistati hanno spiegato quanto sia difficile investire tempo e fatica in due o tre moglie, dividersi a turno nel letto delle “fortunate consorti” e aver sempre la lungimiranza di non amare una più dell’altra. Ma le mogli? Eh, le mogli di primo acchito sembrano tutte vivere in una nuvola rosa di puro amore e di eterna gratitudine. Con uno sguardo più perfido e analitico, ho visto invece sguardi e sentito toni tutt’altro che sognanti. Sono gelose? E certo che lo sono! Immaginate di essere la prima moglie e di colpo vedere che tuo marito bacia, abbraccia e coccola un’altra davanti ai tuoi occhi. Immaginate improvvisamente di doverlo dividere a turni per dormirci insieme. Per noi è fantasia, io manderei a spigolare lui e le altre dopo un nanosecondo. Eppure loro accettano, mandano giù il rospo e, la cosa peggiore, augurano alle proprie figlie di fare la stessa fine. SOB! Ma perché? Perché bisogna diventare così estremisti per seguire la parola di qualcuno che forse (datemi atto) neanche esiste? Non sarebbe meglio limitarsi a diffondere pace e amore invece che aggiungere sofferenze e ingiustizie?

L’ultima stranezza in fatto di religione l’ho trovata spulciando il web oggi e qui potete trovare l’articolo al completo in inglese. Dunque, voglio capire, queste ragazzine donano simbolicamente la verginità ai loro padri? Ma solo io ci vedo qualcosa di inquietante e morbosamente strano? Già di mio trovo che la verginità non sia una virtù, ma semplicemente un dato di fatto biologico. Già non riesco proprio a farmi scivolare addosso l’idea che, sempre per soddisfare i requisiti religiosi, io debba rinunciare ad avere una vita sessuale che in realtà porta, se fatta con testa, una serie di benefici fisici e psicologici dimostrati. E adesso dovrei accettare questo strano rito in cui i padri si fidanzano con le loro figlie e si sposano con Dio in una cerimonia che ricorda il matrimonio? Scusate sarò limitata, sarò forse accecata dal mio femminismo intrinseco, ma io quello che vedo è un ulteriore passo per limitare la vita della donna in favore della tranquillità maschile. Leggete questa frase che copio e traduco: “la verginità racchiusa in un anello donato al padre che la conserverà intatta fino al matrimonio vero“. Quindi, anche se in realtà ce la spacciano per tutelare la salute (citano anche l’AIDS come deterrente per l’amore promiscuo) fisica e psicologica delle sposine, in realtà ci leggo una volontà tutta al maschile di aver una donna casta e pura da sposare. Perché non vedo piccoli ometti compiere lo stesso rito?

Nel web si trovano forum che sostanzialmente spingono alla  castità. Persone che non solo trovano corretto avere un comportamento puro fino al matrimonio, ma che sostengono di dover affrontare la castità anche all’interno della vita coniugale. Ma in che senso? “Anche all’interno di una coppia sposata, è necessario mantenere uno stile di vita adeguato alle regole del Signore”.  Ammetto di essere rimasta perplessa nel leggere queste parole. I fedeli che ho avuto modo di leggere, parlano di una vita sessuale morigerata anche dopo il fatidico sì, perché qualora si facesse sesso più di una volta al giorno, si cadrebbe in un circolo vizioso e, uso i loro termini, “poco responsabile”. Ma allora ditecelo voi qual è il numero di volte consentito. Una vita spesa nella penitenza. Nella privazione e nella negazione.

Una delle discussioni più gustose dal punto di vista della curiosità, è stata la dichiarazione di un uomo in questo forum (cercatela, ne vale la pena) che con l’arrivo dell’estate, cercava di redarguire le gentili signore, in modo tale da non esibire troppa pelle nuda nelle spiagge. Non stiamo parlando di topless, signore e signori. No, no. Stiamo parlando di normali costumi. Stiamo parlando del tentare di scoraggiare le donne ad andare in spiaggia perché “l’uomo è debole, può cercare di resistere, ma se le donne si esibiscono, poi uno fa davvero fatica”. Eccallà. E’ colpa nostra, ragazze! Quindi con 40 gradi in cui ci si scioglie all’ombra, io dovrei coprirmi come un talebano o peggio, evitare proprio le spiagge, perché tu, uomo, non sai controllarti? Questi mi fanno paura. E’ come dire che se ti violentano, è colpa della tua minigonna. Ma bene. Qui invece di andare avanti, torniamo indietro. Ho i capelli rossi e son mancina: devo nascondermi? Devo temere un’altra caccia alle streghe? FOLLIA PURA.
Voglio dire, fate pure quello che ritenete opportuno, ma non giocate a nascondino con la mia intelligenza. Far passare un puro atto di maschilismo religioso, per un atto di eroicità femminile, lede la mia onestà intellettuale.

Mi sono recentemente imbattuta in un sito religioso che si prodiga a dar consigli a chiunque scriva di aver bisogno di aiuto, di una guida, di un parere. Provate a dare un’occhiata qui. Non riesco a focalizzare se siano peggio le persone che scrivono ad un perfetto sconosciuto raccontandogli i più intimi segreti, o il dittatoriale sacerdote di turno che risponde puntando il dito e accusando queste poveri bisognosi. Ho letto qua e là alcune delle lettere a cuore aperto inviate. Quella che mi ha sconvolto di più, raccontava di quanto questa coppia desiderasse un lavoro per poi procedere a crearsi una famiglia. Nella loro semplice e genuina domanda, chiedevano quale potesse essere il peccato da loro commesso, se avessero usato dei contraccettivi per evitare gravidanze indesiderate, soprattutto per la carenza di introiti fissi. Ora, io non sono nessuno per dire alla chiesa quali regole andrebbero modificate, o quali andrebbero abolite. Ma se vedo una coppia così sincera che mi chiede aiuto su una questione così delicata, quantomeno mi limiterei a non dar giudizi. La risposta che ha fornito il “don”, mi ha lasciata basita. Prima è partito alla lontana ricordando diritti e doveri, citando versetti e capitoli, poi ha sferzato il colpo di grazia. Una stilettata in pieno stomaco, non c’è che dire: “se voi aveste usato la coscienza come il Signore comanda, invece che usare metodi vietati dalla nostra religione, non dico che avreste un lavoro, ma sicuramente il Signore non si sarebbe indignato e vi avrebbe aiutato in maniera più significativa”. MA. CHE. STAI. A. DI’? Io mi immagino questa povera coppia timorata di Dio che dopo aver letto una risposta del genere, si prodiga a smettere subito con ogni precauzione e da precario duetto, si ritrovano una bella famiglia numerosa. Perché tanto il Signore ora ci aiuta. Suppongo che ogni sera vi faccia trovare un mazzetto di banconote sotto il letto, il signore vostro: certi consigli, sono presuntuosi, anacronistici e pericolosi. Vi prego, qualcuno li faccia smettere.

Ed ecco qui che in soli due giorni, mi capitano sotto il naso delle vicende che mi lasciano sempre più perplessa su come l’uomo abbia inteso la volontà del Signore. Mi sembra che ci siano state delle modifiche ad hoc nel corso degli anni. Non sarebbe molto più utile al genere umano, se al posto di criticare, giudicare e proibire, questi credenti integralisti, si impegnassero di più nell’amare, donare ed aiutare? Beati siano quei poveri missionari in terre ostili che spendono il loro tempo ad assistere le persone rovinate dalla fame e dalla povertà. Loro sono così impegnati a produrre del buono, che non perdono tempo inutile a disegnare lettere scarlatte sui vestiti della gente. Se da quel che ricordo, Gesù non fece scagliare quella famosa pietra, perché dovremmo farlo noi? Non sarebbe quasi ora di smettere di limitare la libertà e le scelte altrui e viversi appieno quella che, consentitemi, fino a prova contraria rimane l’unica e sola vita che abbiamo?

 

“Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in Paradiso.”
Margherita Hack

 

SI FA PRESTO A DIRE FITNESS…

fitness d'altri tempi

 

E’ arrivata l’ora della prova costume. Non so chi abbia inventato questo termine, ma lo odio profondamente, che lo sappia! Quando la leggo nei giornali, nei social network o la sento nelle odiosissime pubblicità (quelle con la donna taglia 38 che dice di vedersi grassa e risolve tutto con una tazza di cereali )mi si rivolta lo stomaco. Prova costume. Certo, vedere queste perfette Silhouette snodate che si fanno largo tra diete, esercizi fisici e litri di acqua buttati giù come se niente fosse, risveglia in noi, un motto d’orgoglio ed erroneamente ci fa esclamare:” da domani mi metto in forma anch’io“.

Eh ma non è mica così semplice. Non va tutto come si vede in tv.

Innanzitutto, raramente, abbiamo nell’armadio delle tenute ginniche così abbinate e visti i chiletti in più, il risultato finale, ci fa sembrare più somiglianti alle tutine di zelig che a delle atlete modelle. Ma pazienza, siamo solo al primo giorno, dovremo pur iniziare, no?

E allora, vai al supermercato e compra l’impossibile: cereali per la colazione, acqua per gli esercizi fisici, magari anche un carico di verdure per una miglior alimentazione – anche se al supermercato fanno un effetto così tanto carino, poi a casa nel piatto, daranno un filino di tristezza. Ma tant’è, siamo convinte. Dobbiamo tornare in forma. L’armadio ha troppe cosine carine che aspettano solo la taglia giusta.

E’ mattina e abbiamo puntato la sveglia prestissimo. Dobbiamo affrontare la nostra nuova vita fatta di fitness e benessere, di dieta e di duro esercizio. La notte abbiamo pensato e ripensato che non potrà essere così male. Ci immaginiamo il sole che splende al nostro risveglio, noi che dopo una tazza di cereali ci vestiamo armate di grinta e andiamo ad affrontare un duro allenamento.

Il cellulare squilla. E’ ora di darsi una mossa. Allora piene di fiducia (mal riposta), ci alziamo e scopriamo un’amara verità. Una di quelle che non ti mostreranno mai in televisione: abbiamo un sonno porco, la schiena a pezzi dalla posizione sbagliata nel letto, il clima è più freddo del previsto e il sole ancora sembra nascosto da nuvole impertinenti. Per un attimo ce lo diciamo, sotto voce, ma chi me lo fa fare? Dura solo un attimo però. Perché ti ritorna alla mente che DEVI entrare in quei jeans. Ti andavano bene solo qualche mese fa, quindi devi fare qualche sacrificio: purtroppo dopo i 25, ancor di più dopo i 30 anni, il metabolismo diventa il peggior nemico. Altro che qualche sacrificio. Per le meno fortunate, i sacrifici per rimanere in forma, dovrebbero durare per sempre. O ce ne freghiamo e ogni tanto ci rimettiamo a dieta. Il problema è che questo tira e molla durerà in eterno. Beati i vent’anni quando si bruciavano calorie anche solo dormendo. Non sarà più così facile, neanche con i cerealini che ti ammiccano e le verdure bollite. Si farà sempre il doppio della fatica. E sarà sempre più difficile.

Dopo aver tirato due somme, decidiamo che sì, oggi inizia il tanto schifato allenamento. Proviamoci, fa bene anche alla salute. E allora armate di pazienza, coraggio e lettore mp3, partiamo da casa con le migliori intenzioni. Sappiamo di non poter affrontare subito una corsa, quindi iniziamo con una camminata veloce. L’aria stuzzica la pelle del viso e ci sveglia di colpo. Sentiamo una forte energia che attraversa il corpo. “Allora funziona davvero?” e con tutto l’ottimismo di questo mondo, proviamo a correre, convinte che bruceremo tantissimi grassi e che se manterremo questo allenamento giornaliero, in men che non si dica, avremo di nuovo la nostra linea perfetta.

E INVECE NO. Perché dopo due, dico, due minuti di corsa, stiamo praticamente rantolando aggrappate al cancello di una casa, nella speranza che non ci veda nessuno. Il cuore sembra urlare pietà e il fiato sta cercando ossigeno anche nelle dita dei piedi. Proviamo ancora, e ancora ci fermiamo. Probabilmente è solo questione di allenamento, ma se son ridotta così, finirà che forse riuscirò a correre per settembre. Troppo tardi.

Così l’indomani, armate di speranza, tiriamo fuori l’impolverata e dimenticata bicicletta.

E’ ora di andare, se proprio non riusciamo a correre, proviamo con i pedali. Magari va meglio. Ma da quand’è che non usiamo le due ruote? Forse da troppo, perché già solo dal garage al vialetto, ci accorgiamo di non aver più equilibrio. Però non ci perdiamo d’animo, dicono spesso “è come andare in bicicletta“, quindi in qualche modo, si deve riuscire a dominare il mezzo. Piano piano, ritroviamo la pedalata sicura, l’aria addosso che si schianta contro noi nel bel mezzo di una discesa ( frenando, per la paura, non come quando si è piccini che si andava giù a mille all’ora ) e ci sembra finalmente di aver trovato lo sport per noi. Poi dopo una lunga pedalata ci fermiamo un attimo. Per assaporare la natura che ci circonda e sedute per terra, guardiamo la bicicletta con orgoglio: siamo delle sportive!

E INVECE NO. Non va tutto liscio, perché quando è ora di rimontare in sella, ci ritorna come un lampo alla memoria, una sgradevole sensazione di un dolore atroce: le chiappe sul sellino, anzi, ad esser precisi, le ossa delle chiappe sul sellino. “E ora? Non riesco neanche a sedermi, come torno indietro?
In qualche modo, tra una parolaccia e un gemito, ci rimettiamo in sella, già sapendo che domani sarà impossibile riprovarci. Ogni buca la facciamo in piedi sui pedali perché ogni buca è come un calcio. Se ci vedessero in questo momento, penserebbero immediatamente a Fantozzi. E il peggio deve ancora venire. Perché mentre siamo impegnate a non sentire il sellino che si sta impossessando del nostro posteriore, ci siamo completamente dimenticate che l’aria che tanto assaporavamo all’andata, era solo il risultato di una enorme discesa. Quindi, doloranti, stanche ed ansimanti, realizziamo troppo tardi di dover affrontare una salita che al momento sembra un muro. Nell’ultimo sprint di energia che abbiamo in qualche modo tirato fuori per orgoglio, ci buttiamo a capofitto nelle pedalate, ma per quanto possiamo cambiare o non cambiare marcia, arriviamo a metà e stramazziamo al suolo. Che figura, chi passa ci vede. Vede che stiamo trascinando la bicicletta lungo quella infernale salita, così nonostante tutto, fingiamo un’espressione divertita e soddisfatta.

Finalmente a casa, cotte e sconsolate, non ci resta che premiarci con una fetta di torta. Così le poche calorie consumate, vengono subito rimpiazzate. Ed è così che la nostra lotta con la prova costume durerà in eterno.

Fino alla prossima dieta.

 

 

IPOCONDRIA PORTAMI VIA…

13ALLEN-articleLarge

 

Come se la mia paura di volare non fosse già abbastanza destabilizzante, potrei raccontarvi della mia alienante ipocondria che mi segue fedele da qualche anno a questa parte.

Ma cos’è l’ipocondria? Secondo la scienza (e il vocabolario) è un disturbo psichico che porta la persona a preoccuparsi eccessivamente o addirittura ossessivamente per il proprio stato di salute. Questo stato emotivo, demolisce ogni tentativo di vivere al meglio la propria vita. Se-solo-sapessi-da-chi-l’ho-ereditata-farei-una-strage, aggiungo io.

Cari miei colleghi di ipocondria, voi come la vivete? Io, ormai malissimo. In un momento di lucidità mentale, sono riuscita a cogliere indicativamente quattro tra i maggiori comportamenti e  abitudini che a questo punto, mi ritrovo a ripetere settimana dopo settimana. Vi ci ritrovate anche voi?

1. L’ACCOPPIATA SINTOMI – RICERCA SU GOOGLE

Dai, onestamente, chi non l’ha mai fatto?
La sfiga vuole però, che mentre una persona “normale” segue approssimativamente i risultati di una ricerca online, noi, gli ipocondriaci, facciamo di ogni ricerca, una tragedia greca. Innanzitutto, solo noi, riusciamo a trovare ogni volta, un collegamento tra la parola “mal di testa” alle parole tumore e morte. Non c’è niente da fare. Ogni ricerca che solitamente parte con nonchalance, finisce per diventare una estenuante ed ossessiva brama di voler sapere di più. Arriviamo addirittura a sfogliare la sesta o settima pagina dei risultati di Google. E questo fa capire quanto sia alta la disperazione.  Ovviamente non ci si ferma a leggere. Spesso, i sintomi che non abbiamo, compaiono improvvisamente qualche ora dopo. Simpatica la nostra mente, eh?

2. VOGLIAMO SAPERE TUTTO SULLE MALATTIE DEI CONOSCENTI

Eh sì, perché il miglior modo per combattere una fobia così stronza, è essere preparati su tutta la sfera medica. “Ti ricordi quell’amico di famiglia? Sai è morto di infarto settimana scorsa.” E allora noi giù a chiedere più dettagli possibili, sui sintomi, su come è successo e su come se n’è accorto. Insomma, passiamo per degli psicotici affamati di macabro, ma in realtà, è l’ipocondria che ci spinge a saperne di più. Come se potessimo difenderci qualora succedesse anche a noi. O solo per sfogare la nostra paura di “malattie” su quei sintomi comuni a tante patologie. Ho mal di pancia? Anche quella persona ce lo aveva, allora è sicuro, ho qualcosa anche io.
Perché non rendersi la vita più complicata, eh?

3. UN MEDICO NON BASTA

Quante volte usciti dal medico per l’ennesimo controllo, vi sentite liberi da qualsiasi peso? Il medico ci ha rassicurato. Il medico è stato ancora una volta pazientemente ad ascoltare le nostre fisime. Alla fine usciamo felici e sorridenti dallo studio pronti a raccontare a tutti quanto siamo stati avventati nel costruirci una malattia immaginaria.
Ma quanto dura, onestamente, eh?
Quanto tempo passa prima che di nuovo, la nostra mente perfida e ostaggio dell’ipocondria ci ributti dei malefici segnali di disturbo?
“Sì, ma ho in effetti dimenticato di dirgli questo sintomo. E se fosse importante?”
“Cavolo però, quante volte si sbagliano, magari ho ragione io. Anzi ho sicuramente ragione io. Andrò a fare un’altra visita.”
“Probabilmente non mi è nemmeno stato a sentire, ormai penserà che me le invento, invece io sto male davvero. Ecco, mi tocca far altre ricerche, devo essere sicura”.

A volte, sembra che vada tutto a posto, ma solo fino a quando non ricompaiono i sintomi. E allora ecco che precipitiamo ancora nel vortice ossessivo delle paure più intense e profonde. Ci immaginiamo senza futuro, ci immaginiamo morenti e sofferenti, mentre cerchiamo su google le parole chiavi. A volte da fuori non sembra nemmeno che stiamo così male. In realtà dentro si scatena l’inferno. Nei momenti di calma apparente, capiamo da soli di essere prigionieri di una fobia, ma al momento di massimo terrore, incappiamo nelle sue trappole.

“Ma se noi che non abbiamo niente, stiamo così male, come reagiremmo se fossimo realmente ammalati?” e non abbiamo una risposta. Non sappiamo nulla e la paura ci soffoca al pensiero che possa succedere. Anzi, che succederà, perché prima o poi capita a tutti. E noi pensiamo che sicuramente capiterà molto presto.

Quando vediamo amici e parenti scherzare sui sintomi e sulla malattia, noi vorremmo morire dentro. Perché sappiamo che non serve la scaramanzia nella salute e nel destino. Perché vorremmo essere così anche noi. Invece non ci riusciamo e ci roviniamo la vita. Giorno dopo giorno, a nutrire questa fobia interiore, che ci mangia lentamente, che non ci fa godere niente del presente perché temiamo che possa finire se siamo troppo felici.

Noi che un mal di stomaco non lo imputiamo alla mangiata della sera prima.
Noi che quel fiatone durante la corsa è un sintomo che il cuore non vada come dovrebbe.
Noi che dopo quel giramento di testa, prenotiamo una TAC immediata.
Noi che cerchiamo di rassicurarci chiedendo informazioni, senza immaginare che stiamo solo fomentando i tentacoli dell’ipocondria.

Noi che vorremmo iniziare a vivere.

 

Prima che sia troppo tardi.
( la vocina nella testa, sapete…)

MA CHE MALE VI HA FATTO L’ITALIANO?

Immagine

 

 

Ormai vecchia, triste e scontata battuta: proponiamo un minuto di silenzio per la lingua italiana che ci ha dunque lasciato.

Se come me, leggete spesso i forum o i gruppi sparsi in giro per il web, avrete anche voi notato, quanto ormai sia caduta in basso la media grammaticale degli utenti, soprattutto di quelli più giovani.

Capisco la voglia di ribellione, quindi non mi stupisce la pazza mania di sostituire le C con le K: che teenager trasgressivi, yeah! I più buffi, sono quelli che sostengono la teoria del “negli sms mi occupano meno spazio”. Tralasciando il fatto che in internet i caratteri non si pagano, mi soffermo sul curioso caso della Q scambiando per K. Se scrivi “kui”, non risparmi spazio, ci dai solo un pugno in un occhio. Se digiti “perkkè”, non vuoi abbreviare per la velocità, vuoi solo sentirti diverso sbagliando appositamente la parola. 

Che poi, vedendo sempre più scempi riferiti all’italiano, mi chiedo se ormai, anche a scuola, questi esemplari, non si mettano a “bimbominkiettare” la grammatica. Eh sì, perché daje oggi, daje domani, finisce che uno si scorda come dovrebbe essere regolarmente parlata una lingua. 

Ma non voglio far troppo la sofistica, nonostante sia un’abitudine estremamente fastidiosa per chi legge, una k al posto di una c, non mi crea particolari urti di vomito. Ciò che rasenta la mia sopportazione, sono quegli sproloqui incomprensibili che assomigliano a dei codici fiscali: “se t v pssm and a br qks”.  Mi si stanca la vista, mi servirebbe un traduttore “bimbominkia-italiano”, mi scoccio e finisco per mollare tutto ancor prima di aver cominciato il delicato compito di interpretare ciò che c’è scritto. Fate i bravi, il futuro di sto paese è in mano vostra, non vi sentite un minimo responsabili?

Se poi alla fine, sembra che il peggio sia stato raggiunto, ci si accorge che non si è arrivati nemmeno a metà barile. 

La grammatica italiana. Passata attraverso l’espressione di Dante, Petrarca, ora rudemente maltrattata in modi che neanche pensavo possibili. Congiuntivi che non vengono azzeccati neanche per sbaglio, verbi essere scambiati per congiunzioni, grafie di vocaboli completamente scorrette. E non stiamo mica parlando di come si scrive allorché, ma di come accidenti si possa sbagliare la parola incinta (in cinta, giuro, lo leggo in giro sempre più spesso…). Posso confermare di aver visto una fiera di mostri linguistici: all’ora? (inteso come quindi?), ce lo (addio verbo avere, è stato bello conoscerti), la complicatissima formula “ce n’è” che viene ribadita in versioni sempre più surreali (c’è ne, cè nè) e il mio odiato intercalare cioè, sul quale apro un capitolo. Se questi ragazzini hanno incominciato a parlare esprimendosi sempre più velocemente, non è colpa della parola cioè. Cosa vi ha fatto di male? Perché avete preso il vizio di dirlo e scriverlo “cè”? Fateci caso, vi prego, ormai se leggete un “ce/cè” messo a muzzo nel discorso, vi assicuro che era stato inteso come un cioè. Parlando con una fanciulla un giorno, le ho chiesto il perché di questa buffa/triste moda. La risposta è stata sconcertante: “ah, ma davvero si dice cioè?”, ecco appunto.

La scuola dell’obbligo esiste ancora? Se si leggono e vedono certi scempi con un’educazione scolastica obbligatoria, non voglio immaginare qualora ognuno fosse libero di scegliere se studiare o meno. 

La cosa che mi spaventa è che per quanto anche io sia stata a mia volta una “bimbominkia” (ogni generazione ha la sua flotta di ribelli), la mia fase da teenager stupida, è durata massimo fino ai 18-19 anni. Poi, piano piano, si cresce. Invece adesso,la media si è alzata. I ragazzini di 15-16 anni, a volte analfabeti come delle capre, diventano dei poco più che ventenni ignoranti e sbruffoni. Se non sai neanche parlare l’italiano o sbagli a dire che vai a Vienna convinto che sia in Spagna, non è ortodosso che tu rida come un beota se ti faccio notare l’errore. E’ il caso di spegnere quella musica assordante e aprire un libro. Un giornale. Un opuscolo. Anche Topolino può aiutarti se oltre non riesci ad andare. 

Questa lotta personale contro i distruttori della lingua e della cultura, è quasi una lotta contro i mulini a vento. So che dovrei passare oltre ed evitare di innervosirmi ogni volta, ma io lo faccio per il futuro. Già questo paese non ha un presente, continuiamo a ricordare quale glorioso passato possediamo. Ne sono felice, ma non possiamo dormire sugli allori solo perché tanto tanto tempo fa, eravamo la culla della storia e della cultura mondiale. Se le premesse per il futuro, sono quelle vedo in giro, non è forse il caso di resettare e ripartire daccapo?

Certo, poi leggi che ancora oggi, programmi come il Grande Fratello e uomini e donne vanno per la maggiore. 

Ma allora, di cosa stiamo parlando?

QUELLE CHE … MA TUO MARITO TI AIUTA?

theprince

 

Non sono mai stata una grande fan di quelle donnine perfette che vivono nella loro casina perfetta. Mi sono sempre dedicata alla cura della casa con distacco, noia, scazzo e parecchio snobbismo.

Non fraintendetemi, non ho mai vissuto in un letamaio, ma riguardo al bordello sparso in giro per casa, posso dire di esserci andata parecchio vicino. Ho sempre preferito un aperitivo all’idea di rinchiudermi in casa per pulire. A volte io e mio marito ci siamo perfino chiesti ogni quanto tempo era considerato “politically correct” lavare le tende di casa.

Devo ammettere, però, che da quando ci siamo creati un piccolo rifugio tutto nostro, abbiamo incominciato a dedicare qualche attimo in più per rendere la casa pulita ed accogliente. Forse solo perché ora è nostra e la sentiamo tale, forse prima rifiutavamo ogni legame con la bettola che avevamo in affitto. Sta di fatto che ad oggi, sentiamo quasi spontaneamente il piacere di accudire la nostra piccola oasi di intimità.

Sono però due le cose che non vedrete mai in casa nostra: una donna che suda e smadonna tra stracci e polvere come Cenerentola e un uomo svaccato sul divano con birra e telecomando stile Homer Simpson.

Io e mio marito abbiamo da sempre suddiviso i compiti da svolgere e senza neanche metterci a tavolino a stilare una lista di cose da fare. Semplicemente, chi ha tempo e voglia la fa, l’altro si riposa e farà qualcos’altro dopo. Oppure, insieme, uno incomincia a pulire il bagno, l’altro parte dalla cucina: musica a palla e coccole fra una passata e l’altra di mocio. L’abbiamo sempre fatto e sempre lo faremo. Per anni, parlando con persone al di fuori, mi sono quasi sentita una miracolata: “che fortuna che hai”, mi dicevano e mi dicono tutt’oggi. Io non riuscivo a capire di cosa stessero blaterando. O azzarderei il termine “di che cosa mi stessero accusando”, viste le occhiate di odio e le frecciatine che mi venivano lanciate. Soffermandomi a pensare, ho trovato cosa suona strano in queste mezze frasi.

Care le mie signore che per anni mi avete ammorbato su quanto io abbia avuto la fortuna di incontrare un uomo come il mio. La mia non è fortuna. Non ho pescato a caso un marito infilando la mano in un sacchetto pieno di nomi ed estratto uno fra tanti. Quella sì, sarebbe stata fortuna. Io l’ho scelto e lui ha scelto me. Voglio dire, voi invece? Non avevate il sentore che il vostro uomo fosse un nullafacente? Non avete mai fatto una vacanza insieme? Una persona non può cambiare da un momento all’altro; se prima era coccolato, viziato e riverito da mammà, per quale strana coincidenza degli astri, pensavate che da sposati fosse poi differente?

Ho sentito cose talmente assurde da farmi strabuzzare gli occhi. Uomini che spargono indumenti in giro per casa, che pretendono la biancheria pronta e stirata e la cena in tavola e mariti che non sanno nemmeno farsi un primo piatto se lasciati da soli in casa.

Ma seriamente?

Dobbiamo quindi presupporre che questo uomo sia passato direttamente dalla casa dei genitori alla vostra. Senza passare dal via dell’autonomia nel vivere da solo. Quindi, ok per giovani uomini sui vent’anni, ma intorno ai trenta, scusate, gli appuntamenti intimi erano svolti in macchina? Io da 36enne, mi sarei posta un dubbio nel vedere un mio coetaneo vivere ancora in casa dei genitori, se ci pensate, poi,  succede solo nel bel paese, visto che all’estero, spesso, dopo il college e il primo lavoro, i figli diventano indipendenti e vanno a vivere da soli.  A volte in Italia, purtroppo, subentra il non trovare un lavoro che permetta le spese di vivere da soli. Spesso, ho il dubbio però, che sia una scelta di comodo per questi eterni teenager che si trovano troppo bene a casa dove tutto è pronto e fatto dalla mamma. E anche queste mamme, con la loro fissa di dover far da zerbino agli uomini di casa, convinte poi, che troveranno la nuora giusta a cui passare il testimone di “balia del piccolino”. Signore mie, lasciate che questi figli crescano, tagliate quel cordone ombelicale, fate dei vostri cuccioli degli uomini pronti e autonomi. Non perpetuate le usanze ereditate dalle zie e dalle nonne. Le ragazze ve ne saranno grate.

Tralasciando questo particolare, passiamo al fatto che entrambi i coniugi, si trovino a vivere da soli per la prima volta insieme. Odio quando sento frasi come “poverino, il mio mi aiuta tantissimo”. Aiuta tantissimo. Quindi stiamo dando per scontato che il compito sia mio e lui si degna di aiutarmi. Eh no. La casa è di entrambi, ci si aiuta, semmai.

Neanche mi soffermo sugli esemplari che non sanno fare niente. Ma come? Smontate e ricostruite motori, muri e impianti e vi fermate di fronte ad una pentola di acqua che bolle o al pulsante di una lavatrice? O siete stupidi o siete pigri. Proviamo a pensare che non siate del tutto rincoglioniti, allora forse siete solo degli scansafatiche. Di quelli furbi.

Una lancia a favore dei mariti volenterosi. Esistono donne martiri che vogliono fare tutto a modo loro, perché come lo fanno loro, non lo fa nessuno e guai ad aiutarle. Tanto non sareste in grado di compiere il miracolo di perfezionismo che raggiunge il lavoro della vostra psicotica consorte: “meglio che non gli faccio far niente, sennò poi mi tocca rifare tutto daccapo”. Ecco, lasciatele lì a lavorare, evidentemente, non hanno di meglio da fare che salire in cattedra, sono i guru delle casalinghe disperate, quelle che non escono se non hanno pulito anche l’ultimo stipetto, che non cucinano fritto sennò poi si sente in casa e che urlano se lasciate una goccina di acqua per terra dopo la doccia. Lo trovo un modo molto patetico di viversi la propria dimora. La propria esistenza tutta dettata dalla pulizia della casa senza riuscire a godere degli aspetti più profondi e belli che la convivenza porta. Ma, che dire, contente loro, contenti tutti.

Leggendo nel web, sentendo parlare in giro, mi accorgo che sempre di più, oggi come ieri, le categorie tendono ad essere ancora ben delimitate. La donna fa la donna e l’uomo fa l’uomo. Esistono fortunatamente uomini che si stupiscono quando sentono di mariti fannulloni e ridono pensando che forse neanche i loro nonni erano così inutili in casa. Molti si sentono giustamente adulti e pensano che essere autonomi sia una parte essenziale del crescere come persone e che così deve essere. Dio li benedica.

A tutti gli altri, auguro fortemente di trovare un clone della dolce mammina. Anche se trovo che non sia del tutto romantico vivere con una donna che vi intima di andare a lavarvi perché è pronta la cena.

IL PARANORMALE: scettici o sostenitori?

images (259x170)

Tutti noi, prima o poi, ci siamo ritrovati con gli amici a parlare di fantasmi. Seduti da piccoli in cerchio, o da grandi intorno ad un bicchiere di vino, ognuno di noi, ha sentito o raccontato storie che parlavano di paranormale. Solitamente sono storie che vengono raccontate e tramandate, di cui, in effetti, non si ha certa provenienza, più raramente si sente qualcuno che ha una storia vissuta in prima persona.

Sono sempre storie che includono vecchie case abbandonate, morti violente, quadri misteriosi, rubinetti che si aprono e passi trascinati durante la notte. Da piccoli ci hanno terrorizzati obbligandoci a dormire con la testa sotto le coperte, ma una volta cresciuti, siamo rimasti terribilmente paurosi o siamo ormai disincantati e non ci crediamo più?
Io ho sempre guardato con occhi ammiccanti il mondo del paranormale, tanto è vero che ho visto moltissimi video e letto tanti articoli. Purtroppo c’è sempre da tener presente che nel web girano un sacco di bufale e il 99% dei video che si vedono sono dei fake assurdi. Alcuni fatti anche molto bene, ma tant’è, tragicamente falsi.

Qualche anno fa, mi sono imbattuta in un docu-reality show chiamato “Ghost Hunters” che segue le vicende dei membri della TAPS (the atlantic paranormal society) in giro per gli Stati Uniti – in qualche puntata anche in Europa – durante le loro avventure nel paranormale. Come loro spesso dichiarano, non sono pagati per svolgere le loro investigazioni, anche se ad oggi, grazie ai palinsesti della televisione, credo ne abbiano tratto un adeguato compenso.

MA COSA FA UN INVESTIGATORE DEL PARANORMALE?

Prima di tutto, dopo aver ricevuto la chiamata, organizzano la squadra e partono alla volta del luogo “infestato”, dove incontreranno il cliente che spiegherà loro le cose strane che stanno succedendo nella sua proprietà. A volte sono case private, spesso sono luoghi pubblici, più raramente si sono imbattuti in ambienti militari, come vecchie basi e portaerei.
Dopo aver avuto un colloquio conoscitivo ed essersi fatti spiegare dove, quando e come avvengono gli strani episodi descritti, la squadra comincia a tappezzare il luogo con ogni tipo di attrezzatura possibile: telecamere, registratori, sensori. Spente le luci, inizia il vero e proprio salto nell’ignoto. Premetto che pur sapendo che si tratta di uno show, mi lascio sempre attirare dalle loro avventure e rimango convinta che ci sia qualcosa di vero. Magari viene accentuato per fare un pò di spettacolo, ma a volte, succedono davvero cose inspiegabili, perlomeno, per noi che siamo a casa ignari di tutto.

L’essere umano ha da sempre cercato delle risposte su “cosa c’è dopo la morte”. Per i credenti c’è una vita eterna, per gli atei non c’è assolutamente nulla. A me, spaventata dall’idea di morire, piace pensare che ci sia qualcosa, ma credo sia dovuto al fatto che ho paura che tutto finisca per sempre. Non voglio immaginare che in un attimo, sia GAME OVER. Forse perché avendo perso persone a me molto care, amo il pensiero che un giorno potremmo incontrarci di nuovo. Questo show mi aiuta a credere, anche se inconsciamente, che dall’altra parte ci sia l’esistenza di un nuovo mondo.
Spesso durante questo programma, si vedono ombre inspiegabili e si odono voci che sembrano arrivare da mondi lontani. Si percepiscono chiaramente delle risposte a domande poste e si sentono distintamente suoni surreali che sembrano avvalorare la tesi che qualcosa in quel momento, stia interagendo con i vivi.

Si potrebbero scrivere milioni di parole sull’argomento e sui metodi usati per la ricerca, sugli strumenti utilizzati e sul valore etico di questi esperimenti, ma io mi limito a far da spettatrice a quello che osservo (o per dirla da scettica, quello che vogliono farmi osservare).

Non ho mai avuto esperienze paranormali, ho provato a volerci credere, ma ogni fatto accaduto ha QUASI sempre avuto la sua spiegazione logica. A volte anche la suggestione fa da padrona nelle sensazioni e io non riesco a scindere le due cose: razionalità ed emozione. I Ghost Hunters, invece, cercano sempre una spiegazione logica ai fatti accaduti e solo dopo averle provate tutte, se il fatto si ripete, viene catalogato come “evento paranormale”.

Ci sono e ci saranno sempre tante discussioni tra chi ci crede e chi pensa sia tutto falso. Tra chi sostiene di aver visto e chi supporta la tesi dell’auto convinzione, ma io che sono ancora nel limbo tra il si e il no, voglio dare una possibilità a questo “universo ignoto” e tentare di capirci di più. Non avrò mai abbastanza coraggio per approfondire il discorso da sola e forse avrò troppo rispetto per rompere quel filo che tiene distanti i due mondi, non sono una professionista del settore e non mi inventerò di esserlo. Tante volte ho chiesto agli amici di provare a fare qualche esperimento, ma spesso sono la prima a non voler rischiare brutte esperienze. La cosa che mi lascia a volte scossa sul mio piccolo divano, è che per quanto io parli e dica, non credo che alla fine riuscirei davvero a gironzolare per corridoi bui, con l’ausilio di una piccola torcia, a far domande per attirare gli eventuali fantasmi presenti. Al primo rumore sospetto, probabilmente pianterei un urlo e scapperei a gambe levate…

Nonostante il mio NON Cuor di Leone, vorrei almeno una volta, provare a percepire l’emozione unica di un’esperienza paranormale. Pur spaventandomi, pur sapendo che nessuno crederebbe a quello che ho vissuto, sarebbe un evento in grado di cambiare le mie percezioni sul mondo che mi circonda.

Purtroppo, ancora oggi, qualcosa mi blocca.

Una sciocca paura di qualcosa che non c’è o un ambiguo timore di vedere davvero oltre?

 

 

Aggiornamento: non riuscirò mai davvero a buttarmi in sopralluoghi e avventure nel paranormale, se solo per scegliere la foto per l’articolo, ho dovuto chiudere un occhio e scacciare i brividi da tutto il corpo. E sono seduta alla mia scrivania. Ed è pieno giorno.

EBOOK O LIBRO TRADIZIONALE? LA PARTITA E’ INIZIATA!

Camera360_2014_4_10_110122_jpg

Avete presente quella bramosa sensazione di voler a tutti i costi un libro?
Beh, per quanto possa sembrare assurda, a me è capitato recentemente una sera di qualche settimana fa. Mi era venuto in mente un titolo e dopo aver cercato ovunque in casa, nonostante sapessi con certezza che quel libro io lo avevo da qualche parte, non sono riuscita a trovarlo. La prima sensazione è stata di disappunto, poi mi son detta che sarei uscita il giorno dopo a comprarlo. Invece no, perché come sempre quando mi metto in testa qualcosa, non c’è verso di levarmela di mente e quindi l’unico modo per poter avere quello che volevo, era scaricarmi l’applicazione del lettore Kindle per il mio smartphone e comprarmi la versione Ebook del mio tanto desiderato testo.

Così ho fatto. In un attimo avevo il libro che volevo. Non ero dovuta uscire, non avevo dovuto cercare per ore sugli scaffali e soprattutto non avevo dovuto aspettare l’apertura dei negozi il giorno seguente. Lì per lì, mi sono sentita una traditrice. Io che ho sempre detestato questa nuova tecnologia nel campo editoriale. Io che su questo punto avevo sempre discusso con chi provava a dirmi che un libro ormai era cosa vecchia.

Ignorando la sensazione di sentirmi stupida per aver dato battaglia all’Ebook,  ho incominciato, tutta felice, la mia lettura; intanto avevo il mio prezioso libro tra le mani, in seguito avrei potuto davvero capire se questa “cosa” avrebbe potuto funzionare con me.

L’applicazione Kindle per Nokia non è stata implementata ai massimi livelli, va detto. Le pagine si inceppavano, spesso al posto di andare avanti di una facciata, saltava a piè pari un capitolo intero e così mi trovavo costretta a cliccare avanti e indietro, a trovare le pagine perdute e buonanotte alla sacra lettura. Insomma, quello che un è un rito di assoluto piacere, si era trasformato in uno sclero totale. Naturalmente pur di finire il libro ormai cominciato, sono scesa a compromessi con la pazienza e dopo neanche due giorni, ho potuto archiviarlo come “letto e finito”. Dettaglio non trascurabile, ho ritrovato quasi subito dopo il libro che cercavo così ardentemente quella sera. Tipico.

La mia avventura nel mondo del libro elettronico, non si è fermata lì. Ho dovuto comprare una guida turistica che esisteva, solo in inglese, in quel formato. Sto  cercando ancora adesso di capire come fare a stamparlo: è impossibile da leggere, riferimenti a destra e a sinistra, link all’interno del fascicolo che se cliccati ti portano centinaia di pagine avanti o indietro, insomma una tortura. Non riesco a capire come si possa leggere un libro in condizioni così stressanti. Vuoi per l’applicazione che fa i capricci, vuoi perché io sono abituata a sottolineare e fare note a margine, io con questa novità proprio non riesco ad andare d’accordo. Parlando con gli altri, mi sono resa conto che è un mio limite, un’abitudine tramandata da anni e anni che faccio fatica a modificare e abbandonare.

Sono perfino nati dei dibattiti tra me e gli estimatori di questa tecnologia e anche se sospetto che siano lettori di fresca data, mi hanno dato degli spunti di riflessione dai quali però, il libro tradizionale, ne è uscito vincitore.

Parlavo prima del fatto che non sono dovuta andare per ore tra i labirinti delle librerie. Beh? Io adoro vagare per ore tra i ripiani zeppi di libri, è una della meraviglie che completano in sé l’esperienza di un nuovo libro. Annusare le pagine (sfioro il feticismo, lo so), cercare tra libri sepolti dietro la polvere, farti attirare da una copertina bizzarra: perdere tempo cercando il libro perfetto, partire con l’idea di comprarne uno ben preciso e poi tornare a casa con cinque o sei titoli sconosciuti. Volete mettere con la ricerca fredda e suddivisa per categorie di un catalogo multimediale?
L’unica parte in cui sono d’accordo con gli “Ebook-iani” è il vantaggio di poter avere un libro nel preciso istante in cui lo si desidera. L’assoluta immediatezza segna un goal per la versione digitale e riporta il risultato sull’1 a 1.

Il libro però non si incastra. Ok, a volte quando sei nel letto, lo pieghi e lo adatti alla posizione del momento, lo strizzi e lo stropicci. Ma non si inceppa mai. So che questa accusa potrebbe essere derivata da un malfunzionamento del mio dispositivo, ma tant’è, mi ha talmente fatto uscire di testa in quei giorni, che assegno un goal  a tavolino in favore del buon vecchio libro cartaceo.

La carta stampata, inoltre, non si scarica. Non è che stai leggendo tranquillo e di colpo tac, batteria scarica e il libro si chiude proprio sul più bello.  Altro piccolo difettuccio dell’elettronica e poiché mi conosco e SO (mea culpa) che non metto mai nulla sotto carica finché batteria non ci separi, mi ritroverei sempre con una  voglia matta di lettura e un libro spento.

Un ebook lo puoi portare ovunque. Perché un libro no? Ora, capisco che se ti vuoi rileggere tutta la divina commedia in dodici libri con parafrasi e commenti, verrebbe scomodo da infilare in borsa, ma un semplice libro, è nato per stare nelle borse. Credo di aver un libro dentro a quasi ogni borsa, per ogni evenienza. E anche questo so che potrebbe essere un ulteriore passo verso la mia infermità mentale conclamata, ma fate i bravi, cercate di capirmi. Inoltre un libro lo posso portare ovunque. Pensate alla spiaggia: non credo che un libro possa essere rubato mentre si è lontani a fare il bagno, mentre non sarei così sicura di lasciare un lettore ebook incustodito.

Purtroppo, devo dire che i libri tradizionali ancora oggi, costano delle fucilate mentre le versioni digitali costano parecchio, ma parecchio meno. Se come me, fate incetta in ogni libreria che visitate, vi ritrovate ad avere una fortuna stipata su mobili e scrivanie. Altro tasto relativamente dolente (perché io adoro una casa piena di libri), è la mancanza di spazio utile che col tempo si deve affrontare. Libri sul comodino, libri sulla scrivania, all’entrata, nelle librerie, nei mobili in sala, in scatoloni ancora da sistemare, in garage su altri ripiani, in macchina (sì, anche lì ne ho): insomma un delirio di copertine colorate che invade ogni angolo del focolare. Con l’ebook questo “problema” non esiste: i libri sono tutti archiviati nello stesso posto, facili da trovare e difficili da smarrire.

Sfogliare le pagine vs strisciare il dito. Dai, non si può sentire. Scegliere un segnalibro e metterlo tra i fogli quando è arrivato il momento di chiuderlo vs  cliccare con il dito sull’angolo dello schermo. No, orribile.

La partita è finita, per me non c’è stata storia fin dall’inizio. Dirò per sempre addio alla versione digitale? No, per mio carattere, non escludo mai a priori una possibilità. Diciamo che la mia preferenza rimane sulle gialle, ruvide e profumate pagine vere, ma non chiudo la porta in faccia a qualcosa che potrebbe tornarmi utile nel cuore della notte.

La cosa più importante non è scegliere quale formato preferire o quale modalità di lettura sia la più giusta. La cosa importante è leggere. I libri sono il nostro patrimonio, insieme ai viaggi, sono l’unica cosa che compri che ti fa sentire più ricco e dio solo sa quanto bisogno di libri ci sia in questo paese. Spesso girovago nei forum su internet. Non mi capacito di come sia potuta cadere così in basso la nostra lingua: una serie inenarrabile di orrori grammaticali e parole abbreviate che sembrano il risultato di una mente perversa.

Ma questa è un’altra storia -cit.